News per Miccia corta

05 - 10 - 2007

Quel fantasma che non passa mai

(la Repubblica, VENERDáŒ, 05 OTTOBRE 2007, Pagina 45 – Cultura)

 

 

 

 

ሠun errore liquidare questa pattuglia come terroristi nostalgici che rivendicano pratiche sconfitte dalla storia 

 

Perché dopo tre decenni di violenza politica siamo capaci di utilizzare la memoria e mai la storia 

 

 

 

GIUSEPPE D'AVANZO 

 

 

L'arresto di Cristoforo Piancone rianima il fantasma di un terrorismo che non riusciamo a cancellare dal nostro orizzonte. Ci ricorda che quella sagoma funerea puó riprendersi la scena delle nostre pubbliche controversie. E' un tormento non ingiustificato. Il «discorso delle armi», che declina la violenza come programma, strategia, unica forma di lotta, è sorprendentemente ancora vivo in Italia. Come contemporaneo e dinamico è ancora, per alcuni italiani anche giovanissimi, il nesso tra politica e guerra dove la guerra appare la sola forma politicamente coerente di "lotta di classe". Appena ieri – era il 12 febbraio – quindici persone tra Milano, Torino, Padova sono state accusate di aver «costituito un'organizzazione terroristica d'ispirazione brigatista denominata Partito comunista politico-militare». A mettere in fila i nomi, l'etá , la storia, la cultura politica di queste Brigate Rosse anno 2007 si ricompone un puzzle di antico e di nuovissimo: uomini, quasi sessantenni, che giá  piú di venti anni fa erano sulla linea del fuoco; ventenni che non erano ancora nati quando i primi – quegli altri che potevano essere i loro padri – finivano per la prima volta in galera; latitanti, fuggiti all'estero, ritornati in Italia per dare «allo scontro della classe operaia una dimensione politico-militare»; quadri sindacali della Cgil, convinti che «la sinistra borghese al governo» impone di «scavalcare i margini del "legalitarismo" sindacale».

 

Sarebbe un errore liquidare questa pattuglia come nostalgici che rivendicano paradigmi e pratiche sconfitte dalla storia. Nei loro documenti, nelle laboriosissime discussioni interne, si scorge al contrario un accorto "minimalismo programmatico" che mostra di saper leggere le trasformazioni della societá  italiana; che appare consapevole dell'esistenza di strati sociali non rappresentati o non adeguatamente rappresentati. E' un minimalismo che minaccia di essere efficace, molto comunicativo, capace di alimentare non disprezzabili solidarietá , estese condivisioni, qualche area di interesse. Ogni focolaio di conflitto – le proteste degli autoferrotranvieri, i presidi di Val di Susa e di Vicenza, la mobilitazione della Fiat di Pomigliano d'Arco e di Melfi, la rivolta e il "separatismo" dei giovani banlieusards – conferma alle nuove Br che esiste un «proletariato metropolitano» che puó diventare un «movimento di resistenza di massa, la cui forza deve essere ricondotta nella prospettiva rivoluzionaria lavorando "all'interno" delle lotte».

 

Per evitare «le sconfitte subite dal militarismo soggettivistico delle Br», responsabili della morte di Massimo D'Antona e Marco Biagi, le attivitá  militari sono in questo progetto il sostegno propagandistico al lavoro politico in fabbrica e nel sociale, la leva per trascinare gli attori dell'antagonismo sociale su un terreno rivoluzionario. La violenza, pensano, va modulata «a un livello sostenibile» per l'organizzazione, la forza e il consenso che si ha. Mai fine a se stessa, deve rappresentare il salto di qualitá  di una protesta, di una lotta, di un conflitto.

 

E' il profilo di un terrorismo cinico, assassino, ma non disperato o autoreferenziale perché consapevole di poter contare sulle divisioni sociali, sulla rabbia dei piú giovani, sulla frustrazione di lavoratori afflitti dalla precarietá , sullo smarrimento delle comunitá , sul timore di ciascuno di perdere quel che ha senza averne in cambio nemmeno una speranza. E' in questo spazio di vuoto e di incertezza che dal Nord-Ovest al Nord-Est, nell'Italia industriale e metropolitana, le Brigate Rosse intendono ancora darsi da fare con un armamento, un'organizzazione e slogan che consideravamo morti e sepolti.

 

Dopo il crollo dei totalitarismi, è un'anomalia tutta italiana la persistenza di un terrorismo non etnico, non religioso, non razziale, soltanto politico e ideologico. Una qualche ragione deve pur esserci, no? Dove afferrarla, dove trovarla?

 

Abitualmente, quando siamo costretti a fare periodicamente i conti con questo discorso eternamente interrotto (quasi sempre per vicende come quella di Piancone), è quasi gioco forza riprendere pigramente le interpretazioni che si sono confrontate nel passato per spiegare il fenomeno. La "teoria del complotto", innanzitutto, che declina la scelta della violenza con l'antidemocraticitá  delle Brigate rosse, permeabili dunque a infiltrazioni, strumentalizzazioni, alle manovre di poteri conservativi. L'"album di famiglia", che attribuisce il binomio politica/guerra alle ambiguitá  di fondo dell'esperienza del movimento comunista italiano. Si evoca la tradizione comunista segnata dallo stalinismo, dalla clandestinitá , dal mito della "Resistenza tradita" che sembra riemergere nel sempreverde mito rivoluzionario degli anni settanta allungatosi anche in questo millennio. E ancora, il «retaggio della terzainternazionale»; il "diciannovismo" che impasta avanguardismo, disprezzo per la democrazia, antisindacalismo, ribellismo contro le organizzazioni storiche del movimento operaio. O ancora quell'idea di "autonomia del politico" che è apparsa agli osservatori piú acuti il punto di coesione della tradizione comunista con il terrorismo.

 

E' oggi, forse, legittimo e utile cercare la ragione di quell'assoluta anomalia anche altrove. Per esempio, che cosa puó raccontarci l'irrisolutezza in cui abbiamo lasciato da tre decenni il problema, con un capo e senza coda? E se la ragione dell'anomalia, della sua durevolezza la si dovesse rintracciare non da quella parte, tra i terroristi, nel terrorismo, ma da questa parte, nella societá  politica, nel discorso pubblico come pare ricordarci l'incapacitá  di discutere di terrorismo? Che cosa puó suggerirci, infatti, la cristallizzazione degli "anni di piombo" come frammento emotivo della storia comune che, sollecitato, ravviva necessariamente soltanto dolori mai dimenticati e odi sempre acerbi? Perché, dopo tre decenni, del terrorismo siamo capaci di farne soltanto memoria e mai storia, come se non fossimo ancora pronti a fissarlo finalmente «in un ordine temporale chiuso, ordinato e organizzato in base a procedimenti razionali»?

 

Sradicato dal territorio novecentesco dove è fiorito, il terrorismo italiano, le ragioni della sua immutabilitá  sembrano appartenere oggi, piú che alla storia di una "famiglia politica", alla mancanza di un'idea di nazione socialmente condivisa, a quella catena di "divisivitá " che ha segnato la nascita della nostra Repubblica, alle scorie venefiche lasciate dal forte senso di «appartenenze separate» che ancora gonfia l'interminabile spirale di reciproci risentimenti paralizzando la legittimazione degli avversari politici, impedendo la piena condivisione delle regole del gioco democratico.

 

Ancora una decina di anni fa, Norberto Bobbio e Renzo De Felice lamentavano che, nonostante fascismo e comunismo non corrispondessero piú «a nulla di attuale», la lotta politica ancora si combattesse con il richiamo al fascismo e al comunismo. «Andiamo al di lá  del fascismo e del comunismo – invocava Bobbio – perché siamo l'unico paese del mondo in cui ancora ci sono due parti politiche che si fronteggiano usando come accusa, l'una contro l'altra, quelle insegne politiche». Se si leggono le cronache, si puó misurare come l'appello sia caduto nel vuoto. Ancora oggi il deposito storico di quella contrapposizione fa capolino con prepotenza nei momenti di maggiore tensione tra attori politici che sembrano avere convenienza a lasciare libero l'originario meccanismo di divisivitá  piú che a incepparlo. Si puó spiegare cosí l'impotenza a storicizzare il terrorismo? Se questa è un'interpretazione non del tutto ingannevole, la persistenza del terrorismo nel 2007 non è un'incomprensibile infezione, ma l'esito patologico della sepsi che affligge il sistema politico e il discorso pubblico. Il capitolo senza tempo di una storia votata alla reciproca scomunica che fa, dell'Italia, un Paese circolare dove il passato non passa mai. Dove tutto scorre per non passare mai davvero. 

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