News per Miccia corta

13 - 09 - 2007

Manlio Milani riponde a Sergio Segio

Manlio Milani riponde a Sergio Segio





Ecco la lettera di Manlio Milani, presidente dell'associazione familiari vittime della strage di piazza della Loggia.

L'intervista ad Antonia Custra ha dato spunto a Sergio Segio per fornire motivi di riflessione sulla violenza degli anni "˜70/80. Lo fa in un modo che sollecita rispetto per il suo percorso. E' giusto prenderne positivamente atto cercando di avviare quella discussione civile che abbia come scopo quello di comprendere, far capire; spiegare, quanto avvenuto in quegli anni. E per andare oltre.

Antonia Custra – cosí io l'interpreto - cerca di trovare se stessa, e gli affetti che, giovanissima, violentemente le sono stati impediti di vivere, per superare quella "prigionia" del ricordo che puó portarti a fomentare, dentro te stesso e nella societá , odio anzichè comprensione del "perché" di quanto accaduto. Nel suo percorso cerca non solo "di capire chi sono gli assassini" ma coglierne le motivazioni "ideali" che hanno portato quei giovani ad uccidere, spingendosi fino al punto di considerare "loro stessi, come vittime". Una coraggiosa riflessione dentro la propria sofferenza ma con lo sguardo rivolto al futuro.

A sua volta
Sergio Segio riconosce non solo che "la lotta armata fu un grave errore" dettato da un "abbaglio rivoluzionario", ma anche le proprie responsabilitá  in quanto essa fu "sinanchè un orrore, perché appunto è costato vite umane" , comportando "disumanitá  e disumanizzazione, sottolineando come "la responsabilitá " di quelle morti sia "innanzitutto di chi ha premuto il grilletto, di chi ha partecipato a omicidi e ferimenti". Sono affermazioni importanti che creano idonei presupposti ad un confronto, ripeto, civile.






Scrive Sergio Segio che per riflettere su quel periodo è necessario collocarlo nel suo contesto storico (ma che a mio avviso va richiamato in tutta la sua ampiezza e complessitá ) e, per ricordarci il clima di quegli anni, richiama alla nostra memoria una serie di episodi delittuosi – dalle vittime delle stragi di destra a quelle della repressione statale – vittime dimenticate e sostanzialmente non riconosciute (si pensi come esempio, a Pinelli). Sono vicende che fanno da sfondo alla scelta armata di molti di loro e sottolineano una sfiducia nelle istituzioni statali, nei suoi rappresentanti (con molti funzionari segnati dalla continuitá  con il fascismo) e nel PCI che, con il compromesso storico rinuncia a prospettive "rivoluzionare".

Ció che dimentica Segio peró è che gli anni settanta non furono solo anni di terrore (diversamente da come strumentalmente li presenta la destra), ma anni di grandi conquiste democratiche realizzate con un amplissima partecipazione. Ed è questa "partecipazione" il dato essenziale che oggi si vuol far dimenticare. Per questo considero un errore profondo la distinzione che fa Segio laddove afferma che "Quell'Italia dell'inizio della lotta armata, non era insomma l'Italia democratica che oggi conosciamo e diamo per scontata".

Per spiegarmi ricorro all'esperienza personale legata alla strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (per chiarezza preciso che quella mattina ho visto morire davanti a me mia moglie e dei miei carissimi amici). A quella strage Brescia non risponde con la violenza ma con la forza della democrazia, organizzata da sindacati, forze politiche e sociali. La difesa delle Istituzioni è assunta dal servizio d'ordine composto esclusivamente dai cittadini; i fischi alle massime autoritá  dello Stato presenti, sono la richiesta di cambiare classe dirigente. In questo modo fu sconfitto, dall'Italia democratica di allora, il disegno del terrorismo stragista di destra degli anni '70 e poi quello brigatista e del radicalismo di destra.




Se ripenso a quei giorni, a quella risposta corale alla strage, vi trovo l'essenza stessa della lotta Resistenziale sancita dalla pluralistica Carta Costituzionale: fiducia nella capacitá  dell'uomo di cambiare anche di fronte alle piú dure avversitá .
Fu sulla base di questa consapevole ereditá  (e non del suo "mito") che molti di noi hanno iniziato il percorso, che dura ormai da 33 anni, della testimonianza, del fare memoria, nel sollecitare dialogo.

Tutto ció nonostante il - parziale - fallimento della giustizia che non ha saputo individuare i colpevoli anche, o forse soprattutto, perché uomini delle istituzioni hanno osteggiato, deviato, il lavoro della magistratura. E questo avveniva mentre altri uomini delle istituzioni operavano per affermare principi di veritá .

