News per Miccia corta

26 - 08 - 2007

``Quel giorno uccisero Custra, ora chiedo la grazia``

(la Repubblica, DOMENICA, 26 AGOSTO 2007, Pagina 17 – Interni)

 

 

 

 

Condannato a 14 anni per gli scontri del maggio '77 a Milano quando fu colpito a morte il vicebrigadiere 

 

mai terrorista Ho lasciato l'Italia prima che iniziasse il terrorismo, vivo con l'incubo dell'arresto 

 

l'amnistia Ripresenteró la domanda di clemenza, ma serve un'amnistia per chiudere i conti 

 

la figlia In quell'immagine vedo uno studente di 18 anni che sognava di cambiare il mondo Ora sento una pena terribile per quella vittima innocente e per la figlia che doveva ancora nascere 

 

Riparato oltralpe, è cittadino francese "Non scappo piú, ho 49 anni, famiglia, un mutuo da pagare. Dove vado?"  

 

 

 

ENRICO BONERANDI

 

MONTPELLIER - Tre ragazzi, con la faccia coperta da un fazzoletto. Uno punta verso la polizia la P38, gli altri due scappano. «Io sono quello col foulard e il tascapane che se la dá  a gambe», sussurra Walter Grecchi.

«Ho perso i capelli ma si capisce che sono io», aggiunge trent'anni dopo quel pomeriggio milanese di cariche di polizia e lacrimogeni, scontri e bagliori di bottiglie molotov. E' una foto famosa, l'immagine simbolo del terrorismo nascente in Italia. Manifestazioni armate non solo di spranghe e molotov, ma anche di pistole: sull'asfalto di via De Amicis, trafitto da una pallottola, quel 14 maggio del '77 cadde il vice brigadiere Antonio Custra. Non è che poi che assomigli cosí tanto, quel ragazzo in fuga, al Grecchi di oggi, che è un uomo maturo, con moglie, figli grandi e un lavoro di informatico, anche se lui si sentirá  per sempre inchiodato a quel fotogramma. Cinque anni fa Paolo Persichetti, poi Cesare Battisti, martedí scorso Marina Petrella: prima o poi Walter Grecchi sa che la polizia francese lo verrá  a prendere, nel suo appartamento di Montpellier.

Cosa vede in quella foto, Grecchi?

«Vedo uno studente di 18 anni dell'istituto Cattaneo che sognava di cambiare il mondo e voleva fare la rivoluzione. Uno dell'Autonomia, parola che voleva dire tutto e niente. Gli ideali erano giusti, quelli non li rinnego. Eravamo in piazza per protestare contro l'arresto degli avvocati di Soccorso Rosso, era da poco stata uccisa a Roma Giorgiana Masi. Ho lanciato una bottiglia molotov, la pistola non l'avevo proprio».

Ma le P38 c'erano e hanno sparato.

«Io non l'ho fatto. Non ho ucciso nessuno. Anche ai processi è stato dimostrato che sono stati altri. Mi hanno arrestato insieme agli altri della foto dopo una settimana. Prima condanna a 10 anni, ridotti a 4 in appello. In carcere, e li ho girati tutti quelli di massima sicurezza, ho fatto 3 anni e mezzo. Quando sono uscito l'esercito mi ha arruolato come bersagliere. Ma la Cassazione ha annullato la sentenza. Ho capito che tirava una brutta aria e sono scappato in Francia. I miei erano operai, hanno tirato su quello che potevano e me l'hanno dato. A Parigi ho saputo della condanna definitiva: 14 anni e 11 mesi per concorso morale in omicidio».

Non se li merita, è questo che pensa?

«Mi sembra un'enormitá . Ho solo lanciato una molotov. Questo non vuol dire che non senta una pena terribile per quella vittima innocente e per la figlia di Custra che doveva ancora nascere e che adesso ha 30 anni. Dentro ho un'angoscia che non riesco a descrivere. Non doveva succedere ma purtroppo è successo».

Cosa ha fatto in Francia in questi anni?

«Tutti i lavori possibili. Dall'imbianchino al lavapiatti. In carcere avevo preso il diploma di geometra, qui ho fatto tre anni di architettura, ma ho smesso. Mi hanno assunto in una ditta tessile, poi ho cominciato a lavorare per il catasto e mi sono specializzato in cartografia: elaboro programmi informatici. Ho conosciuto una ragazza francese di origini italiane, Pia, e ci siamo sposati, andando ad abitare a Montpellier. Nell'89 ho presentato domanda di naturalizzazione e dall'anno successivo sono diventato francese».

Nessun problema per la cittadinanza?

«Ho dovuto firmare una dichiarazione in cui attestavo di abbandonare la lotta armata e che mai avrei nuociuto alla Francia. L'ho fatto, ovviamente, anche se io con il terrorismo non ho mai avuto a che fare».

Peró gli altri fuorusciti italiani li ha frequentati.

«Quando ero a Parigi, li vedevo. Andavo a giocare a pallone a Vincenne con Toni Negri, qualche riunione ogni tanto. Oreste Scalzone dava una mano a tutti. Da quando abito a Montpellier, ho quasi perso i contatti».

Si sente parte di quel gruppo?

«Non mi chiamo fuori, è una condizione oggettiva. Siamo le cosiddette primule rosse che il ministro Castelli ha inserito in una lista di 14 nomi, per i quali l'Italia chiede alla Francia l'estradizione. Non ho progettato il delitto Moro, non mi sono arruolato nelle Br, non ho ammazzato nessuno: questo è vero e sacrosanto. Sangue sulle mani non ce l'ho. Non so gli altri, io parlo per me. Peró so che anche loro si sono rifatti una vita qui in Francia e che alla lotta armata non ci pensano proprio, e da decenni».

E lei?

«Ripeto: io sono venuto via dall'Italia prima che iniziasse il terrorismo. Qui in Francia voto a sinistra, prima Mitterand poi, a malincuore, Chirac contro Le Pen. Quest'anno Ségolène Royal. Le storie italiane le conosco poco. Ogni tanto le leggo su Internet o me le raccontano gli amici che ancora mi vengono a trovare. Mio padre è morto di cancro, ma al suo funerale non sono potuto andare, con tutto quello che ha fatto per me».

La giustizia italiana sta per bussare alla sua porta.

«Magari mi arresteranno per ultimo, visto che sono il pesce piú piccolo. Ma succederá , con il vento di destra che spira in Francia. Mi sveglio di notte con questo incubo. Di certo non scappo un'altra volta. Ho 49 anni, una famiglia e un mutuo da pagare. Dove vado?».

E che cosa spera?

«Che venga trovata una soluzione politica. La Francia ci ha impiegato anni, ma ha risolto la questione algerina. Bisogna che anche in Italia si chiudano certi conti. Con un'amnistia, dopo un dibattito serio e concreto».

E' la stessa richiesta che avanzano gli altri. Ma lei non è mai stato un terrorista.

«Cosa dovrei fare? Che rivedano il mio processo è quasi impossibile. Nel '90 ho presentato la domanda di grazia, senza avere risposta. Ci riproveró adesso, parleró col mio avvocato. Ma perché un'amnistia non venga presa in considerazione, questo non riesco a capirlo». 

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