News per Miccia corta

29 - 08 - 2007

Veritá  e riconciliazione. Una lettera di Sergio Segio a Giovanni Fasanella

Caro Fasanella,

leggendo la bella intervista rilasciata da Antonia Custra a un quotidiano di ieri e ripresa dal tuo blog, ho pensato che riguardo a quegli anni e ai terribili episodi che hanno visto − tra gli altri − il padre di Antonia, l'agente di polizia Antonio Custra, cadere ucciso sul selciato di una via, c'è bisogno innanzitutto di veritá  e giustizia. Ma assieme anche di umiltá , vale a dire dello sforzo di guardare a quel periodo tragico accettando di mettere a confronto le proprie convinzioni e vissuti con quello di altri, magari opposti e conflittuali. Dice Antonia nell'intervista, significativamente titolata «Ho smesso di odiare, direi sí alla grazia», che non giustifica quelle vicende luttuose e chi le ha determinate, «ma vedo anche loro come vittime di quegli anni terribili».
In questa considerazione non c'è solo la nobiltá  d'animo di una persona che, pur colpita irrimediabilmente nei propri affetti, riesce a superare odio e rancore, arrivando addirittura a capire non giá  la ragione − che non c'era − ma le ragioni, vale a dire le circostanze e le tossine culturali che portarono giovani militanti di un movimento ad abbracciare le armi, sino ad uccidere. «Ho cercato di capire chi erano gli assassini, sono riuscita a vederli, loro stessi, come vittime [...]. Mi ha aiutato pensare che avessero degli ideali».

