News per Miccia corta

23 - 11 - 2007

Mitologia e veritá  sul corpo del Che. Un film

(il manifesto, 22 novembre 2007)

 

 

 

Silvana Silvestri

 

 

Attorno al corpo deposto di Che Guevara ci sono ricerche storiche, giornalistiche e anche mitologiche. Della storia del suo corpo ritrovato con qualche mistero su quello che ancora va occultato parla Che Guevara il corpo e il mito (oggi è a Trevignano di Roma al cinema Palma alle 19.30). Ne parliamo con il produttore Raffaele Brunetti (B&B Film) che firma anche come autore, dopo la nostra intervista su Alias del 6 ottobre al coautore Stefano Missio, che nei giorni precedenti alla messa in onda rivolgeva critiche alla produzione sul definitivo montaggio che non aveva potuto controllare. Innanzitutto chiediamo a Brunetti un suo parere sul mito del Che: «So che è appena uscito un documentario dove c'è la foto di Che Guevara alla Fontana di Trevi. Che Guevara in motocicletta, col sigaro, aneddoti, cose strane e nuove: sembra che tutti sappiano tutto, anche troppo. Poi ti accorgi che del suo pensiero si sa molto meno. In Argentina, dove a volte trovavi chi non sapeva neanche chi fosse, il mito è stato rinfocolato anche dal fatto hanno utilizzato la sua immagine per la nazionale di rugby. Benigno, l'unico sopravvissuto dei suoi compagni in Bolivia che nel documentario entra nel negozio dove vendono le magliette del Che, all'inizio dice di essere un po' contrario a questa mercificazione che non sarebbe piaciuta a Guevara, per un altro verso pensa che in questo modo lo possono ricordare, soprattutto i giovani. Anche dopo aver finito il film la mia curiositá  resta, sono rimasto con molte domande. Noi ci proponiamo di portare questo film nelle scuole e invece di rispondere alle domande, fare domande ai ragazzi per capire cosa sanno di Che Guevara».

 

Quali sono stati i motivi di dissenso?

 

La vicenda produttiva di questo film è stata piuttosto lunga, risale al '97 quando incontrammo Mela Marquez, la nipote di Garcia Marquez, al Centro sperimentale nel corso di Ilaria de Laurentiis che è stata la montatrice del film. Ci interessava il periodo dell'Africa, di cui si sapeva poco che poi non si è piú fatto per ragioni produttive e perché nel frattempo c'è stato un colpo di stato in Congo. Se ne parla anche nel nostro film: dopo Algeri lui passa per Cuba e poi scompare. Solo dopo molti anni si saprá  che è stato in Africa per poi andare piú o meno in segreto a Cuba e poi in Bolivia. In quel periodo Mela Marquez viene informata che si era vicino al ritrovamento dei resti, per cui decidiamo di partire per la Bolivia, riprendiamo parte dei lavori di scavo, andiamo a Cuba, riprendiamo i funerali, compriamo materiali alla televisione cubana. Questo materiale è rimasto lí per anni. Tra le tante cose viste si accreditano molte fantasie degli abitanti: per quarant'anni hanno chiesto loro se mai hanno avuto contatti con Guevara, e in Bolivia è faclissimo trovare gente che l'ha conosciuto, che gli ha dato da mangiare e purtroppo alcuni di queste tesi sono accreditate da documentari che hanno circolato. Invece abbiamo visto che quello che è successo dopo la sua morte è veramente poco, per cui abbiamo deciso di fare un documentario sulla «vita dopo la morte» di Guevara. Missio lo conoscevo dai tempi del suo documentario su Joris Ivens che è un bellissimo film e lui era venuto da noi proponendo un progetto su Benigno e la guerriglia che a noi non interessava tanto perché c'erano giá  altri lavori su questo, ma lui conosceva molto bene l'argomento e cosí è iniziata la nostra collaborazione, abbiamo scritto insieme la sceneggiatura e siamo partiti insieme per fare le riprese, un mese entusiasmante. I motivi di contrasto: noi eravamo d'accordo a seguire le cose insieme, per quanto riguarda il montaggio ho lasciato il montaggio a lui e alla montatrice. Quando ho guardato il lavoro per me non era soddisfacente, la storia era inesistente, era improponibile. Come coproduttori avevamo Arte e una serie di preacquisti, la tv pubblica finlandese, svedese, irlandese. In Italia solo History Channel Italia (l'Italia è l'unico paese che ha una televisione pubblica che non coproduce documentari e non li trasmette).

 

Che cosa fa di un documentario un lavoro adatto a History Channel?

 

Un documentario a prescindere per chi sia fatto deve avere un livello narrativo compiuto e comprensibile. Devo dire che era un progetto difficilissimo, affrontavamo un periodo di quarant'anni su una persona che era morta. Non c'era una linea narrativa scontata, non potevamo farlo a livello puramente cronologico. Ci siamo incontrati piú volte, abbiamo discusso, mi sono reso conto che il suo lavoro non funzionava. Ho fermato il montaggio e ho detto: facciamo un passo indietro, rimettiamo mano al progetto sulla carta. E ho chiesto a Stefano di riportare su carta le sue idee e neanche lí abbiamo trovato un accordo, lui pensava che certe cose potessero funzionare, io no e c'è stata una rottura, il tutto a ridosso della data di consegna. come d'accordo con Missio non trovandosi una linea comune la produzione ha diritto a fare le modifiche necessarie. Avrei voluto consegnare un lavoro realizzato insieme. Lui aveva la facoltá  di firmare o meno, inoltre gli ho dato la possibilitá  di farne una versione lunga a spese della societá . Peró questo contrasto è precipitato. Poi mi ha mandato una nota scritta dove diceva che si avvaleva della facoltá  di non firmare la regia, ma solo la sceneggiatura. Invece sono rimasto malissimo dopo l'uscita del film nel trovare interviste dove diceva che il suo nome come coregista era stato tolto da noi arbitrariamente.

