News per Miccia corta

29 - 11 - 2007

Torino, al cinema le star sono gli operai

(la Repubblica, GIOVEDáŒ, 29 NOVEMBRE 2007, Pagina 46 – Spettacoli)

 

 

PAOLO D'AGOSTINI

 

 

TORINO 

 

Mentre Daniele Segre presenta il suo progetto di inchiesta tra gli edili Morire di lavoro e il festival aspetta Signorina Effe di Wilma Labate sui giorni della marcia torinese dei 40 mila, In fabbrica di Francesca Comencini ripercorre la storia di un ambiente di lavoro e soprattutto di chi lo ha popolato, gli operai. RaiTre lo trasmetterá  a inizio 2008. Solo repertorio, salvo il finale in una fabbrica di oggi, accompagnato dalla voce off della regista, didascalica e sobria ma anche poetica. Una selezione che rende omaggio al lavoro di registi, dal padre Luigi a Blasetti a Gregoretti, e di giornalisti come Ugo Zatterin, Sergio Zavoli, Tv7. A Francesca Comencini, di cui è provata la sensibilitá  al tema del lavoro, stava a cuore comporre una storia umana, di persone. La sua scelta cade sui singoli volti e le testimonianze dirette e non compaiono comizi e leader salvo dosate eccezioni: Berlinguer e Trentin ai cancelli di Mirafiori nell'80.

 

Ma quando di parla dell'autunno «caldo» del "˜69 non c'è Piazza Fontana. Non il movimento, la classe, ma le donne e gli uomini. E, in massima evidenza, l'etica del lavoro, l'orgoglio. Anche nei momenti piú politicizzati e di piú aspra tensione. Questa scelta, peró, nella convinzione che il personale e l'umano siano politici.

 

E un altro punto le sta a cuore. Nessuna nostalgia per il "prima" della trasformazione sociale che tra anni 50 e 60 ha spostato masse enormi dal sud al nord e industrializzato un paese agricolo: «La nostalgia è sbagliata e regressiva. E soprattutto è nemica della memoria, è il suo contrario. Se diventa forma di pensiero, esaltazione del passato contro il presente, non serve a far ricordare ma a dimenticare».

 

Non per nostalgia Francesca ha voluto "rifare" quello che si faceva e non si fa piú. Dagli anni 80 non solo cambia la figura dell'operaio ma cambia la sua rappresentazione, non c'è piú repertorio, manca la produzione documentaristica. Quel lavoro di inchiesta in profonditá  che avevano condotto registi e giornalisti. Molto care sono alla regista alcune testimonianze contenute nel suo film. C'è quell'operaio che, intervistato dopo gli scioperi del "˜69 e il ritiro da parte della Fiat delle 30 mila sospensioni punitive, alla domanda «Avete imparato qualcosa dalla lotta» risponde: «Abbiamo imparato di essere uomini». In una battuta contiene tutto: dignitá , libertá , riconoscersi, essere solidali e uniti, organizzarsi. E poi, alla fine, l'operaio senegalese di oggi che dice «quando accetto di fare qualcosa la faccio bene». 

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