News per Miccia corta

17 - 11 - 2007

68. Quel giorno in cui tutto cominció

(la Repubblica, SABATO, 17 NOVEMBRE 2007, Pagina 46 – Cultura)

 

La protesta studentesca dilagó poi in tutto il paese, mentre molti elementi facevano sí che i conflitti fossero sempre piú radicali   

 

 

 

GUIDO CRAINZ 

 

 

Iniziava quarant'anni fa l'anno accademico 1967-68 e il movimento studentesco si annunciava giá  a novembre, occupando il 17 l'Universitá  Cattolica di Milano, e il 27 Palazzo Campana a Torino. Era il primo sbocco di una incubazione precedente e ad essa occorre guardare per comprendere il largo coinvolgimento di una generazione. Nella radicalizzazione successiva esso sembra dilatarsi al massimo ma si avvia poi al declino lasciando il campo a esperienze piú ristrette, condizionate in modo crescente dai gruppi extraparlamentari sviluppatisi sull'onda e sulle ceneri di quel movimento.

 

Nella scuola era cresciuta piú che altrove la tensione fra le trasformazioni della societá  italiana e istituzioni rimaste chiuse e arcaiche. Fra il 1962 e il 1968 gli studenti universitari erano raddoppiati, mentre gli istituti superiori erano frequentati allora dal 40 per cento dei giovani di quell'etá : erano il 10 nel 1951, poco piú del 20 nel 1961. La scuola, invece, era rimasta uguale a se stessa. «Lo studente è un sacco vuoto da riempire, dall'alto di una cattedra, di nozioni giá  confezionate»: non lo dice un volantino del '68 ma Gioventú, periodico dei giovani di Azione Cattolica, all'inizio del 1966. Quel 1966 in cui è processato il giornale degli studenti del Liceo Parini, La Zanzara, per una inchiesta su "cosa pensano le ragazze d'oggi". Si diffondono in modo informale nuovi fermenti culturali, e Michele Serra ha evocato bene quel clima ricordando Fabrizio De Andrè: «Era il compagno di banco a imprestarti i suoi dischi, lo stesso che ti aveva fatto leggere Masters o Majakovskij». Nel 1967 i Nomadi portano al successo Dio è morto di Guccini, una denuncia dei miti di una "stanca societá " e una speranza: «nel mondo che faremo dio è risorto».

 

ሠun annuncio di '68, in qualche modo, come quelli che avvertiamo nelle critiche crescenti al permanere della miseria nell'Italia del "miracolo" o alle contraddizioni della modernitá . Non a caso i due libri centrali del '68 italiano sono la Lettera a una professoressa di don Milani, una denuncia delle molte forme di emarginazione dei poveri, e l'Uomo a una dimensione di Marcuse, che ha un avvio fulminante: «Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertá  prevale nella civiltá  industriale avanzata». Entrambi escono da noi nel 1967, e nel settembre di quell'anno Giorgio Bocca parlava cosí di una figlia di amici: «Mi sforzo di capire i caratteri distintivi della sua generazione. Ebbene direi, per cominciare, un rinnovato, prepotente bisogno di ideologia. Il nostro agnosticismo diretto all'utile e al comodo, il nostro tirare a campare non li soddisfa. A Roberta piace il Fidel che dice "voglio dare alla gioventú il disgusto per il denaro", e le piace Guevara che combatte in Bolivia, si interessa ai neri in rivolta, ai vietnamiti in guerra e a ció che si muove nell'India e nel sud Africa. Ed è questo l'altro carattere che distingue lei e quelli della sua etá : l'interesse ai problemi del mondo e ai poveri del mondo». Nello stesso anno Umberto Eco descriveva nuove forme di impegno dei giovani: eppure, osservava, sono cresciuti a televisione e fumetti, «immersi in un bagno di comunicazione indistinta che – a detta degli esperti - doveva renderli insensibili ai valori».

 

Gli articoli comparivano rispettivamente su Il Giorno e su L'Espresso, e questi stessi giornali fanno cogliere bene quel che si sta muovendo nelle Universitá . «Sono stanchi di copiare il Partenone», scriveva nel 1965 Camilla Cederna soffermandosi sulle Facoltá  di Architettura, ove si avvertiva precocemente il contrasto fra una realtá  in tumultuosa trasformazione e insegnamenti inadeguati. Un evento a sé apparve nel 1966 l'occupazione dell'Ateneo romano, mossa dall'indignazione per l'assassinio del giovane Paolo Rossi da parte di gruppi neofascisti, ma all'inizio del 1967 le agitazioni si diffondevano in molte altre cittá . «Non vogliono diplomi, vogliono una scuola», scriveva Il Giorno, e riferiva poi le ragioni degli studenti pisani di Fisica: «"Noi non vogliamo diventare degli scienziati che inventano l'atomica e poi si pentono". La frase è drammatica ma assolutamente concreta. Sottoposti all'autoritá  del professore di ruolo gli studenti si applicano a una certa ricerca scientifica, ma non sanno a cosa serve. E vogliono saperlo». A Trento l'occupazione ha al centro il piano di studi della nuova Facoltá  di Sociologia, e la discussione si allarga al ruolo del sociologo: "re-filosofo", "consigliere del re" o ricercatore indipendente e critico? Spigolando fra i volantini del 1966/67: «Cittadini, lottiamo perché l'Universitá  vi dia medici migliori»; «Imparare e insegnare argomenti vivi e attuali»; «Partecipazione degli studenti alla ricerca».

 

Si delinea una inedita politicizzazione che si orienta a sinistra soprattutto perché la destra si identifica con la chiusura culturale, e che rifiuta le organizzazioni universitarie esistenti. Vi contrappone l'assemblea, il rifiuto della delega e un'ansia di partecipazione destinata a diffondersi. In questo processo si delineano peró anche nuove, potenziali élites politiche: spesso con una formazione precedente, variamente segnata dal marxismo o dai fermenti che attraversano il mondo cattolico post-conciliare.

 

All'aprirsi dell'anno accademico 1967/68 ci sono tutte le premesse per l'esplodere del movimento, e sin le sue parole d'ordine: «Contro l'autoritarismo accademico potere agli studenti», proclama il manifesto dell'occupazione di Palazzo Campana a Torino. I germi di involuzioni successive rimangono per ora in ombra ed emergono invece comunitá  studentesche che ridisegnano modelli e relazioni interpersonali, con modalitá  che appariranno anche altrove: una generazione «caratterizzata da una sorprendente volontá  di agire e da una non meno sorprendente fiducia nella possibilitá  di cambiamento», per dirla con Hannah Arendt. Nel dilagare del movimento si dissolvono le organizzazioni precedenti, si svuotano le federazioni giovanili dei partiti, si delineano linguaggi inediti.

 

Molti elementi contribuiscono alla radicalizzazione. In primo luogo l'incapacitá  dei docenti di rispondere alle domande degli studenti, il susseguirsi di irrigidimenti autoritari, balbettii e arbitrii che provocano la dissacrante e allegra ironia del movimento. «In pochi mesi – annotava ancora Bocca - si è scoperto in modo clamoroso che la didattica di quasi tutte le facoltá  umanistiche e di molte facoltá  scientifiche è inadeguata». Si aggiungano i limiti della riforma universitaria allora in discussione, che oltretutto veniva affossata non tanto dalle proteste studentesche quanto dalla resistenza conservatrice dei "baroni", ben rappresentati in Parlamento. Si opponevano ad alcuni degli aspetti innovativi della "legge Gui": l'introduzione del tempo pieno e il divieto «a fare altri dieci mestieri oltre a quello per cui sono regolarmente pagati», come annotava L'Espresso.

 

A far precipitare la situazione contribuiva l'irrigidimento repressivo predisposto da una circolare del ministro degli Interni Taviani, che disponeva: «Non appena si ha notizia di una occupazione – o della decisione in tal senso - da parte di organismi o gruppi di studenti, il Prefetto deve subito prendere l'iniziativa di mettersi in contatto con il Magnifico Rettore e comunicargli che la Polizia procederá  all'impedimento dell'occupazione o allo sgombero, qualora essa sia giá  avvenuta». Con questa circolare l'unica forma efficace di agitazione negli Atenei veniva messa di fatto fuori legge: e, in reazione, la mobilitazione studentesca si estendeva e inaspriva. Piú elementi contribuivano dunque alla radicalizzazione ed essa toglieva progressivamente spazio alle aspirazioni a migliorare l'Universitá , vista sempre piú come mero luogo di organizzazione del consenso. L'Italia d'allora offriva poi molti argomenti ai gruppi piú politicizzati, che vedevano nella scuola solo lo specchio di piú generali autoritarismi e ingiustizie sociali e su questi aspetti spostavano l'attenzione: con estremizzazioni ideologiche e semplificazioni ma contribuendo anche a innovazioni feconde, e piú in generale a nuove sensibilitá  e a una piú ampia concezione dei diritti. Su questi versanti l'Italia sarebbe cambiata in meglio.

 

L'inasprirsi dei conflitti, con il susseguirsi degli interventi di polizia e i primi scontri di piazza, si inseriva nel tumultuoso diffondersi del movimento in molti altri paesi, in un panorama internazionale segnato - per fare qualche esempio - dall'attentato al leader studentesco tedesco Rudi Dutschke, dagli assassinii di Martin Luther King e Bob Kennedy, dal maggio francese, dall'invasione di Praga, dai massacri di studenti in Messico. «Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l'ora della violenza», scriveva Pier Paolo Pasolini dopo la condanna a morte del giovane Panagulis nella Grecia dei colonnelli. Cresceva al tempo stesso la denuncia della violenza quotidiana, esplicita o occulta, della societá  occidentale, e il tema era al centro del convegno su La violenza dei cristiani che faceva affluire centinaia di giovani alla Cittadella di Assisi. La discussione era alimentata sin da un passo della Populorum progressio (1967) che condannava fermamente l'insurrezione rivoluzionaria «salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata, che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona»: e cosí indubbiamente era in larga parte dell'America Latina. In quel clima sembravano trovare qualche parvenza di legittimitá  riflessioni sulla violenza malamente desunte dalla tradizione marxista e leninista o da testi maturati in tutt'altri scenari: da I dannati della terra di Franz Fanon agli scritti di Guevara, e ad altro ancora. Parole, o poco piú, ma di lí a non molto, nel rifluire del movimento, avrebbero trovato continuazione in gruppi molto piú ristretti e sempre piú rinserrati nell'ideologia, in un quadro drasticamente mutato: segnato da forti tensioni sociali, e reso torbido dall'intensificarsi dello squadrismo neofascista e da una stagione di stragi e trame eversive annunciata da Piazza Fontana. Quelle parole avrebbero assunto allora un altro significato, e portato ad altro. Avrebbero contribuito anch'esse a condurre in un cupo tunnel. 

 

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori