News per Miccia corta

23 - 10 - 2007

Il mito infranto della rivoluzione. A novant'anni da quell'evento che sconvolse il mondo

(la Repubblica, MARTEDáŒ, 23 OTTOBRE 2007, Pagina 37 – Cultura)

 

SANDRO VIOLA 

 

Novant'anni dopo, della rivoluzione russa resta quasi soltanto il colore. Il pittoresco. Le immagini forti, gli eventi spettacolari di quei giorni dell'ottobre '17 nelle strade, nei palazzi dell'aristocrazia, nelle caserme, nei covi bolscevichi di San Pietroburgo. Queste sí, restano: immortalate da fotografi anonimi eppure geniali, da qualche spezzone di ripresa cinematografica, e dalle cronache in presa diretta di tanti testimoni. Le folle che si riversano per le strade al grido di "Pane, pane", la cavalleria cosacca che le fronteggia a sciabolate, il primo sangue sulla neve precoce di quell'autunno che sarebbe risultato il piú freddo da mezzo secolo. Le redingote e i colletti duri dei membri del governo provvisorio, il febbrile andirivieni dello stato maggiore bolscevico nelle stanze sin allora linde e silenziose dello Smolnij, il collegio per le ragazze della nobiltá  svuotato qualche giorno prima dalle Guardia rossa con i moschetti spianati.

Nel 1917 le rivoluzioni non vengono piú ritratte col bulino degli incisori o il pennello dei pittori. A partire da cinque o sei anni prima, dalla rivoluzione messicana di Villa e Zapata, sono i fotografi che s'incaricano di consegnarle alla storia. E la fotografia è capace d'un realismo senza pari, un'incisivitá , una forza suggestiva che neppure Jacques-Louis David, dipingendo sullo sfondo di un'altra rivoluzione la morte di Marat al bagno, poteva avere.

Ecco quindi indimenticabili – perfetti come un materiale di scena per registi molto esigenti – gli stivaloni di Trotskij, il "pince-nez" di Kamenev, l'Isotta-Fraschini di Kerenskij in fuga. Le bandiere rosse, i morti sull'asfalto con le mogli piangenti, i colbacchi e le mantelle color tortora dei "Chevaliers gardes", il reggimento della Zarina. Stalin che fuma una piccola pipa in un corridoio dello Smolnij, le maglie a strisce orizzontali dei marinai del Baltico, le ragazze del Battaglione femminile alla difesa del Palazzo d'inverno, la torpediniera "Aurora" alla fonda nelle acque della Neva, la Guardia Rossa in posa dinanzi alle officine Vulkan.

Quanto alle cronache, esse forniscono sí dettagli avvincenti, ma versioni di parte: e pertanto vanno lette con cautela. I partigiani della rivoluzione (per primo il John Reed dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo) ricamano infatti sull'eroismo delle folle disarmate di fronte alle sciabole cosacche, mentre i testimoni di parte zarista si soffermano sulle torme d'operai bene armati che, scesi in strada, per prima cosa svuotano le gioiellerie e i negozi di liquori. Cosí, di tutte le cronache sulle settimane precedenti il colpo di stato bolscevico, la rivolta e la presa del Palazzo d'inverno, quelle che sento piú veritiere sono i diari e le testimonianze in cui sono descritte le giornate nell'albergo Astoria. Le angosce, gli sbalzi psicologici, l'usura nervosa d'una piccola fetta del mondo che in quell'ottobre fatale sta ormai per scomparire.

Perché una cosa è certa. Dalla rivoluzione bolscevica non sorgerá , com'era stato promesso, né una societá  giusta né un «uomo nuovo», salvo che per uomo nuovo non s'intenda l'homo sovieticus: vale a dire l'uomo bianco piú povero e oppresso del XX secolo. Ma certo la rivoluzione di Lenin dissolve il mondo di prima. Tra guerra mondiale e rivoluzione russa, infatti, l'ancien régime sprofonda. Sparisce. E la sua agonia la possiamo osservare in scene marginali ma estremamente eloquenti, nella hall, al ristorante, nelle camere dell'albergo Astoria.

Mentre la rivoluzione si prepara e poi inizia la sua marcia travolgente, nell'albergo piú lussuoso di San Pietroburgo, sulla piazza Sant'Isacco, davanti al monumento equestre di Nicola I, s'è infatti radunata una singolare e febbricitante comunitá .

Diplomatici stranieri che hanno lasciato per sicurezza i loro appartamenti, ufficiali di collegamento degli eserciti alleati, e molti russi. Principi del sangue, altri aristocratici, banchieri, avventurieri, avventuriere.

