News per Miccia corta

03 - 12 - 2007

Giustizia per Fabio. La controversa vicenda giudiziaria che ha colpito Fabio Canavesi e un appello al sottosegretario Manconi

 

Fabio Canavesi è in carcere ormai da quasi 7 anni.

 

Era stato arrestato con l'accusa di aver partecipato alla tragica rapina di via Imbonati nel 1999 a Milano dove era rimasto ucciso un agente di polizia. Assolto da questa accusa e da quella vicenda, Canavesi si è visto tuttavia condannare in primo, in secondo grado e infine in Cassazione a 27 anni di carcere per una diversa rapina.

 

Una pena, in ogni caso decisamente sproporzionata, comminata a seguito della condanna suffragata solo dalla parola di un "pentito", che ha ricevuto in cambio soldi, programma di protezione e scarcerazione. La ricostruzione del "pentito" è contraddetta da dati fattuali e altre testimonianze ben piú attendibili, quali quella delle guardie giurate vittime della rapina.

 

Noi vogliamo che il caso venga riaperto e ridiscusso, che Fabio che da 7 anni dichiara di essere innocente, torni a casa, vogliamo che si parli di giustizia

 

 

Riepiloghiamo i fatti

 

All'alba del 14 maggio 1999, in Via Imbonati a Milano, un gruppo nutrito di rapinatori tenta l'assalto a un furgone portavalori. Intervengono alcune volanti della polizia, comincia una sparatoria. Alla fine del conflitto a fuoco resta gravemente ferito l'agente Vincenzo Raiola, che morirá  poco dopo.

II fatto desta notevole scalpore sia per il tragico esito dell'evento sia per le modalitá  "anomale" della rapina: l'uso di armi da guerra e di schemi operativi di tipo militare sembrano indicare, fin dalle primissime battute, una pista di stampo terroristico. La vicenda, anche grazie a immagini amatoriali girate in diretta, ebbe grande risalto nei telegiornali di quei giorni.

 

Il 13 agosto del 1999, agenti del nucleo antirapina di Milano e della Digos di Bergamo traggono in arresto Fabio Canavesi.

 

L'accusa: essere uno degli uomini di Via Imbonati.

 

I precedenti di Fabio (l'aver militato negli anni 70 nella sinistra extraparlamentare e aver poi scontato alcuni anni di carcere per l'attivitá  dell'organizzazione Prima Linea) ne fanno, assieme al nome, il tassello mancante di un'indagine scaturita da una pista "speciale": la ricerca di un commando paramilitare.

 

Una conversazione provvidenziale e provvidenzialmente intercettata narra per sommi capi le gesta dei "pazzi di Via Imbonati": naturalmente non mancano i nomi, tra i quali "l'insospettabile Fabio". E' la quadratura del cerchio, altri arrestati hanno nella loro biografia la partecipazione a fatti eversivi e conoscono Fabio, in quanto suoi antichi compagni di sventure processuali.

 

L'importanza di chiamarsi Fabio! II nostro verrá  prontamente riconosciuto (riconoscimento molto discutibile e privo dei piú elementari dati identificativi!) dal "pentito" del caso che lo accuserá  di aver partecipato con lui medesimo ad altre gravi rapine, con sparatorie e feriti.

 

Due mesi d'isolamento.

 

II processo.

 

Fabio viene assolto per i fatti di Via Imbonati ma, sulla base delle sole parole del "collaboratore di giustizia" di quella inchiesta viene condannato per altre azioni attribuite alla "banda" alla pena di 26 anni di reclusione. Una pena la cui entitá  non è molto distante da quella richiesta dal Pubblico Ministero (che aveva domandato l'ergastolo), ma per un reato, l'omicidio, e un fatto, la rapina di via Imbonati, ben piú pesanti e per i quali Fabio invece viene assolto.

 

A Fabio non resta che sperare nel processo d'Appello, stringe i denti, non vuole ancora farne un caso. Peró il tempo passa e non sempre è galantuomo: la Corte di Appello si limita a convalidare la sentenza di primo grado: un bel timbro sonoro e gli anni di condanna per Fabio diventano addirittura 27.

 

L'originale impianto accusatorio prevedeva l'organicitá  di Fabio a un gruppo di rapinatori: se ne fa parte, non puó che aver partecipato al crimine di Via Imbonati. La sentenza risponde che nulla prova il suo coinvolgimento in quell'episodio, ma che ci sono sufficienti motivi per una condanna relativamente ad altre imprese criminose.

