News per Miccia corta

11 - 08 - 2007

Giovanni Pesce si racconta

(il manifesto, 10 agosto 2007)

 

 

Giancarlo Bocchi*

 

 

«In combattimento andava avanti dritto, incurante delle pallottole che gli fischiavano intorno. Ci spronava dicendoci: "Avanti! Avanti!". Noi gli dicevamo: "Guido stai attento! Stai giú!" ma lui ci rispondeva: "Io non abbasso la testa davanti ai fascisti"». Cosí Giovanni Pesce ricordava Guido Picelli, il suo comandante del «Garibaldi» di Spagna che gli aveva insegnato a non abbassare piú la testa. L'ultimo dei garibaldini di Spagna, il leggendario comandante partigiano dei Gap (Gruppi d'Azione Patriottica) di Torino e Milano, l'eroe della Resistenza, medaglia d'oro al valor militare se n'andato alcuni giorni fa. Il comandante Visone aveva ottantanove anni.
L'avevo incontrato poco tempo prima a Milano per parlargli del mio progetto di un film sulla vita di Guido Picelli e si era subito reso disponibile. Piccolo, minuto, non aveva l'aspetto dell'eroe, ma una tempra e un carisma eccezionali. Gli occhi intensi, pieni di forza e di vita scintillavano al ricordo della lotta in Spagna. Sembrava ringiovanire nel rivivere le battaglie di Mirabueno e San Cristobal combattute a fianco di una leggenda, il comandante Guido Picelli, l'unico che avesse sconfitto il fascismo sul piano militare durante le barricate di Parma dell' agosto 1922, respingendo, con 400 «Arditi del Popolo», 10 mila fascisti di Italo Balbo.

 

Le barricate di Parma
«Picelli ci raccontava delle barricate di Parma, del significato di quella lotta e del coraggio di tutto un popolo. Sono passati 70 anni - diceva Pesce - ma ricordo ancora che Picelli ci teneva a raccontare quella battaglia vittoriosa, per dare entusiasmo, coraggio e passione ai combattenti garibaldini». Picelli, autore di innumerevoli imprese contro il fascismo, era caduto il 5 gennaio 1937 durante l'attacco al monte San Cristobal. Pesce era lí vicino. Il fronte antifascista internazionale aveva perso un grande combattente, libertario, democratico, un uomo che tutta la vita aveva teorizzato la politica del Fronte Popolare.
Anche Pesce aveva vissuto una vita «senza tregua». Una definizione che aveva ispirato il titolo del suo libro piú famoso. Originario del paese di Visone in Piemonte, da bambino era espatriato con la famiglia in Francia, nel bacino minerario di Grand Combe nella Linguadoca. Aveva scritto in un suo libro: «Per strada vidi i primi minatori. Le loro facce sembravano maschere e si fondevano con il nero degli abiti e dei berretti». Un posto pestilenziale, dove Gino, il fratellino piccolo, era morto quasi subito di polmonite. I minatori si ammalavano e morivano di silicosi o saltavano in aria per l'esplosione delle sacche di grisou. La povertá  costringeva i minatori a mettere in vendita i figli nel mercato dei pantalons courts, dove i contadini ingaggiavano bambini sotto i tredici anni per i lavori nei campi. Anche Pesce, mentre il padre era nelle miniere di zolfo algerine, per aiutare la madre era finito a lavorare come guardiano di vacche in montagna. Ma dopo poco, a 13 anni andó in miniera: centinaia di metri sotto terra in mezzo a fango, polvere, con l'aria pregna di grisou. «Ero sicuro che sarei morto di fatica nel giro di pochi mesi». I minatori erano tutti comunisti, cercavano di organizzarsi contro lo sfruttamento e per abbattere la societá  capitalista.
Una sera, uscito sfinito dalla miniera, Pesce era entrato nella sede del Fronte della Gioventú e s'era iscritto. Quel giorno era iniziato il suo apprendistato di combattente antifascista. L'8 luglio 1936 il messaggio cifrato lanciato da Radio Ceuta - «Cielo sereno in tutta la Spagna» - cambió la vita di Pesce e di tanti altri antifascisti. Era il segnale della sedizione dei generali capeggiati da Francisco Franco, spalleggiato da Hitler e Mussolini, contro il legittimo governo repubblicano. Il governo francese di Leon Blum si dichiaró neutrale. A Grand Combe i minatori si sollevarono in appoggio alla Spagna democratica, vi furono manifestazioni, comizi. Pesce era in prima fila. Due mesi dopo decise di partire per la Spagna. La madre pianse, tentó inutilmente di fargli cambiare idea. Partí il 17 novembre 1936 con il compagno e amico Carlo Pegolo.
Arrivato in Spagna, essendo troppo giovane per arruolarsi aveva falsificato i documenti per entrare nelle Brigate Internazionali e ad Albacete conobbe Guido Picelli , che addestrava i miliziani del «Battaglione Picelli» del Garibaldi. «Io non parlavo italiano, parlavo solo francese ma Picelli parlava francese. Mi chiamava il Boccia. Mi diceva: "Boccia stai attento", "boccia ascoltami". Picelli aveva un carattere umano, gentile, se un combattente aveva paura, con le sue parole gli dava coraggio».
Pesce ricordava i garibaldini infastiditi dalla disciplina, volevano combattere subito: «Volevano essere antimilitaristi, ma era venuti per fare una guerra, e per fare una guerra dovevano diventare soldati. Ci volle la pazienza di Picelli per trasformarli in miliziani disciplinati. I garibaldini furono trasferiti al Pardo e parteciparono alla difesa di Madrid. Nelle strade la popolazione riconosceva i fazzoletti rossi e gridava: "Viva Garibaldi. Salud companeros"». A Boadilla del Monte, il 17 dicembre 1936, aveva partecipato alla prima battaglia campale, un incubo: «Udivo colpi in partenza, i fischi laceranti e poi gli scoppi. Chi moriva subito faceva impressione, ma non quanto i feriti, molti dei quali urlavano, si trascinavano, tentavano di rimettersi in piedi e subito ricadevano». Pochi giorni dopo il Garibaldi era stato impiegato nella battaglia di Mirabueno. A dirigere l'operazione della XII Brigata Randolfo Pacciardi, a Guido Picelli il comando del battaglione. Ha scritto Pesce nelle sue memorie: «Picelli corre da una parte all'altra per impartire ordini... sembra che le pallottole non ne vogliano sapere di Picelli che come un'anguilla sfugge ai colpi del nemico». Ma dopo pochi giorni, il 5 gennaio 1936, sulle alture del Matoral Guido Picelli fu colpito a morte. «Io ero lí vicino - ricordava Pesce - è stato un dolore molto forte... era molto stimato, molto amato». Picelli ebbe funerali di Stato a Madrid, Valencia e Barcellona. A quest'ultimo avevano partecipato 100 mila persone.
Pesce combatterá  per altri due anni: al Jarama, a Guadalajara, a Huesca, a Saragozza, su l'Ebro, ferito tre volte. Per tutta la vita porterá  nella schiena le schegge di una granata che l'aveva colpito nella battaglia di Saragozza. Dopo tre anni di guerra era tornato in Francia e nel 1940 era rientrato in Italia. Dopo un mese la polizia segreta fascista l'aveva arrestato. Prima il carcere e poi il confino nell'isola di Ventotene. Pesce non parlava ancora l'italiano, qualcosa aveva imparato nella guerra di Spagna, ma a Ventotene, con l'aiuto di Eugenio Curiel e Alberto Grifone aveva fatto passi avanti. Il confino si trasformó in un'accademia politica di livello. Gli insegnanti erano uomini come Curiel, Terracini, Pertini, Li Causi, Secchia, Di Vittorio, Longo, Frausin, Scoccimarro.
All'alba del 26 luglio era giunto a Ventotene la notizia che il regime fascista era caduto. I confinati non furono liberati subito, Pesce era partito solo il 23 agosto. A pochi giorni dalla liberazione dal confino, ecco l'8 settembre. Pesce aveva deciso di agire e organizzó la prima riunione segreta di antifascisti al Cinema Garibaldi (poteva essere diversamente?) d'Acqui. Aveva vinto le perplessitá  di alcuni bordighisti attendisti, convincendo i presenti: era venuta l'ora di passare all'azione contro l'occupante nazista. Qualche sera dopo, un nugolo di nazi-fascisti aveva circondato il suo rifugio. Pesce era balzato dalla finestra scalzo, i pantaloni in mano, per dileguarsi nel buio della notte. Era ormai un clandestino. A fine settembre '43 fu convocato a Torino. Luigi Longo, suo comandante in capo in Spagna, aveva assunto il comando delle Brigate d'Assalto Garibaldi.
Pesce fu nominato comandante della Brigata Gap di Torino. Nelle varie cittá , quasi tutti i comandanti dei Gap provenivano dai garibaldini di Spagna. Ma chi erano i gappisti? Pesce: «Gruppi di patrioti che non diedero mai tregua al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno, di notte, nelle strade delle cittá  e nel cuore dei fortilizi». Il gruppo di gappisti di Torino era inizialmente composto solo da due persone: Pesce e un ragazzo di 19 anni. Ilio Barontini, il comandante che portó alla vittoria il Garibaldi nella battaglia di Guadalajara, gli aveva insegnó a costruire ordigni esplosivi. Con il nome di battaglia di «Ivaldi», Pesce s'era gettato in imprese temerarie, diventando un incubo per i nazisti. I Gap di Torino protessero gli operai in sciopero, attaccarono comandi nazisti, attuarono decine di azioni. Pesce agiva quasi sempre da solo, armato con due pistole. Erano otto le taglie sulla sua testa. Un giorno, il comando delle Garibaldi gli aveva ordinato di attaccare la stazione radio dell'Eiar che disturbava le trasmissioni di Radio Londra . Una missione rischiosissima. La stazione radio nella brughiera dello Stura saltó in aria, ma Pesce e i suoi 4 gappisti vennero circondati e illuminati con potenti fari. Pesce colpito alla gamba, sotto i colpi di mitraglia, riuscí a caricarsi in spalla il compagno Di Nanni, gravemente ferito, e insieme fuggirono rompendo l'accerchiamento .