 

Arte peró ha messo il nome di Missio come regista.

 

Sono riuscito a farmi autorizzare dal suo avvocato a far scrivere in questo specifico caso «un lavoro di» Stefano Missio e Raffaele Brunetti. Altrimenti Arte avrebbe potuto solamente scrivere «un film di Raffaele Brunetti». Nelle altre versioni c'è solo «scritto da».

 

Lui punta molto il racconto sul non detto, della frase negata, della commozione trattenuta e tu sullo stile del documentario senza sospensioni.

 

L'antropologo che trattiene le lacrime quello era e quello abbiamo messo. Evidentemente quando ha fatto l'intervista non ha visto il montato e questa scena in particolare c'è. Ci sono materiali di repertorio unici, silenzi di Roberto Guevara, per certi versi è un prodotto diverso da quello che si vede in tv. Le sue pretestuose accuse a me come produttore ci sono sempre, ma dopo l'intervista pubblicata su Alias Missio non ha piú parlato di censura perché forse ha visto che le cose che nell'intervista definiva censurate sono invece nel film. Abbiamo tutti i tagli e si puó vedere che non c'è nessun problema di censura politica.

 

Missio mi diceva che il nome di Guevara è pieno di misteri ancora oggi e il «non voler parlare» ha un significato preciso.

 

Quello che volevamo fare lo abbiamo scritto insieme e lo abbiamo mandato alle televisioni. Il fatto che si è dovuto aspettare il crollo dell'Urss è parte del film: Mario Teran che ha ucciso Guevara non ha mai lasciato interviste, noi abbiamo provato a riprendere da lontano con una telecamerina, quello che dice non lo sappiamo e non c'è nel film. Tutti hanno le loro personali visioni di questa storia, c'è chi mi ha detto che avrebbe voluto vedere di piú Benigno ad esempio. Noi abbiamo scritto insieme il film e su quello abbiamo lavorato.

 

 

*******************

 

 

Festival dell'Avana e il definitivo «Che»

 

 

Roberto Silvestri

 

 

A Hueva, Spagna, al festival iberoamericano attualmente in corso, è stato presentato un primo montaggio di 15' di un documentario, che si annuncia come «il definitivo», su Ernesto Che Guevara. Lo ha diretto l'argentino Tristan Bauer (Cortazar, Evita e Los libros y la noche), durerá  100' e comprende immagini inedite, espropriate all'esercito boliviano, e frammenti del diario personare del Che. Intanto, a l'Avana, attesa per il 29° festival internazionale del cinema, diretto da Ivan Giroud, presidente Alfredo Guevara. 500 film, in 11 sezioni, competitive o panoramiche, saranno proiettati dal 5 al 14 dicembre. Un accordo con la venezuelana Amazonia Film permetterá  di premiare con 30 mila dollari il miglior film (in giuria anche Carlos Sorin) e con 25 mila dollari la migliore opera prima. Altri premi alla sceneggiatura e al documentario sull'America Latina (5 mila dollari). Nella gara piú importante 20 pellicole. 5 brasiliane (di Paulo Caldas, Lina Chamie, Heitor Dhalia, Claudio Assis, Cao Hambuger); tre cubane (o di coproduzione), Camino al Eden di Daniel Diaz Torres, La notte degli innocenti di Arturo Scotto Diaz e Madrigal di Ernesto Perez. I messicani sono Carlos Reygadas (Luce silenziosa) e Paul Leduc (Cobrador: in God we trust). Quattro gli argentini (Ariel Rotter, Sandra Gugliotta, Ana Katz, Anahi Berneri, oltre alla coproduzione di Leduc). Spagnolo-boliviano è il nuovo film di Rodrigo Bellot; statunitense è Padre nuestro di Christopher Zalla; venezuelani Mi vida por Sharon di Carlos Azpurua e Postales de Leningrado di Mariana Rondon; uruguagio Matar a todos di Esteban Schreoder (coproduzione con Cile, Argentina e Germania) e colombiano El Corazon di Diego Garcia Moreno. 28 doc in gara e tra questi un film sulla strage di operaie a Ciudade Juarez, La cittá  che divora le sue figlie di Alexandra Sanchez Orozco e José Antonio Cordero; un J.C Chavez del messicano Diego Luna; Argentina latente di Fernando Solanas, Calle Santa Fe di Carmen Castillo e L'uomo delle due Avana di Vivien Lesnik Weisman (Usa). Tra i corti due italiani Garibaldi il diavolo rosso di Giannotti-Foschini e Inti illimani dove le nuvole cantano di Cordio-Pagnoncelli. Oliver Stone, Laurent Cantet, Ken Loach, Antonioni (Eros) e Gitai sono nel panorama internazionale. Tra i documentari non in gara film su Aristide (di Nicolas Rossier), Niemeyer, Cardenal e Maradona (di Vasquez); 6 novitá  italiane (di Amelio, Crialese, Brizzi, Bellocchio, Leoni e Kim Rossi Stuart) e una mega rassegna sperimentale con classici e molti film italiani (Amaducci, Cecconello, Cane Capovolto, Cuccia, Ciprí e Maresco, Pescetta, Paolo Rosa, La scomparsa di Asia Argento, Bianco e Valente, Carloni e Franceschetti, Iaquone, Saguatti e Petracci, Botiroli e Chanvillard).

 

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori