News per Miccia corta

02 - 10 - 2007

Le veritá  e la storia. Un intervento di Cecco Bellosi

 

 

Gli anni Settanta tra utopia cieca e democrazia limitata

 

Leggendo le analisi, apparentemente cosí diverse, di Sergio Segio e di Manlio Milani sugli anni Settanta, la prima reazione è stata quella di trovarmi d'accordo con tutti e due. Come se i loro scritti fossero le facce di un stessa medaglia. E, probabilmente, lo sono.

Con l'ulteriore pregio di essere riflessioni autentiche, scevre da orgoglio e pregiudizio.

L'orgoglio, che oscilla tra il vacuo e l'arrogante (salvo pochissime eccezioni), sta dentro noi ex militanti della lotta armata: «Abbiamo perso, ma la nostra è stata una scelta genuinamente e solo politica». La scelta: ma le conseguenze? I mezzi, quando sono senza ritorno, contengono il fine. Che si giustifica solo per i vincitori.

Scontata l'obiezione: negli anni Settanta solo gli uomini e le donne delle organizzazioni armate  hanno violato le regole e hanno ucciso. Non è esattamente cosí: lo hanno fatto anche parti dello Stato, che non hanno alcun interesse ad aprire una riflessione irrituale su quegli anni.

Questo non significa cercare giustificazioni da parte nostra: la violenza stava dentro il movimento giá  prima di Piazza Fontana e delle altre stragi. Ma tra la violenza di massa e la lotta armata c'è comunque un salto, che anche la risposta a quelle bombe ci ha indotto a fare, accelerando i tempi e lo spessore della nostra colpevolezza.

Uccidere in nome di un ideale, in sé, non è meno grave che uccidere per gelosia, per vendetta, o per rancore.

Forse non è un caso che sia stato Manlio Milani a rispondere su questo terreno: le vittime del terrorismo stragista, pur essendo sostanzialmente dimenticate, sono state, sicuramente e per tutti, colpite da una precisa strategia politica.

Tra i familiari delle vittime, e le vittime colpite senza essere uccise, della lotta armata di sinistra è prevalso invece finora (anche in questo caso, con poche eccezioni), sul piano politico, una forma di pre-giudizio, vale a dire di giudizio a priori: in base a questa lettura noi siamo stati soltanto una banda di criminali. Sul piano degli affetti, ogni emozione e ogni motivazione contengono un senso compiuto: per questo sia la vocazione al perdono che il desiderio di vendetta sono sentimenti da rispettare. Sul piano pubblico, l'imposizione del silenzio su quegli anni favorisce invece la rimozione, non il bisogno di capire.

Altro ancora è il discorso sul piano giudiziario: nel caso del terrorismo stragista di destra, non sono stati colpiti né gli atti né i comportamenti (con l'eccezione densa di dubbi di Bologna); nel caso della lotta armata non non sono stati colpiti tanto gli atti, quanto i comportamenti: i collaboratori di giustizia non hanno scontato praticamente nulla, altri hanno scontato o stanno scontando tutto.

Gli anni Settanta sono  passati alla storia come "gli anni di piombo". Ma ormai sono diventati anche solo ed esclusivamente gli anni del "piombo rosso". Lo stragismo di Stato e il terrorismo di destra sembra non siano mai esistiti, dispersi insieme alla loro archiviazione.

Per questo è importante una discussione franca e articolata su quel periodo.

Ivi compreso il fatto che i morti non sono da una parte sola: vi sono stati episodi come via Fracchia a Genova o l'uccisione di alcuni militanti dei NAP che rispondono piú alla logica dell'esecuzione che a quella della pericolositá  del nemico. 

La situazione non puó peró essere compresa in tutta la sua complessitá  se non si inscrive nel quadro internazionale dell'epoca. 

L'Italia, fino al 1989, è stata un Paese a sovranitá  limitata, come la Germania e il Giappone. Nonostante la Resistenza, era stata assegnata, nell'ambito della divisione del mondo, al blocco occidentale, senza alcuna possibilitá  di cambiamento o di non allineamento.

E, forse non a caso, Italia e Germania sono stati gli unici due Paesi dell'Europa occidentale a esprimere forme significative di terrorismo politico di sinistra.

La divisione del mondo in blocchi e la Guerra Fredda non ammettevano alcuna possibiltá  di cambiamento di campo: ogni sussulto, in luoghi piccoli come Cuba, o periferici (per il mondo di allora) come il Vietnam, ha scatenato crisi e guerra reale. Figuriamoci al centro dello scacchiere di quella forma particolare di conflitto: ogni tentativo di ribellione nei Paesi dell'Est europeo, aderenti per amore o per forza al blocco sovietico, è stato stroncato con estrema durezza. In Ungheria, in Polonia, in Cecoslovacchia.  Senza significative reazioni dall'altra parte della barricata: in fondo, si trattava di problemi interni.  

Nell'Europa occidentale le socialdemocrazie scandinave hanno navigato su rotte sicure; in Gran Bretagna gli anticorpi anticomunisti del Labour Party hanno garantito la lealtá  occidentale anche nei periodi di governo di sinistra (si puó dire che gli unici filosovietici di rilievo stavano nei servizi segreti); la Francia, pur gelosa della propria autonomia, era comunque considerata uno dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale, mentre  il gollismo ha costruito una maggiore stabilitá  interna; in Spagna, Portogallo e Turchia neanche c'era da discutere sull'anticomunismo contenuto nei cromosomi di governi fascisti e autoritari; quando, in Grecia, la situazione non è apparsa del tutto sotto controllo, si è dato il via al colpo di stato dei colonnelli.

Ma Germania e Italia rappresentavano le situazioni a piú alto stato febbrile.

In Germania il problema è stato risolto dividendo il Paese in due: di lá  i comunisti, di qua l'Occidente. In Italia, ci si è limitati ad anestetizzare il Partito Comunista sul piano istituzionale: tutto avrebbe potuto fare, fuorchè governare, per consapevolezza altrui e propria. «Con il 51% non si puó governare» poteva apparire come una bestemmia sul piano della democrazia  formale: in realtá  significava dare visibilitá  all'impossibile.  

Questa realtá  ha determinato la scissione tra piano istituzionale, politico e sociale. Solo il primo, quello della collocazione di campo a qualunque costo, non poteva essere scalfito. E, per mantenere la posizione, tutto diventava possibile. Tra ragion di stato e democrazia, in caso di contrasto reale o latente, non vi era dubbio su chi avrebbe avuto la meglio. Il riciclaggio e l'utilizzazione del personale di polizia (e non solo) proveniente dal fascismo e dall'OVRA, la costituzione di Gladio, i rapporti del partito-regime (credo si possa legittimamente parlare di regime perché il quadro politico era immutabile) con il sottopotere d'ordine della mafia erano funzionali alla difesa del quadro istituzionale. In questo contesto, persino le stragi e i tentativi o le allusioni di golpe assumevano un carattere di stabilizzazione dell'unico quadro politico possibile.

Non ha molto senso allora parlare del coinvolgimento di "servizi segreti deviati" nelle stragi fasciste, ma di un ruolo attivo dei servizi segreti dello Stato italiano nelle stragi. I servizi segreti, per definizione, svolgono le attivitá , anche nelle democrazie, che non si possono dire: il lavoro sporco. E lo fanno non per se stessi, ma per lo Stato che rappresentano: quando la CIA ha organizzato lo sbarco alla Baia dei porci a Cuba, lo ha fatto in nome e per conto del presidente degli Stati Uniti, il presidente piú democratico avuto da quel Paese nel periodo della Guerra Fredda; quando il Mossad è andato in giro per il mondo a  eliminare sistematicamente esponenti della guerriglia palestinese, lo ha fatto in nome e per conto del governo israeliano; lo stesso vale per le azioni dei servizi inglesi nei confronti dell'Irlanda o, dopo il 1976, dei servizi della democrazia spagnola  contro l'ETA. Tutti organismi che hanno fatto quello che il governo, o la sua parte decisionale, si aspettava da loro.          

In Italia vi è stata, in quel periodo un'alleanza strumentale tra  servizi e terrorismo neofascista: ma non erano tanto Guido Giannettini e Franco Freda a utilizzare i servizi, quanto il contrario.

