News per Miccia corta

20 - 10 - 2007

Terroristi. Se qualcuno li guarda con simpatia

(la Repubblica, SABATO, 20 OTTOBRE 2007, Pagina 45 – Cultura)

 

 

 

 

"Il sentimento di vicinanza alle ragioni degli attentatori pur nell'orrore è rimasto vivo fino al caso Moro, che ci mostró l'insensatezza della violenza" 

 

"Se temo le accuse di giustificazionismo? Sí, ma mi pareva necessario scriverne. Non a caso ho scelto una struttura aperta" 

 

 

 

SIMONETTA FIORI

 

 

ROMA 

 

Solo la letteratura puó attraversare terreni cosí vischiosi senza perdersi. Forse anche per questo Domenico Starnone affida al suo nuovo romanzo (Prima esecuzione, Feltrinelli, pagg. 142, euro 12), alla sua forma incompiuta e volutamente "disordinata", un tema tra i piú complicati della recente storia italiana, un argomento tabú, seppellito in questo trentennio da una rimozione diffusa e quasi blindata. ሠquella zona opaca e poco confessata di contiguitá  con le ragioni dei terroristi, un gorgo fangoso che inghiottí negli anni Settanta parte della generazione di Starnone. Un grumo di sentimenti contraddittori che fa dire al personaggio ultrasessantenne di Domenico Stasi, il professore-alter ego dell'autore incaricato da un'ex allieva terrorista d'una esecuzione omicida: «Ma io mi ero giá  ritratto nei primi anni Settanta. Mi repellevano la gambizzazione, il rapimento, l'assassinio politico: un obbrobrio stupido. Immaginavo le schegge delle ossa, gli organi vitali lacerati e provavo come una vertigine che mi scagliava lo stomaco in gola. Tuttavia una parte segreta di me non riusciva a non sentire affinitá  con gli uccisori piuttosto che con la vittima, con i sequestratori piuttosto che con i sequestrati. Cancellavo parole di condanna dal mio vocabolario, evitavo etichette correnti. Stavo attento, anche tra me e me, a non dire mai assassini, criminali, aguzzini, terroristi, sentivo che non erano riducibili a quei vocaboli». Repulsione e condivisione. Disgusto e attrazione. Orrore per il sangue e l'efferatezza, e tuttavia quasi un moto di "gratitudine" per i brigatisti "chirurghi metafisici in lotta con il tumore". Emozioni inconfessabili, cuore di tenebra di quella generazione, che forse in Starnone hanno trovato uno dei pochi narratori italiani disponibili a dargli corpo.

 

Ma non teme lo scrittore l'accusa d'aver scritto un romanzo giustificazionista? Un libro non dalla parte dei terroristi, ma comprensivo delle loro ragioni? «Certo che lo temo, ma mi pareva necessario scriverne. Il romanzo tende a misurarsi con momenti del passato e del presente in cui la violenza è apparsa ad alcuni urgente e necessaria. In sostanza, ho tentato di fare i conti con l'azione armata che si scatena dalle buone ragioni. E se qualcuno mi dará  del fiancheggiatore, vorrá  dire che non ha capito niente». Nel silenzio della sua casa interrotto solo dal frusciare dei morbidi gatti, Starnone soppesa le parole. Il terreno è scivoloso, e se i congegni del romanzo tendono a calibrare, la conversazione è a rischio di sbavature. Non è certo un caso che la stessa struttura narrativa di Prima esecuzione sia incompiuta, il lettore messo dinanzi a esiti differenti: il professor Stasi che spara contro il nemico, il professor Stasi che rabbonito si rimette la pistola in tasca. Un meccanismo complesso, che mescola il piano del racconto con le riflessioni dell'autore su quel che sta scrivendo, letteratura e metaletteratura, come se al centro della narrazione ci fosse l'abbozzo ancora informe della prima stesura d'un romanzo. «Ci sono temi che per essere sviscerati non possono essere piegati alla narrazione tradizionale. La forma aperta di questo romanzo, recuperata anche in polemica con chi ha messo il Novecento letterario in soffitta, mi permette di raccontare cose che altrimenti non sarei riuscito a dire».

 

Domenico Stasi, il protagonista del racconto, è un po' come Starnone, uomo mite, di buone letture, sensibile come insegnante e come persona, costantemente indignato ma non privo di saccente benevolenza verso il prossimo. Lo racchiude la frase che introduce la sua storia: «Ero invecchiato facendo non quel che mi andava di fare ma quello che mi sembrava coerente con il sentimento che avevo di me». Conosce ogni dettaglio sulle condizioni di vita in America Latina, in Africa e in Asia. Studia la storia del pianeta per nutrirsi di ribellione. Con la sua abitudine mentale alle letture estreme - tutto e subito - è destinato a fare i conti nella fase declinante della vita. A un certo punto viene messo dinanzi alla possibilitá  di dare uno sbocco efferato a questa sua inclinazione. Stasi è tentato dal crimine, se ne sente invaso. Da sempre aspirante alla santitá , scopre improvviso dentro di sé il guizzo del rettile. «Sí, il professore sa che il mondo in cui viviamo è profondamente ingiusto. Per questo si sente piú vicino alle ragioni di chi uccide, pur provandone disgusto, che alle ragioni delle vittime. Avrei potuto scegliere come protagonista un terrorista, invece ho scelto un uomo innocente, che si sente spinto a fare i conti con un sentimento che ha attraversato trent'anni fa la mia generazione, e che ancora oggi potrebbe contagiare i ribelli. Un sentimento di vicinanza nei confronti di chi allora si macchiava di crimini orrendi, ma muovendo da ragioni che sentivamo nostre». Siamo ancora ai "compagni che sbagliano"? «No, è una riflessione su quei momenti pericolosissimi nei quali gli schemi interpretativi di cui facciamo uso ci pare portino - nostro malgrado - a scelte di violenza. Quanto piú la politica è insufficiente, e incapace di mediazione, tanto piú alto è il rischio di ribellione armata. Il senso del mio romanzo forse è proprio qui: non certo fiancheggiamento al terrorismo, ma appello a una politica che non sia gestione dell'ordinario ma capacitá  di incidere radicalmente sulle ingiustizie, sulle diseguaglianze, sulla corruzione, sulla illegalitá . Solo lo sradicamento di ció che fa marcire il paese puó mettere fine a tentazioni di azione violenta».

 

Viene da chiedere a Starnone-Stasi come il «sentimento di vicinanza con le ragioni dei terroristi» - comune negli anni Settanta a parte della generazione che oggi ha tra i cinquanta e i sessant'anni - abbia potuto sciaguratamente resistere dinanzi ai corpi di persone inermi, elette in modo dissennato a simbolo d'un sistema sbagliato, quando essi stessi ne erano vittime o si adoperavano per modificarlo. «Sí, fu una condivisione distorta e sciagurata, che peró ha segnato molti dei miei coetanei. Ebbe una durata precisa. Tutto si spezza con l'uccisione di Moro, che mette di fronte alla insensatezza della violenza, in termini umani e politici. Il vero atto eversivo sarebbe stato lasciar libero Moro, cosí come l'ha immaginato Piergiorgio Bellocchio nel suo film».

 

Sentimenti controversi, quelli dichiarati da Starnone, che per diversi decenni sono rimasti sotterranei. «áˆ prevalsa la rimozione o la liquidazione attraverso una lettura semplicistica e demonizzante anche da parte di quegli stessi che pure per un certo periodo fiancheggiarono la violenza. E intanto il mondo è rimasto cosí com'era». Altro personaggio-chiave è quello di Luciano, vecchio amico di Stasi, compagno di lotta e avventure sentimentali, che peró si ravvede per tempo, rientra nei ranghi, si mette a lavorare con i socialisti, ottiene incarichi di eccellenza, è un ammiratore del ministro Tremonti e per un certo periodo ha fatto parte del suo staff. In realtá , riflette Stasi, Luciano non è mai stato un combattente per la redenzione dell'umanitá . «Quale redenzione. Aveva senza merito una sua aura: strappava via ai meno dotati le poche cose che avevano». Uno dei tanti cinici dal pensar brillante che poi sono andati a occupare le stanze del potere. ሠun Luciano lustro, imbolsito, naturalmente arricchito a dare lezioni a Stasi di sano pragmatismo: basta con i sogni giovanili, siamo stati solo dei casinari, la realtá  è quella che è, bisogna essere ragionevoli. «La ragionevolezza», commenta Starnone, «è il far finta di non vedere l'orrore che c'è nel mondo. Ci sono i ricchi e i poveri? Ma certo, lo sappiamo, che scoperta è? Sappiamo benissimo che le cose vanno in questo modo, ma bisogna essere ragionevoli. Sono convinto che nella "ragionevolezza" - ossia nel non vedere - sia nascosta la radice di tutti i mali».

 

ሠun romanzo al fondo disperato, Prima esecuzione. «Chi ha fatto sufficiente esperienza del mondo», dice l'autore, «s'accorge che le cose mutano cosí lentamente che non basta una vita a percepirle. Il mondo, alla fine dell'esistenza, appare piú terribile di prima». Il paese evocato in queste pagine è una comunitá  che non ha niente in comune, solo competizione diseguale, mercato, divergenza, frattura, odio e voglia di sangue sotto la glassa delle buone maniere. Starnone non ignora i rischi di fraintendimento cui l'espone il suo romanzo. «Ci sará  qualcuno che tirerá  fuori la frasetta ad effetto, omettendo la calibratura nella pagina successiva. Ma contro le letture strumentali poco posso farci». Stasi non è stato un cattivo maestro. Da lui discendono la terrorista, ma anche il poliziotto. ሠl'ex allievo commissario che lo mette dinanzi alla sua infiammata radicalitá : «Se le cose le sa, perché continua a volere il paradiso in terra?». «Non lo voglio io, è una necessitá ». «Ma una soluzione intermedia no, professore? Un mondo equilibrato, con un'insalata mista di paradiso e inferno, lei si accontenterebbe?». Stasi sembra quasi arrendersi, ma la storia poi va da un'altra parte. 

 

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