News per Miccia corta

07 - 09 - 2007

Secondo Cossiga, un accordo tra il giudice Caselli e la polizia, il ``pentito`` Roberto Sandalo fu usato come agente provocatore

"Dalla Chiesa mi spiegó che secondo le sue informazioni Sandalo era giá  stato arrestato in segreto, e poi rimesso in libertá  a seguito di un accordo tra il giudice Caselli e la polizia, con l'obiettivo di usarlo come agente provocatore e incastrare Donat-Cattin". Cosí l'ex capo dello Stato e giá  ministro dell'Interno Francesco Cossiga sul "Corriere della Sera" di oggi.

Piú o meno la stessa  cosa - un doppio arresto, di cui il primo mantenuto segreto - si era sospettata anche per Patrizio Peci, il primo "pentito" delle BR.

Particolari e vicende che rendono penose le retoriche, sempre spese a piene mani,  sul terrorismo battuto con gli strumenti della democrazia. Anche in quei frangenti furono molte le illegalitá  di Stato, le scelte di "realpolitik",  l'uso disinvolto - e illegale - di strumenti sbrigativi: dalle torture sugli arrestati all'uso di infiltrati e agenti provocatori, come nel caso che ora Cossiga ha rivelato.

Si attendono reazioni. O piú probabilmente il consueto silenzio.

 

 ("Corriere della Sera, 7 settembre 2007")

 

Aldo Cazzullo

 

Presidente Cossiga, nel libro scritto con Pasquale Chessa "Italiani sono sempre gli altri", che la Mondadori sta per mandare in libreria, lei rivela di aver davvero avvertito Carlo Donat-Cattin che suo figlio Marco era un terrorista di Prima Linea. Era il 1980. Lei era presidente del Consiglio, Donat-Cattin era il suo ministro del Lavoro e vicesegretario della Dc.

«áˆ cosí. Vennero da me Virginio Rognoni, che era il ministro dell'Interno, e Flaminio Piccoli, segretario della Dc. Patrizio Peci, il primo pentito del terrorismo, aveva cominciato a parlare. E aveva fatto il nome di Marco Donat-Cattin. Rognoni mi chiese: "Diglielo tu a Donat-Cattin, perché io non ci vado d'accordo"».

 

E lei?

«Presi su di me la grana. Verificai la notizia con il generale Dalla Chiesa. E avvertii il mio ministro che suo figlio era ricercato. Va detto che non sapevo di quanti e quali reati si fosse macchiato il ragazzo; ignoravo che fosse nel gruppo che aveva assassinato il giudice Alessandrini. E chiesi a Donat-Cattin di dire al figlio di consegnarsi e raccontare tutto quanto sapeva».

 

Il padre come reagí?

«Scoppió a piangere. Mi disse che non sapeva dove fosse suo figlio, ma sperava di entrare in contatto con lui attraverso un suo amico, un ragazzo che aveva aiutato a uscire dal giro, raccomandandolo per fare l'ufficiale degli alpini. Roberto Sandalo».

 

Sandalo non era affatto uscito dal giro.

«áˆ quello che mi disse Dalla Chiesa, quando glielo chiesi. Anzi, Dalla Chiesa mi spiegó che secondo le sue informazioni Sandalo era giá  stato arrestato in segreto, e poi rimesso in libertá  a seguito di un accordo tra il giudice Caselli e la polizia, con l'obiettivo di usarlo come agente provocatore e incastrare Donat-Cattin».

 

Addirittura? Non le pare un'enormitá ?

«Dalla Chiesa ne era convinto».

 

Marco Donat-Cattin era giá  lontano, in Francia. E lei cosa fece?

«La vera ingenuitá  la commisi quando ne parlai con il segretario del partito comunista, Enrico Berlinguer. Stiamo per salire sull'aereo diretto a Belgrado, per i funerali di Tito, quando il capo della polizia Giovanni Rinaldo Coronas mi avverte che è partito il mandato di cattura per Marco Donat-Cattin. Mi viene spontaneo raccontare in diretta la tragedia a Berlinguer. ሠil mio compagno di viaggio, ed è pur sempre mio cugino. Ma è anche il capo del principale partito di opposizione. E questo forse l'ho sottovalutato ».

 

La solidarietá  nazionale era finita l'anno prima. Donat-Cattin era stato uno dei protagonisti del "preambolo", il cambio di strategia della Dc che escludeva accordi di governo con i comunisti.

«Berlinguer era ossessionato dall'esigenza di dimostrare che senza il Pci non si poteva governare. Cosí chiese le mie dimissioni, ma il suo vero obiettivo era escludere dalla maggioranza di governo il Psi di Craxi. Annunció una raccolta di firme per la mia incriminazione, e mandó il suo portavoce Tonino Tató dal mio, Luigi Zanda, con un messaggio: se mi fossi dimesso, la campagna contro di me sarebbe finita».