Ma in quella risposta alla strage di Brescia o meglio, alle stragi (Segio ricorderá  certamente le centomila tute blu ai funerali di Piazza Fontana) vi ritrovo anche il vero risultato che ha segnato il "˜900: la vittoria della democrazia, delle sue regole, dei suoi strumenti istituzionali che ha saputo sconfiggere i vari totalitarismi.

Riconoscere questa "forza della democrazia" partecipata significa accettare non solo una chiave di lettura di quegli anni, ma rendersi consapevoli che a maggior ragione, oggi, essa è valore dirimente rispetto a qualsiasi altra forma di azione politica, linguaggio compreso. E che impegna tutti, anche rispetto al passato, Dico questo pensando alle scarse reazioni di condanna per quanto detto, ad esempio, da Scalzone al suo rientro in Italia; o come fa Segio, che giudica "eccessive e un po' isteriche" le reazioni in merito alle dichiarazioni di Fanny Ardant, o ancora, a quanto scrive Erri De Luca su Le Monde contrario alla possibile estradizione dalla Francia della brigatista Marina Patrella. Su questi punti non si puó essere titubanti proprio in virtú di quell'esperienza.




Se parallelamente guardiamo – come ci sollecita a fare Marica Tolomelli nel bel saggio "Terrorismo e societá " - all'esperienza del terrorismo in Germania, ci rendiamo conto che lí esso fu sconfitto anche perché gli stessi intellettuali ad un certo punto, isolarono i terroristi poichè si prefiggevano di rimettere in discussione le strutture istituzionali democratiche. Quegli intellettuali non dissero di stare "né con lo Stato, né con le BR", ma scelsero le istituzioni. Tutto ció non significa tacere o accettare supinamente le decisioni del "potere", ma ribadire che il conflitto è dialogo "dentro" le regole democratiche.

Partendo da questa valutazione, chiedo a Sergio Segio (ma non solo a lui) di non limitarsi a denunciare "l'abbaglio rivoluzionario", ma di approfondire le ragioni di quella scelta senza ignorare l'interrogativo: perché fu da alcuni ritenuta "inevitabile" la scelta della lotta armata di fronte ad un movimento di massa che - pur tra contraddizioni e limiti - rivendicava forme piú avanzate di democrazia "dentro" questo sistema?

Non ho dubbi che il terrorismo di "sinistra" nasca come fatto endogeno alla storia italiana ed a certi "miti" interpretativi della cultura di sinistra. Eppure mi rimane un dubbio: perché un magistrato come Alessandrini viene ucciso da un commando di Prima Linea mentre stava per mettere a nudo le responsabilitá  della destra eversiva e di apparati dello Stato? In che termini sono state valutate le conseguenze di quell'omicidio? Posso "comprendere" l'uccisione del Giudice Amato da parte dei Nar di Fioravanti: in gioco c'erano loro. Ma Prima Linea che interesse aveva a bloccare quell'inchiesta?




Ecco, io credo che una discussione su quegli anni non possa prescindere da questi punti cercando soprattutto di guardare alla propria esperienza senza vederla in contrapposizione ai comportamenti altrui o come inevitabile reazione di quanto prodotto da altri. Ció di cui si ha bisogno non è una sorta di memoria "selettiva" di quegli anni, ma di una loro visione complessiva.
In tal senso concordo con Segio che la discussione non puó avere come interlocutori soltanto le vittime e gli autori di quei delitti. Essa chiama in causa la politica e la sua classe dirigente, le sue responsabilitá  che possono anche essere diverse a seconda del ruolo ricoperto. Ma nessuno, sono convinto, ne è escluso.
La destra deve avere il coraggio di guardare alla "strategia della tensione" sfogliando il proprio album di famiglia. Cosí come la sinistra deve uscire da una sorta di "senso di colpa" perché molti dei terroristi di sinistra appartenevano al proprio album di famiglia. Cíó vale a maggior ragione per coloro che per decenni hanno governato questo Paese.

Il 28 maggio scorso, intervenendo in Piazza Loggia in occasione del 33° anniversario della strage, ho proposto di definire una sorta di "patto" tra le varie forze politiche perchè ognuno possa parlare di quegli anni partendo dalla propria storia e senza che questa venga strumentalizzata dalla parte avversa. Un patto che partendo dalla condivisione dei fatti, cosí come sono stati accertati dalla Magistratura e dalla Commissione Stragi, permetta di creare quel clima entro il quale sia possibile ad ognuno esprimersi liberamente. Credo che questa strada possa portarci – nella chiarezza – oltre quegli accadimenti.

Restano le vittime, i loro familiari. Nessuno potrá  dimenticare di quanto sono stati incolpevolmente privati. Ma se questa strada verrá  da tutti affrontata diventerá  possibile riparare e riconciliare, riconoscere i fatti senza annullare le responsabilitá . E senza dimenticare. L'intervento di Sergio Segio va nella giusta direzione.


Manlio Milani
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