Qui c'è un nocciolo del problema che, diversamente, commentatori, politici e giornalisti per lo piú eludono o negano. O che porta a reazioni eccessive e un po' isteriche, come nel recente caso di Fanny Ardant. Non si puó − seriamente − riflettere su quelle vicende se non leggendole nel loro contesto. Che era giustappunto quello di un duro scontro ideologico e politico in un mondo caratterizzato dalla divisione in due Blocchi e da una convinzione, comune a destra quanto a sinistra, circa la quale il fine giustifica i mezzi. La realpolitik, cosí come il cinismo rivoluzionario, non fu un'invenzione di quei ventenni degli anni Settanta, bensí un lascito culturale avvelenato della politica del Novecento e, in particolar modo, di quelle doppiezze e trame che caratterizzarono quella italiana nel secondo dopoguerra. Una fase storica in cui l'Italia − si è autorevolmente detto − è stato un Paese a sovranitá  limitata, percorso a lungo da una guerra civile strisciante e "a bassa intensitá ", e di cui dettagliatamente ha riferito l'ex presidente della Commissione parlamentare sulle stragi e il terrorismo Giovanni Pellegrino anche in due libri da te curati.
Richiamare e ricordare il contesto (nazionale e internazionale) puó essere inteso come tentativo giustificazionista. E allora voglio essere al riguardo netto e chiaro, stanti le responsabilitá  personali che io stesso porto circa quelle vicende: le nostre azioni, la lotta armata fu un grave errore. Un tragico e irrimediabile errore, e sinanche un orrore, perché appunto è costato vite umane, perché ha provocato e comportato disumanitá  e disumanizzazione.
Ma per comprenderlo, e condannarlo, occorre inquadrarlo per quello che è stato: un abbaglio rivoluzionario, un'assurda attualizzazione di mitologie resistenziali o latinoamericane, non una vocazione criminale di alcuni. Sia perché quegli alcuni furono diverse migliaia, sia perché le armi furono una conseguenza (in senso sia logico che temporale) di un pensiero e una pratica violenti, a loro volta patrimonio acquisito di decine di migliaia di persone, per non dire di una fetta consistente della sinistra italiana.
Su quell'abbaglio rivoluzionario, su quelle spinte alla radicalizzazione, si sono innestati giochi e interessi meno evidenti e trasparenti, da parte di settori anche istituzionali.
Anche qui voglio essere chiaro ed evitare fraintendimenti: la responsabilitá  delle morti e dei lutti di quegli anni è innanzitutto di chi ha premuto il grilletto, di chi ha partecipato a omicidi e ferimenti.
Assieme va ricordato che, oltre alle vittime provocate dalle organizzazioni di sinistra ve ne sono altre, numericamente piú consistenti, provocate dallo stragismo e dalle destre eversive e anche dalla repressione statale; e questo per lo piú viene rimosso. Una disattenzione rimarcata da familiari di uccisi, come Lydia Franceschi, madre dello studente Roberto: «Mi sono chiesta e mi chiedo, soprattutto oggi dopo il 9 maggio, ma il dolore appartiene solo a certe categorie di parenti? Nell'Etica di questo Stato di Diritto noi parenti delle vittime delle forze dell'ordine abbiamo il diritto al riconoscimento del nostro dolore oppure siamo i reietti di questo paese? [...] Mai ho sentito ricordare, da coloro che coprono alte cariche istituzionali, i morti di Mussumeli, di Reggio Emilia, delle Fonderie Riunite di Modena, di Avola, di Battipaglia, di Genova o il nome di Ardizzone, Pinelli, Saltarelli, Serantini, Franceschi, Giuseppe Tavecchio, Giannino Zibecchi, Giorgiana Masi, Piero Bruno, Walter Rossi, Pierfrancesco Lorusso... Carlo Giuliani e tantissimi altri giovani che hanno pagato con la vita l'ostinata caparbietá  di non volere una democrazia solamente formale [...]. Questi sono i cittadini italiani di cui non si parla mai o se ne parla per criminalizzarli, facendo di ogni erba un fascio per bollarli e liquidarli come pericolosi sovversivi. Essi rappresentano la non-memoria di questa nazione». Ma analoga lacuna viene segnalata significativamente e generosamente anche dalla figlia di Walter Tobagi, Benedetta: «C'è stato un vuoto di attenzione per le vittime, e soprattutto per le vittime del terrorismo di destra» o, altrettanto significativamente e propositivamente, dal figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Nando: «Per arrivare a una pacificazione dovremo essere capaci di mettere queste due vittime sullo stesso piano: Calabresi è stata la prima vittima di un omicidio politico legato alla teoria della lotta armata. E Pinelli una vittima innocente della repressione».
Naturalmente, non si tratta di mettere in contrapposizione morti e morti, dolore e dolore. Sarebbe assurdo, infondato e indecente. Si tratta di leggere quegli anni terribili non a macchie di leopardo o in maniera strabica, ma nella loro compiutezza e anche processualitá .
Ció detto e tornando alla mia esperienza, credo peró che vi sia chi ha facilitato il fatto che quei grilletti venissero premuti, che un movimento radicale, quale era quello di quegli anni, venisse deviato e indirizzato verso la catastrofe e il suicidio.
Un'altra considerazione su cui voglio essere molto netto è questa:
A mio giudizio, la lotta armata non è stata un fatto eterodiretto, un'invenzione di servizi dell'uno o dell'altro Blocco, di questo o quel Paese. ሠstato genuino fenomeno che ha tratto origine e alimento da un violento conflitto di classe, da forti sollecitazioni sociali, dalle culture estremiste e dai miti della Resistenza tradita e della rivoluzione possibile e anche dalla reazione allo stragismo e alla democrazia minacciata degli anni Sessanta e primi Settanta. Non lo si vuole piú ricordare, ma l'Italia era geograficamente e politicamente stretta e sollecitata da dittature militari: Grecia, Spagna, Portogallo, Turchia, senza parlare dell'America Latina e dello scossone costituito dal golpe in Cile nel 1973, il cui riverbero arrivó, da un lato, a mutare la strategia del PCI, con il compromesso storico, e, dall'altro, a radicalizzare prospettive e scelte in gruppi italiani della sinistra extraparlamentare. Quell'Italia dell'inizio della lotta armata, non era insomma l'Italia democratica che oggi conosciamo e diamo per scontata. Basti ricordare che la maggioranza dei responsabili prefettizi e di polizia provenivano direttamente dai ranghi dell'amministrazione statale fascista. Oppure ricordare che le trame della P2, cui aderivano i vertici dei servizi segreti, di carabinieri e forze dell'ordine, alti magistrati ed eminenti politici, furono scoperte solo nel 1981; o ancora che la cosiddetta Gladio civile, organizzazione dedita a infiltrazioni e spionaggio illegale voluta dall'Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno diretto da Federico Umberto D'Amato, fu sciolta solo nel 1984.
Non vi è stata eterodirezione della lotta armata di sinistra ma vi è stata − in alcuni luoghi e momenti − facilitazione e induzione di una progressiva radicalizzazione. Si sono cioè chiusi gli occhi e si è lasciato operare. La si è utilizzata e talora indirettamente indirizzata. Il caso Tobagi è forse uno dei piú discussi ed eclatanti, ma non è il solo. Ripensando alla mia esperienza credo che lo stesso si possa dire, ad esempio, per l'omicidio del magistrato Emilio Alessandrini.
Se è vero che sono passati trent'anni, se è vero (ma anche questo è sottaciuto) che per quelle vicende vi sono state severe condanne (50.000 anni di carcere scontati dall'eversione di sinistra, sono una misura che ha pochi precedenti storici, anche a livello mondiale), è altrettanto vero che vi sono ancora debiti di veritá  e zone d'ombra. Innanzitutto in materia di stragi, queste sí impunite, ma non solo.
Il perdurante rancore (la campagna contro Sergio D'Elia o Susanna Ronconi sono episodi eloquenti) e l'incapacitá  di discutere e sedimentare a livello pubblico una lettura di quegli anni, severa ma anche rigorosa dal punto che vista dei fatti, che non si accontenti delle risultanze giudiziarie, sono la riprova di un nervo scoperto.
Che sia possibile curare quel nervo, che si possa voltare quella pagina di storia, pur sapendo che le ferite personali e il dolore dei parenti delle vittime rimangono irrimediabili e inconsolabili, indirettamente lo dicono posizioni e sentimenti come quelli di Antonia Custra, ma lo stesso si puó dire, ad esempio, per Olga D'Antona o Sabina Rossa. La medicina non è il perdono, se non eventualmente a livello individuale. ሠla veritá . Comprendere, come dice Antonia, che anche gli assassini sono stati in certo senso vittime è un passo in quella direzione che dá  fiducia.
Ma questo gravoso compito non puó essere comodamente demandato a chi ha sofferto direttamente. Dovrebbero essere la societá  e la politica, le istituzioni e i protagonisti di quegli anni ad assumere coralmente e appieno la responsabilitá  di un percorso di veritá  e riconciliazione. Una veritá  piena e una riconciliazione reale.


Un saluto
Sergio Segio
I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori