News per Miccia corta

26 - 09 - 2007

Con una lettera Sabina Rossa risponde a Sergio Segio

SABINA ROSSA A SERGIO SEGIO: AIUTATECI A CERCARE LA VERITA'







Caro Giovanni,

penso sia doveroso da parte mia portare un contributo al dibattito che si è scatenato nel tuo blog dopo l'intervento di Sergio Segio.
Vorrei fare innanzitutto una premessa.
Il punto di osservazione di chi è stato in prima persona vittima del terrorismo, di chi ha sofferto in prima persona la morte dei propri cari, di chi tutt'oggi si porta dietro le ferite fisiche e morali con cui necessariamente ha imparato a convivere, non è facile.
ሠun punto di osservazione che riguarda purtroppo una platea molto vasta, fatta di percorsi personali, percorsi molto intimi, nei quali interagiscono molteplici fattori: psicologici, etici, culturali che possono essere diversi e dare quindi risposte diverse, non sempre condivisibili, ma comunque degne del massimo rispetto.
D'altra parte lo scrivere, da parte delle vittime la propria storia, come sta avvenendo di recente, credo significhi e rappresenti un passaggio importante, una volontá  di uscire da una dimensione privata del vissuto, del dolore, ed entrare in una dimensione pubblica che manifesta altresí la volontá  di partecipare alla trascrizione di questa nostra storia recente.
Io, ogni volta che ho incontrato ex terroristi, anche chi partecipó all'uccisione di mio padre, ho sempre cercato l'uomo che sta dietro al reato, ho sempre voluto, anche se con difficoltá  capire la sua vicenda umana, la sua storia, il perché delle sue scelte.
Ho incontrato uomini, donne che a tanti anni di distanza erano ben diversi da come li immaginavo.
Il tempo inesorabilmente li aveva cambiati e non solo nel fisico, e si respirava evidente il peso di scelte che avevano distrutto anche la loro vita.
Carnefici, ma anche vittime di una tragedia storica, di cui non sono stati gli unici registi e probabilmente gli unici responsabili.
Certo, la vittima è per definizione innocente, e questo ruolo non puó appartenere a un ex terrorista, ció non significa che chi ha pagato il conto, chi ha cercato di riabilitarsi, non abbia il diritto di parola e non possa contribuire, se possibile, a dipanare un periodo della nostra storia recente che è ancora quasi tutto da scrivere.
Questo ruolo, di fatto non è mai stato loro negato, anzi si puó dire che il protagonismo degli ex terroristi si è manifestato in modo fin troppo evidente. In una logica di spettacolarizzazione dell'informazione che oltre che irritare, non ha certo contribuito a scrivere sempre pagine di veritá .
Tornando all'intervento di Segio, posso essere d'accordo con lui, sul fatto che sia un atteggiamento storicamente semplicistico, descrivere come vocazione criminale le motivazioni di chi, per usare le sue parole, "subí l'abbaglio rivoluzionario, le circostanze e le tossine culturali, di chi abbracció le armi fino ad uccidere".
Il quadro fu indubbiamente un po' piú complesso....
Che ci siano state dinamiche oscure e che queste dinamiche abbiano potuto interessare ambienti della politica, del potere economico,degli apparati dello Stato e soprattutto dei servizi segreti e che tutto questo abbia potuto interagire con quanto i terroristi rappresentavano e facevano al di lá  della loro volontá  intrinseca, tutto questo va ben oltre la vocazione criminale di alcune decine di schegge impazzite con il mito della resistenza tradita.
La storia di quegli anni è stata anche una storia di coperture e connivenza, ma anche di omissioni e gravi responsabilitá  che quasi collimano con la connivenza.
Che nel piatto del terrorismo abbiano messo le mani in molti, oggi è una certezza, ma quali siano queste mani non si è ancora riusciti a saperlo.
Certo, in questo senso gli ex terroristi non ci hanno aiutato molto.
L'intervento di Segio è a mio giudizio comunque apprezzabile, non cerca sconti di responsabilitá , e sottolinea un aspetto vero: i tanti morti, le tante vittime di quegli anni.
Vittime del brigatismo, dello stragismo, ma anche vittime della repressione dello Stato, che sono state spesso dimenticate, con una logica di selettivitá  della memoria che certo non fa onore alla nostra democrazia.
ሠaltresí condivisibile, Segio, nel dire che " non si puó seriamente riflettere su quelle vicende se non leggendole nel loro contesto".
Il problema è la lettura del contesto.
Ció che non condivido è l'immagine che lui dá  dell'Italia di quegli anni: un paese percorso da un forte e violento conflitto di classe, un paese privo di certezze democratiche, un contesto storico insomma da guerra civile.
Un approfondimento credibile di quel periodo, non puó prescindere da ció che rappresentarono milioni di persone che, proprio in quegli anni difficili, seppero rendersi interpreti di grandi pagine di lotta e partecipazione democratica.
Operai, studenti, uomini e donne, semplici cittadini interpreti di quell'Italia democratica che seppe sconfiggere il pericolo golpista, lo stragismo e il terrorismo.
Quell'Italia non rispose con la violenza ma vinse con la forza della democrazia, e con il contributo determinante del sindacato e dell'allora Partito comunista.
E questo è un dato essenziale, che troppe volte si vuoi far dimenticare, ma che rappresenta un patrimonio di democrazia da restituire alla memoria di quegli anni.
Chi fu interprete determinate di quelle scelte, di quell' "abbaglio", e oggi propone con onestá  intellettuale un'analisi seria, non puó continuare a manipolare ideologicamente la realtá .
La lotta armata, la strategia della tensione e la violenza politica diffusa, pur se interagenti tra loro furono in realtá  aspetti diversi e indipendenti.
Il dato inequivocabile è che il brigatismo, fu un'espressione piccolo borghese, pervasa da un'anelito operaista che non trovó mai reale riscontro, di fatto, neanche ideologico.
E fu un fenomeno drammaticamente grave, non solo perché si lasció dietro una scia interminabile di sangue innocente, ma anche, e storicamente questa è una responsabilitá  inalienabile, perché è stato un fattore di forte contrasto al processo di sviluppo democratico e sociale del nostro paese. E di questo, forse, ancora oggi, ne soffriamo le conseguenze.


Un caro saluto

Sabina Rossa
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