 

E lei si dimise.

«Rifiutai di scaricare la responsabilitá  su Rognoni o sul capo della polizia. E rifiutai di scaricare Donat-Cattin, come mi chiese ancora Berlinguer, con un'ultima offerta».

 

Come andó?

«Enrico organizzó una cena a casa di Ugo Pecchioli, mio "omologo" nel Pci quand'ero ministro dell'Interno».

 

L'uomo che le aveva detto, dopo il sequestro di Moro e le prime lettere del prigioniero: "Da questo momento Moro è per noi politicamente morto"?

«Lui. Sul caso Donat-Cattin, Pecchioli si era schierato dalla mia parte. Come Ingrao. E Pajetta, che sostenne: "Non so cosa Cossiga abbia veramente detto a Donat- Cattin; ma so che ha detto né piú né meno di quanto avrebbe detto a ciascuno di noi qui dentro, se avessimo un figlio nelle stesse condizioni».

 

E Berlinguer?

«Mi offrí una cena parca, a base di minestrone, e una via di uscita. Potevo restare a Palazzo Chigi. Ma avrei dovuto chiedere la testa di Donat-Cattin, dicendo che il padre di un terrorista non puó fare il vicesegretario della Dc».

 

E lei?

«Lo mandai affanculo».

 

Prego?

«Dissi proprio: "Enri', siamo uomini di partito tutti e due; vaffanculo! Lui non fece una piega. Del resto, era un uomo freddissimo, tranne che con i suoi figli. Si alzó, mi porse la mano, ci congedammo».

 

Lei peró racconta di aver trovato altre volte accordi riservati con Berlinguer.

«Dica pure segreti. Fu anche grazie a Berlinguer se potemmo installare in Italia gli euromissili rivolti contro Mosca. L'accordo prevedeva che i comunisti avrebbero fatto un'opposizione dura in Parlamento, ma non in piazza. In cambio, io non avrei posto la fiducia, e avrei affidato la decisione al voto segreto».

 

Cinque anni dopo, nel 1985, i comunisti non le fecero mancare i loro voti per il Quirinale.

«Andreotti diede il via libera con la motivazione che nella Dc non contavo nulla, e non avrei influito sui rapporti di forza dentro il partito. De Mita puntava su Leopoldo Elia e Forlani. Ma erano nomi che avrebbero spaccato la Dc e allarmato i comunisti».

 

ሠvero che qualche tempo dopo le fu chiesto di liberare il posto?

«Fabiano Fabiani fu il primo a spiegarmi quale doveva essere, dal punto di vista di De Mita, il mio ruolo di presidente: far fuori Craxi, o andarmene. Tempo dopo, lo stesso messaggio mi fu portato da Giuseppe Gargani. Al che io convocai la direzione della Dc al Quirinale e dissi: se volete che mi dimetta, ditelo chiaramente; chiamo Ortona, il capufficio stampa, e do l'annuncio. Ad alzarsi e dirmi di non farlo fu Bodrato: torinese, falso e cortese».

 

Per De Mita, nel libro lei non ha parole lusinghiere.

«Gli riconosco grandi capacitá  di analisi. Peccato gli manchi la sintesi. E si sia dimostrato anche piuttosto maldestro».

 

Di D'Alema invece lei scrive che "era l'uomo politico che la storia chiedeva all'Italia nel difficile passaggio del "˜98".

«E' cosí. Prodi, pacifista cattolico affascinato dall'estrema sinistra, non avrebbe mai fatto la guerra del Kosovo. Il disegno politico di Prodi è la realizzazione dei sogni di Dossetti. E ricordiamoci che Dossetti votó contro l'adesione dell'Italia alla Nato».

 

Lei sostiene che nel '98 non ci fu alcun "complotto" contro Prodi.

«Se c'è stato un complotto, è stato quello che due anni dopo ha defenestrato D'Alema; a cominciare dalla candidatura di Ciampi al Quirinale, ideata da Veltroni e Prodi per mettere in difficoltá  il governo. Quanto al '98, è vero il contrario: D'Alema a Palazzo Chigi non voleva assolutamente andare. Proprio come ha fatto ora Veltroni, anche D'Alema a suo tempo aveva detto che non sarebbe andato al governo senza un passaggio elettorale. E non voleva saperne di smentirsi ».

 

Fu lei a convincerlo?

«Sí. Con un argomento semplice ma inattaccabile: "Il fatto che tu abbia detto una cazzata non significa che debba anche farla". D'Alema recalcitró comunque sino all'ultima ora. Come Scalfaro. Non a caso chiesi e ottenni di essere consultato per ultimo, in aperta violazione del cerimoniale. Scalfaro mi disse: "Ti rendi conto che il 40% degli italiani pensa ancora che i comunisti mangiano i bambini, e un altro 40% ha ancora in casa l'altarino di Stalin?"».

 

 

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