News per Miccia corta

01 - 10 - 2007

La memoria e le vittime. Un intervento di Francesco Barilli

Caro Giovanni,
ho scoperto da poco il suo sito, per il quale le faccio i piú sinceri complimenti. Vorrei entrare nella discussione sui cosiddetti "anni di piombo", nata a seguito delle recenti lettere di Sabina Rossa, Sergio Segio, Manlio Milani, Giovanni Berardi. Lo faccio in punta di piedi e – non lo nascondo – con molto timore: l'argomento è ovviamente delicato per chiunque abbia a cuore la veritá  storica su quegli anni; ma lo è doppiamente per chi da quegli episodi è uscito con ferite che mai si rimargineranno.
Conosco personalmente Sergio Segio e Manlio Milani (proprio grazie a Manlio ho saputo dell'esistenza di questo sito). Storie diverse, per certi versi potremmo grossolanamente definirle opposte: il primo protagonista della lotta armata, il secondo vittima del terrorismo che insanguinó Piazza della Loggia a Brescia. Voglio bene ad entrambi; umanamente, ma pure perché vedo in loro luciditá  intellettuale e quella "voglia di sapere" che sembra mancare a molti in Italia, dove sembra ci si voglia accontentare del sommario e lacunoso resoconto che ci sta trasmettendo la storia.
Leggo dunque le parole di Giovanni Berardi. Non lo conosco personalmente, ma gli porto rispetto: nessuno puó permettersi di misurare il dolore altrui, ma sicuramente il suo è vasto, incolmabile e (forse il termine piú corretto) irrisarcibile. Inoltre, ognuno reagisce a modo proprio al dolore, in qualunque modo venga inflitto e qualsiasi sia la matrice di provenienza. Non si tratta dunque di contrapporre chi, per dirla con le parole di Sabina Rossa, "ha sempre cercato l'uomo che sta dietro al reato, ha sempre voluto, anche se con difficoltá , capire la sua vicenda umana, la sua storia, il perchè delle sue scelte", a chi oppone una chiusura totale a quei percorsi: si tratta di approcci da guardare con rispetto, anche laddove non li si condivide.
Proprio per questo una cosa non mi convince nell'intervento di Berardi: l'apparente convinzione di essere il depositario dell'unico e solo atteggiamento che una vittima del terrorismo dovrebbe avere verso i propri carnefici. Una convinzione che sembra chiudere le porte della discussione – ovviamente al di lá  delle intenzioni – non solo a quelli come Segio, ma pure a Sabina Rossa e a Manlio Milani, il cui approccio verso gli anni '70 non prescinde dal contributo degli ex terroristi (posto che questi ultimi a loro volta si propongano con atteggiamenti costruttivi come – mi sembra – ha fatto Sergio).
Berardi sembra sposare la teoria di chi vorrebbe che ai protagonisti di quegli anni fosse imposta, quasi quale pena accessoria (e permanente) a quella penale, la condanna al silenzio.
A questo proposito mi perdonerá , Dott. Fasanella, se riprendo quanto ho scritto in altre occasioni. Ritengo che questo tipo di atteggiamento sia umanamente comprensibile, ma diffido di chi – specie tra i politici – lo appoggia. E mi permetto di far suonare un campanello d'allarme proprio alle vittime del terrorismo: temo che chi li sostiene in questa istanza sia interessato piú a stendere un velo di silenzio su quegli anni, piuttosto che a concedere alle vittime una sorta di risarcimento morale sotto la forma discutibile (e non so quanto efficace) di una condanna al silenzio verso gli ex terroristi. Ho la sensazione che quella condanna, qualora realizzata, rischierebbe d'essere estesa tanto ai carnefici quanto alle vittime, perché la violenza politica degli anni '70 e '80 è una memoria scomoda per quanto emerso ma pure (soprattutto?) per lo strato tuttora sommerso.
Non so se i parenti delle vittime si rendano conto che il silenzio invocato per i loro carnefici rischia di trasformarsi in un boomerang per la loro stessa, legittima e sacrosanta, sete di veritá  e giustizia: spero non si accontentino del ruolo di immaginette da tirare fuori negli anniversari per essere poi riposte nei cassetti impolverati della memoria scomoda.
Berardi scrive "... alcuni ci accusano, confondendo i ruoli, di essere portatori di odio, di rancore, di vendetta, di guardare indietro - come se questi ultimi trent'anni fossero passati invano". Ha perfettamente ragione, l'atteggiamento delle vittime non va liquidato come "vendettismo", ma proprio per questo ritengo che su quegli anni sarebbe utile una discussione, senza ambiguitá  e reticenze, con tutti i soggetti coinvolti. Solo a quel punto si potrebbe parlare di una possibile chiusura degli anni di piombo e pure i parenti delle vittime potrebbero dire di aver ottenuto quella giustizia che è dovuta a loro e all'intero Paese. Con la veritá  e con l'apporto di tutti, non certo con l'imposizione del silenzio. Proprio perché, come ricorda lo stesso Berardi, "Guai a quel Paese che dimentica il suo passato, poiché è destinato a riviverlo", e perché esiste chi quella stagione preferirebbe dirla chiusa piuttosto che interrogarsi sui processi storici e sociali che l'hanno provocata.

Francesco "baro" Barilli
www.reti-invisibili.net

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