News per Miccia corta

09 - 08 - 2007

D'Alema sprona i giovani ``Lottate come noi nel "˜68``

(la Repubblica, 9 agosto 2007)

 

Le critiche di Sansonetti: "Generazione di arroganti"

 

ALESSANDRA LONGO

 

 

ROMA - I giovani del '68 accettarono la sfida fino in fondo, il cambiamento se lo conquistarono sul campo, «rumorosamente». Ma quelli di adesso? Stanno facendo altrettanto? Massimo D'Alema riconosce che «l'Italia è abbastanza off limits per loro sia in politica che in economia» ma dice anche: «Devono farsi avanti e combattere per il loro futuro, come ha fatto la nostra generazione». Sono riflessioni contenute in un'intervista a «Gente» e suonano come un invito a buttarsi di piú, a non mollare la presa, ad imitare la grinta, la determinazione dei cinquanta, sessantenni di oggi. Insomma, il messaggio è: fate come abbiamo fatto noi, «abbiamo lottato a partire dal'68 e, nel bene e nel male, abbiamo fatto, rumorosamente, strada».
Il '68 vissuto ancora come il modello piú riuscito di ribellione alla societá  dei potenti e alle sue ingiustizie. E' cosí? Se chiedi ai sessantottini di commentare la frase di D'Alema non trovi cori unanimi di nostalgici. Marco Revelli, per esempio, docente di Scienza della Politica all'Universitá  del Piemonte orientale, uno che il '68 l'ha fatto a Torino, «e non rinnego niente», scuote la testa: «Non penso che la nostra generazione abbia avuto un grande successo. Il fallimento, la responsabilitá , li sento sulla pelle. Non siamo stati un gran modello, l'Italia che abbiamo prodotto è un'Italia che fa schifo, un'Italia di potere che non invoglia un giovane a mobilitarsi. Motivi di rivolta, di ribellione, ci sarebbero. Ma penso anche a come è andata a finire a Genova, al G8. Il primo battesimo pubblico per molti ragazzi è finito con le torture e dopo quegli episodi, e nonostante il cambio di governo, nessuno è stato punito. Che messaggio è arrivato alle nuove generazioni da un'esperienza cosí traumatica?».
Il '68 grande occasione perduta, secondo Revelli, e i giovani di oggi lasciati soli, "disattivati" quando rompono troppo gli schemi. «No, non è vero, al mio amico Revelli rifarei la domanda - sbotta Mario Capanna - sei sicuro che quest'Italia che fa schifo sia stata prodotta da noi e non, piuttosto, dalla reazione a noi, al nostro mondo?».
D'Alema ha toccato un tema che vibra ancora, 40 anni dopo. «Sottoscrivo questo suo richiamo alla capacitá  di lotta del "˜68», dice Capanna, che spiega: «Dialogo molto con i giovani, nelle scuole e nelle universitá . Da una parte, è vero, ci sono i bolliti, impregnati di un microconsumismo volgare, irrecuperabili, anche se non è colpa loro, ma dall'altra ci sono ragazzi inquieti, che s'interrogano. Movimenti come quello dei new global, che si batte per una globalizzazione democratica, sono l'emblema di questa reattivitá  e dentro c'è tanto '68». Ammette Piero Sansonetti, direttore di «Liberazione»: «Anche a me vien da dire: "Ragazzi, forza, sconfiggeteci!" La frase di D'Alema mi tenta ma, alla fine, sento un fondo di arroganza». Arroganza, «baldanza»: ecco il difetto, secondo Sansonetti, di una generazione «fortunatissima, nata fuori dalla barbarie di Auschwitz, Hiroshima, Stalin, generazione reattiva, sconvolta dalla storia dei nostri padri. Generazione che ha fatto piangere tutti, i preti, i banchieri, la polizia. Generazione che, peró, pensa di essere perfetta, di aver concluso la storia e dunque se ne fotte del futuro dei giovani». «E' proprio cosí - concorda Nicola Fratoianni, 32 anni, segretario regionale di Rifondazione in Puglia - Sono convinti che con loro sia piú o meno finito tutto. E invece ogni generazione ha le sue modalitá  di protesta, fa la sua strada. I movimenti antiglobalizzazione sono una grande esplosione di vitalitá ».
«Non esistono generazioni migliori delle altre, pensarlo sarebbe razzismo», dice Sansonetti. Vinicio Peluffo, diessino, responsabile del Comitato romano per Veltroni leader del Pd, è nato tre anni dopo il '68. «Non sono piú giovane da un po' - precisa - ma questi giovani li vedo. Fanno la loro battaglia, che è diversa. La generazione del '68 si è affermata collettivamente. Erano in tanti, anche dal punto di vista demografico. Quelli dopo hanno fatto percorsi diversi, hanno spesso scavato il proprio spazio in solitudine». Lottano a sufficienza? «Lottano per far saltare una societá  a numero chiuso, dove si entra solo per cooptazione e, quando si entra, lo si fa uno alla volta. Vogliono nuove regole piú giuste, piú aperte. Anche se le regole non bastano, ci vuole il coraggio di far saltare il banco». Piú o meno quel che suggerisce D'Alema.

 

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