L'albergo è ancora confortevole di termosifoni bollenti, vini francesi, cocaina venduta a cartocci da camerieri e barman. Al bar si mescolano le avventuriere, le contesse, gli ufficiali feriti appena tornati dal fronte. La principessa Orlov saluta gli amici prima di partire per la sua proprietá  nel Caucaso, il giovane principe Sumarokov Elston – di cui le donne dicono che è piú bello di Nijinskij – entra sventagliando il mantello foderato di zibellino. Ma di quando in quando, la pelliccia spruzzata di neve, giunge nella hall qualcuno che porta notizie di quel che avviene in cittá . E sono tutte notizie, per gli ospiti dell'Astoria, ferali. Nuove rivolte, altri saccheggi, e ogni giorno reparti di soldati, marinai o cavalleggeri che s'uniscono ai cortei degli operai.

Piú ferali sono le notizie, e piú la vita nell'albergo Astoria si fa agitata, delirante. All'ultimo piano, un finanziere ricchissimo e omosessuale fa danzare nudo, al collo una collana di perle, il giovane guardiamarina Lazarev, mentre al piano una nobile decaduta, la baronessa Keller, suona Stravinskij. Una mattina che dalle finestre dell'albergo si vedono avanzare i dimostranti, un ufficiale delle Gardes si spara un colpo di rivoltella in bocca e la baronessa Keller rotola ubriaca dalle scale. Gli spari di fucile si fanno sempre piú vicini, ma Maria Kirilovna, la moglie del direttore del teatro Marinskij, conduce come ogni sera la sua caccia agli ufficiali piú giovani.

Questo resta, dell'ottobre '17: lo sfondo pittoresco, teatrale. La materia d'un film stupendo che Ejzenstejn avrebbe forse potuto fare, ma non fece. Per il resto, l'ereditá  non potrebbe essere piú grama. Il mito della rivolta degli oppressi, del potere agli operai e ai contadini, della societá  senza classi e senza sfruttamento dell'uomo sull'uomo, tutto è giá  svanito nel 1920 quando termina la guerra civile. Subito infuria il Terrore rosso, e una nuova autocrazia si sostituisce a quella zarista. La povertá  è ancora piú tremenda di prima, e quando verso il '24 comincia ad attenuarsi e la gente non muore piú di fame nelle strade, la "patria del socialismo" entra in un periodo di penurie e privazioni che durerá  per piú di sessant'anni. Quanto alle libertá , meglio non parlarne. A ripensarla negli anni Trenta, tra fucilazioni di massa e milioni di deportati nell'arcipelago Gulag, la polizia politica degli zar – l'Ochrana – apparirá  infatti come una societá  di beneficenza.

Cosí che oggi siamo ancora a ruminare lo stesso interrogativo: com'è stato possibile che la tragedia del popolo russo, un'esperienza catastrofica come quella del comunismo, la serie ininterrotta dei fallimenti economici e sociali durata da Lenin a Gorbaciov, il precipitoso declino delle arti e della cultura russa in tutti i sette decenni dell'Urss, siano stati visti da milioni e milioni di uomini in tutto il mondo come il paradiso in terra, la piú consolante delle speranze, la meta a cui dedicare – e se necessario sacrificare – le proprie vite?

Questa è la vera, la sola cosa che resta da discutere sull'ottobre '17. Il suo incomprensibile potere di seduzione. Il mistero del fascino che ha esercitato per tanto tempo su tanta gente. Lo «charme universel d'octobre», come lo ha chiamato Franá§ois Furet nel suo libro Il passato di un'illusione. Giá  nei primi Venti, infatti, la rivoluzione bolscevica era sfuggita all'analisi politica, alla critica, per diventare oggetto d'amore e devozione. Anche d'avversione, beninteso. Ma se il rigetto da parte del mondo borghese e capitalista era comprensibile, aveva una logica, l'incantamento dei suoi fedeli risulterá  piú oscuro e indecifrabile ad ogni decennio che passa. Una magia, dice ancora Furet.

Altro non c'è da aggiungere. Salvo forse ricordare i calcoli fatti dagli economisti all'inizio degli anni Novanta, subito dopo che il comunismo sovietico era finito nella pattumiera della Storia. Non ci fosse stata la rivoluzione d'ottobre, la Russia dell'ultimo scorcio del XX secolo avrebbe avuto un reddito pro-capite da tre a quattro volte superiore di quello che aveva quando Boris Eltsin mise fuori legge il partito comunista dell'Unione Sovietica. 

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