Vi sono stati poi sia condizionamenti da parte dei servizi alleati che incursioni da parte di quelli nemici: senza cedere alle suggestioni della dietrologia, è fuor di dubbio che il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro sono stati seguiti con attenzione interessata, se non con favore, negli Stati Uniti, in Unione Sovietica e negli apparati di sicurezza italiani. 

Contemporaneamente peró, l'Italia è stato il Paese dell'Occidente in cui, negli anni Settanta, si è espressa la maggiore tensione sociale al cambiamento: dalle lotte operaie a quelle per l'affermazione dei diritti civili e sociali. E la forza dell'opposizione politica ha permesso non solo il consolidamento delle conquiste operaie, ma anche una legislazione molto avanzata sulle questioni piú delicate. La legge 180 sulla chiusura dei manicomi, la legge 354 sulla riforma del diritto e del regolamento penitenziario, la legge 685 sulla droga sono state, per buona parte, la traduzione di quei movimenti. Anche se, subito dopo, è iniziata l'inversione di tendenza.

La politica si è trovata in mezzo tra mobilitá  sociale e immodificabilitá  istituzionale: in altri termini, poteva anche cambiare tutto, dai consigli operai, all'abbattimento dei muri manicomiali, alla cura invece del carcere per le persone tossicodipendenti,  ma non poteva cambiare l'assetto dello Stato.

Gli anni Settanta in Italia si sono mossi su questo terreno scosceso, complesso e contraddittorio. Lo Stato aveva una Costituzione democratica, ma alcune sue istituzioni essenziali vivevano la democrazia come un seplice orpello; le stragi sono state, allo stesso tempo, fasciste e di Stato;  il PCI si caratterizzava come il piú grosso vaso recettore  dell'azione dei movimenti ma anche come un insopportabile freno alle istanze degli stessi, fino all'implosione delle due societá ; la DC si caratterizzava come un partito popolare, di potere all' interno e suddito verso l'esterno; i movimenti  erano mossi da una forte passionalitá  ma erano anche intrisi di violenza e pervasi dal massimalismo;  la lotta armata è stata un fenomeno autonomo e allo stesso tempo strumentalizzato.       

Mentre la repressione democratica ha seminato morti di serie B.

Tornando al nostro specifico, la lotta armata si è caratterizzata soprattutto per due elementi: la non accettazione dell'impossibilitá  a cambiare il quadro istituzionale esistente (con la conseguente accusa di opportunismo rivolta al PCI) e la radicalizzazione dello scontro sociale, con l'idea di poterlo guidare.
In questo quadro,  noi siamo stati sia soggettivamente attori che oggettivamente burattini: la differenza, sottile, sta nel livello di visibilitá  dei fili. Siamo stati attori senza un copione scritto da altri, perché abbiamo seguito le istanze rivoluzionarie che ci mordevano dentro e abbiamo pensato, in molti, di poter essere l'avanguardia di un movimento di massa: cosa che peraltro, in parte e fino al 1977, è avvenuta. E, allo stesso tempo, siamo stati dei burattini perché la sottovalutazione della realtá  interna e internazionale ha permesso ai veri poteri forti di utilizzare in chiave securitaria le paure e i drammi che noi abbiamo seminato. Senza necessariamente pensare ai fantasmi di una direzione "altra" della lotta armata, che è stata diretta solo da passione autentica e da ottusitá  ideologica.     

La lotta armata è stato un errore grave, denso di conseguenze drammatiche per chi l'ha subita ma anche per chi l'ha promossa. La nostra sconfitta è stata umana e politica. Ha vinto lo Stato democratico, ma non ha vinto soltanto con le armi della democrazia: basti pensare al ricorso alla tortura e all'utilizzazione perlomeno disinvolta di alcuni pentiti in libertá .

La Prima Repubblica, proprio perché limitata nella sostanza della dialettica democratica, era attraversata da una forte fragilitá  interna, tanto è vero la Tempesta del 1989 ha finito per spazzare via tutti i partiti che l'avevano rappresentata: il crollo del socialismo reale e Tangentopoli hanno solo sancito la fine di un percorso, quello dei confini invisibili. Anche in questo caso, come quello della Germania dei confini visibili.    

 

Cecco Bellosi

 

    

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