 

Le signorine tritolo
Pesce era stato individuato. Fu trasferito a Milano al comando della III Brigata Gap, subentrando al comandante Rubini, suo compagno della guerra di Spagna, che arrestato e torturato era morto suicida in carcere. Organizzó un gruppo di sabotatori a Rho e inizió la «guerra dei binari». Prese il nuovo nome di battaglia di «Visone» in omaggio al paese natio. Il suo gruppo, quattro ferrovieri e due staffette, «Sandra» e «Narva» («le signorine tritolo»), fece saltare treni, vagoni, centrali di smistamento, due quadrimotori parcheggiati all'aeroporto di Cinisello. I nazisti cercarono in tutti i modi di sgominare i Gap. Un giorno, Pesce ebbe l'impressione di essere pedinato. Strinse forte il braccio della staffetta che gli aveva appena portato un messaggio. Era Onorina Brambilla, detta «Nori» , nome di battaglia Sandra. «Perché - aveva chiesto Sandra - mi stringi cosí forte il braccio?». «Ho l'impressione che siamo pedinati. E' meglio comportaci come due innamorati». «Ma lo so - aveva detto Sandra - che non sei innamorato». Quella volta Visone e Sandra furono fortunati. Ma qualche giorno dopo, a causa di una spiata, Sandra, e l' altra staffetta Narva, furono arrestate e torturate dai nazisti per giorni e giorni. Sandra fu deportata nel campo di concentramento di Bolzano.
Per un periodo Pesce aveva dovuto lasciare Milano per Rho per comandare la 106º Brigata Garibaldi Sap. A dicembre 1944 era stato richiamato a Milano per organizzare l'insurrezione generale. Arrivó il 25 aprile, finalmente la Liberazione. Quel giorno Pesce aveva catturato un alto ufficiale tedesco, presuntuoso ed arrogante. Quando gli aveva detto nome e il grado - «Visone, comandante dei Gap» - il tedesco era quasi svenuto. Pesce mi veva accennato anche alla fucilazione di Mussolini: «Non è stato il colonnello Valerio (Walter Audisio) a sparare». Vista la mia curiositá , fece un sorrisetto misterioso e aggiunse solo: «E' stato Aldo Lampredi», un autorevole personaggio del Pci clandestino. Tre mesi dopo la fine della guerra, Pesce aveva sposato Nori, la staffetta Sandra, sopravvissuta al campo di concentramento di Bolzano.
Pesce inizió a lavorare nel Pci. Erano anni difficili, anni di tensione. Nel 1948 gli era giunta una busta da Roma con la intestazione «Partito comunista italiano - la Direzione». Alcune settimane prima, il 14 luglio, Palmiro Togliatti aveva subíto un attentato. C'erano stati grandi tumulti, prossimi a sfociare nell'insurrezione spontanea. 3450 gli arrestati, i fermati o denunciati 7000. Nella busta partita da Roma c'era la nomina a capo di una commissione del Pci: Pietro Secchia lo incaricava della «commissione Vigilanza». Era responsabile della protezione dei massimi dirigenti del Partito Comunista.
Dopo qualche mese Secchia lo aveva presentato a Togliatti, ristabilitosi dall'attentato. Il «Migliore», che pare non amasse particolarmente gli uomini d'azione del «Vento del Nord», prediligendo gli uomini d'apparato, in quel caso, incontrando Pesce, gli aveva detto ammirato: «ti conosco, ti conosco soprattutto di fama».
Pesce aveva riunito gli uomini piú fidati dei Gap, scegliendo come guardia del corpo di Togliatti Tino Azzini della III Gap di Milano, un partigiano coraggiosissimo che aveva resistito per giorni e giorni ai torturatori della Muti. In quel periodo Pesce fu anche incaricato di chiarire alcuni misteri. Mi aveva accennato a un'inchiesta sulla vicenda dell'oro di Dongo: «C'era un personaggio coinvolto. Ho scoperto che era sporco... che aveva nascosto una parte dei soldi nel giardino di casa sua». A metá  degli anni Cinquanta, con il sesto senso che lo aveva salvato nella clandestinitá , prima aveva sospettato e poi scoperto che stava per accadere qualcosa di poco chiaro nel partito. Informó Togliatti che lo invitó a rivolgersi a Secchia. Vedendo avverarsi i suoi timori, si era dimesso dalla Vigilanza per tornare con la moglie a Milano .
Non chiese nulla a nessuno. Si mise a scrivere il suo primo libro «Un garibaldino in Spagna», che uscí nel 1955, e per sbarcare il lunario diventó rappresentante del caffè Kluzer. Con questa attivitá  riuscí a campare piú che bene. Successivamente divenne presidente dei Metropolitani notturni, una cooperativa di guardie giurate che nel 1951 si era trasformata nell'Istituto Cittá  di Milano.