 

Ma le prove in realtá  non ci sono, tutto il processo è costruito su dei "pentiti" niente affatto disinteressati. Paradosso vuole che, prima ancora della verifica dibattimentale, essi siano stati ritenuti credibili, cosicché qualcuno non è mai stato arrestato e uno, quello che accusa Fabio, viene inserito subito nel programma di protezione. Il loro contributo è assolutamente privo di riscontri e, dove questi fanno capolino, è per smentirli.

 

I testimoni a favore vengono trattati piẠo meno come complici, o comunque non meritevoli d'attenzione, come avviene, del resto, alle stesse parti lese quando contraddicono il racconto e i particolari forniti dal "pentito".

 

 

Ora non resta che la Cassazione.

 

Ma anche la Cassazione conferma la sentenza precedente:

 

«In ordine alla valutazione delle chiamate in correitá  del collaborante La Piana le cui dichiarazioni erano state reputate attendibili senza alcun serio vaglio critico diretto ad accertarne la credibilitá , la spontaneitá , la coerenza, la precisione, l'assenza di contrasti con le altre risultanze probatorie................va riconosciuto che la corte di primo e secondo grado ha correttamente adempiuto il compito di vagliare la credibilitá  soggettiva e l'attendibilitá  intrinseca dei racconti dei collaboratori, applicando con ineccepibile apprezzamento i tradizionali criteri elaborati dalla giurisprudenza di legittimitá  e tenendo conto in particolare della condotta anteatta dei collaboratori, della precisione delle dichiarazioni, della loro coerenza, costanza, spontaneitá ......Inoltre...la Corte di merito ha ritenuto che esse abbiano acquisito la dignitá  di prova soltanto nell'ipotesi in cui hanno trovato conferma in riscontri esterni individualizzanti.» (per convincersi del contrario è sufficiente leggere le dichiarazioni delle guardie giurate, vittime nella rapina di Corsico...o quelle dei testimoni chiamati dall'accusa, che in alcuni casi arrivano addirittura a negare le testimonianze risultanti dai verbali in questura).

 

Sono passati (quasi) sette anni. Sette anni di galera che Fabio ha trascorso in sezioni ad Elevato Indice di Sicurezza. Sette anni che si aggiungono a quelli che Fabio aveva in precedenza scontato per le attivitá  di Prima Linea. In quel caso, la pena era da lui stata accettata, oltre che scontata, perché corrispondeva a una storia cui aveva partecipato e che sentiva come propria. Non cosí ora, e da 5 anni a questa parte, dove Fabio si trova a essere separato da sua moglie e dalla sua giovane figlia, per storie che non lo riguardano e che non riconosce.

 

Quello di Fabio Canavesi non sará  forse un caso eccellente, esemplare peró sí.

 

Come tanti suoi coetanei, piú di vent'anni fa voleva cambiare il mondo. Un percorso denso di errori e ingenuitá : l'adesione alla lotta armata e poi il carcere. Sempre in onestá  e coerenza ne uscí, senza accuse verso altri ma nella consapevolezza che quella era stata una via sbagliata e senza sbocco.

 

Non dimenticó mai la solidarietá  verso i detenuti: durante la carcerazione diventó, anzi, una sorta di loro ambasciatore nei confronti delle istituzioni. La sua biografia è limpida. Mai lo si é potuto sospettare di un interesse personale ed egoistico.

 

Dopo (quasi) sette anni, noi, amici e conoscenti di Fabio, abbiamo deciso di ri-costituirci in Comitato, il cui unico scopo è quello di chiedere che gli venga restituita giustizia.

 

Vogliamo sollecitare l'attenzione pubblica su un caso ormai archiviato dalla cronaca come un episodio di (stra)ordinaria criminalitá .

 

Non crediamo si tratti di una smisurata persecuzione, ma, piú semplicemente, di un ordinario pregiudizio, in ragione del suo passato. Un pregiudizio di cui Fabio e la sua famiglia stanno pagando un prezzo esorbitante e ingiusto.

 

 

COMITATO GIUSTIZIA PER FABIO

 

 

NB: A richiesta il Comitato puó fornire i seguenti materiali:

 

-         stralci di sentenza

 

-         stralci di memorie per il ricorso in Cassazione

 

-         una breve riflessione tecnico-legale sul processo

 

-         la lettera di Fabio "alla mia cittá  e non solo"

 

-         l'articolo pubblicato su Liberazione

 

-         l'articolo pubblicato su "Il Bergamo" all'interno di un'inchiesta sul carcere

 

-         tutto ció che sará  ritenuto utile per chiarimenti e delucidazioni....

 

-         L'invito è: FATE GIRARE, FATE LEGGERE, A DESTRA, A SINISTRA, AL CENTRO: non è un problema di partiti ma di giustizia.

 

FABIO è INNOCENTE E DEVE TORNARE A CASA

 

 

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Al Sottosegretario On. Luigi Manconi, Ministero della Giustizia

 

Appello in favore di FABIO CANAVESI

 

Facciamo seguito all'appello inviato alla Sua attenzione da diverse associazioni e persone di Biella in data 5 ottobre 2007, per ribadire, anche da Bergamo, cittá  natale e di residenza di Fabio Canavesi, che "il provvedimento punitivo che lo ha colpito il 22 settembre scorso alle tre di notte, con il suo trasferimento urgente dal carcere di Biella a quello di massima sicurezza di Sulmona, ci ha sorpresi e indignati, perché costituisce un accanimento del tutto ingiustificato nei suoi confronti".

 

 

Inoltre riteniamo che la sua permanenza, ormai da 2 mesi, nello stesso carcere abbia leso i suoi diritti alla continuitá  di un trattamento di reinserimento, iniziato un anno fa con un primo permesso speciale di 5 ore per un incontro con moglie e figlia e continuato con il permesso di 48 ore concessogli dal Magistrato di Sorveglianza, dott.ssa Del Piccolo, dopo attenta valutazione del caso, sentito il parere del personale di sorveglianza e di osservazione del carcere di Biella.

 

In tale occasione, che avrebbe dovuto essere la prima della serie a cui Fabio Canavesi ha ormai diritto, egli si è recato da Biella a Bergamo, uscendo dalla sezione EIV, senza scorta,  accompagnato da moglie e figlia ed è rientrato, spontaneamente ed in perfetto orario, accolto all'ingresso dall'ex comandante del carcere che si è intrattenuto con lui in attesa.

 

 

 

Inoltre, è noto e Le è stato ampiamente documentato, quanto Fabio Canavesi abbia fatto per attivare le relazioni carcere- territorio, per consentire a tutti i detenuti della sezione EIV di Biella di rapportarsi con la societá  esterna, contattando numerose Associazioni, da  quella dei Valdesi a quella dei non vedenti, dalle Banche agli Assessori di Comune, Provincia e Regione, tanto per nominarne alcune, ottenendo ad esempio corsi di informatica e computer,  visite specialistiche gratuite di medici per i detenuti (in qualche caso in attesa di una visita oculistica da tre anni), incontri, colloqui.

 

 

 

Fabio ha sempre mantenuto un comportamento corretto ed ha operato alla luce del sole per costituire un "ponte" tra i detenuti e la comunitá  biellese, intervenendo anche sui giornali locali, informando sulle problematiche attinenti la vita carceraria.

 

 

Ha avuto esclusivamente ottime relazioni per il suo piano trattamentale da parte dell'équipe del carcere di Biella.

 

 

Ora questo  trasferimento d'urgenza, inspiegabile e inaccettabile, al carcere "dei suicidi",  nel momento in cui era in attesa di uscire per un terzo permesso a casa sua, a Bergamo.

 

 

Tutto ció appare come una gravissima violazione del dettame costituzionale per cui "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanitá  e devono tendere alla rieducazione del condannato".

 

Forse Fabio Canavesi era un detenuto scomodo?

 

ሠritenuto troppo pericoloso qualcuno che dal carcere riesce a coinvolgere la societá  che gli sta intorno e i suoi soggetti, chi "da dentro" dimostra una tale capacitá  e coscienza civile, scrivendo e non rassegnandosi a tacere?

 

 

Il "Comitato per Fabio" di Bergamo lancia un nuovo appello che fa seguito a quello di cittadini ed organizzazioni di Biella.

 

Chiediamo di aderire scrivendo a comitatoperfabio@bergamoblog.it  con OGGETTO: "aderiamo all'appello in favore di Fabio Canavesi" (indicando nome, cognome, cittá , e-mail di chi aderisce)

 

 

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