 

Quel 12 dicembre a Milano
Per Pesce, come per altri comandanti partigiani, non si aprirono le porte del Parlamento o del Senato. Ma per il Paese è stato sempre pronto a rispondere alle trame antidemocratiche. Nel 1967 uscí con Feltrinelli il suo libro piú famoso, «Senza tregua», letto dagli studenti del movimento ma anche dai teorici delle lotta armata, malgrado l'autore fosse totalmente contro la deriva terroristica. Furono anni terribili. Il 12 dicembre 1969, Pesce sentí un tuono lontano, un colpo secco, un'esplosione. Capí subito di cosa si trattasse. Dalla zona della stazione centrale si precipitó in centro. Riuscí a superare i cordoni di polizia a Piazza Fontana: «Nella mia non breve vita sono stato in guerra piú di una volta e ho partecipato a parecchie tremende battaglie, ma mai avevo osservato uno spettacolo tanto terribile: corpi insanguinati, brandelli di carne disarticolati. Tornai nella strada non riuscendo a reggere quella vista».
In quegli anni guardó con simpatia ai movimenti, soprattutto a quello degli studenti. Fu sempre in prima fila a sostenere le ragioni della libertá  e della democrazia. Un giorno di giugno del 1972 si era recato alla Statale per presiedere un dibattito. «Avevo detto solo alcune frasi ed ecco la polizia irrompere con i manganelli, con i gas lacrimogeni. Una baraonda, un caos, feriti». Aveva affrontato la polizia per mettere fine all'aggressione. Per fortuna era stato riconosciuto da un ufficiale: «Quello è Pesce, la medaglia d'oro. Lasciatelo passare». Il questore Bonanno si era scusato. L'anno dopo, mentre partecipava alla Bocconi a un'assemblea degli studenti per il Vietnam e la resistenza palestinese, sentí i botti dei lacrimogeni seguiti da spari di pistola. Vide uno studente cadere. Si chiamava Roberto Franceschi. I soccorsi dei compagni furono inutili, Franceschi aveva la testa devastata da un proiettile della polizia.
In quegli anni avvenimenti sanguinosi, misteriosi si susseguirono senza sosta. Pesce sapeva che si stava ancora combattendo. Era un guerra sotto altre forme, ma pur sempre una guerra. Durante il nostro incontro, sulla faccia di Pesce si era disegnato un sorriso stanco, poi preoccupato. Era tardi. Nori lo aspettava a casa. Mentre uscivano dalla sede della associazione dei combattenti volontari di Spagna, Pesce aveva lamentato dolori alla schiena. Le schegge della granata di Saragozza erano state tolte un anno prima, ma le antiche ferite gli procuravano nuovi dolori. Mi aveva salutato stringendomi la mano con forza. Aveva detto ancora una volta: «Picelli», con uno sguardo attento e il sorriso triste.
Oggi che gli anni del piano Solo, della strategia della tensione, delle stragi, dei progetti golpisti di Junio Valerio Borghese, dei militari felloni e della Rosa dei Venti, delle trame Sifar e Sid, dei piani di enucleazione dei politici di sinistra da rinchiudere alle Eolie o a Ponza, di Gladio, delle trame dell'Ufficio Affari Riservati degli Interni e delle strumentalizzazioni e manipolazioni di certi gruppi sembrano superati, bisogna rivolgere un riconoscente pensiero a Giovanni Pesce e a tutti quelli che come lui hanno vigilato durante il difficile dopoguerra per proteggere la democrazia in questo paese. «Tocca ai giovani continuare sulla strada maestra, ai giovani continuare la Resistenza», diceva Giovanni pesce, il comandante Visone.

 


*Regista

 

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