News per Miccia corta

11 - 07 - 2007

Maletti, l'uomo nero del Sid ``Troppi 007 senza controlli``

(la Repubblica, MERCOLEDáŒ, 11 LUGLIO 2007, Pagina 27 – Interni)

 

 

 

 

 

 

Da noi ognuno lavora per proprio conto tra gelosie e invidie Si naviga a vista 

 

Certe cose mi sembrano una replica. Penso a Miceli, il mio capo al Sid 

 

 

 

DANIELE MASTROGIACOMO 

 

 

JOHANNESBURG - «Sí, è un tuffo nel passato. Mi sembra di vivere gli anni Settanta. Guardo la tv, leggo i giornali e mi dico che non è cambiato niente. Il caso Pollari è una sorta di replica dei tanti casi che si sono avuti nel tempo».

 

La voce del generale Gianadelio Maletti è piú rauca del solito ma cede a degli acuti quando si toccano argomenti che gli sono familiari. L'ex capo dell'ufficio D del Sid cerca di resistere agli acciacchi dell'etá  nel suo piccolo appartamento di Rosebank, quartiere centrale di Johannesburg. «Mi sono quasi rotto una spalla», ci confida «ma continuo a restare in piedi». Il generale oggi ha 85 anni e dopo la morte di sua moglie, che gli è stata a fianco anche nei momenti piú difficili, si dedica allo stuolo di nipoti che gli hanno regalato i suoi tre figli.

 

Per la giustizia italiana è latitante: è stato condannato definitivamente per sottrazione di documenti riservati a scopo di spionaggio. Una brutta storia avvenuta quando era alla guida della sezione controspionaggio dei servizi, allora unificati sotto la sigla Dit. Dopo l'omicidio di Mino Pecorelli, giornalista spregiudicato, autore di numerosi scoop con il chiaro sapore del ricatto, la polizia trovó nel suo studio, al quartiere Prati di Roma, un fascicolo sottratto dall'archivio di Forte Braschi. Di quella sparizione venne accusato Maletti che negó sempre con forza. Anche di fronte a prove e testimonianze. Si è sentito e si sente ancora un perseguitato, ma continua ad essere depositario di segreti che legano, come un filo rosso, tutta l'epoca della strategia della tensione: bombe nelle piazze, sui treni, nelle banche per scuotere l'Italia che rischiava di andare troppo a sinistra.

 

Il generale Pollari come il generale Maletti?

 

«Sono da troppo tempo lontano per fare dei paragoni. Ma ho una sensazione precisa».

 

Quale, generale?

 

«Che quando è sorto il caso Visco-Speciale, la vicenda Pollari è tornata improvvisamente di attualitá ».

 

Vede qualche coincidenza? Non ha perso la passione per la dietrologia.

 

«Vedo una sequenza tra le due vicende. Sono due casi tra i piú politici degli ultimi anni».

 

Il generale Pollari è stato rinviato a giudizio per concorso nel sequestro di un cittadino egiziano. Il Csm ha steso un rapporto inquietante nel quale si denuncia lo spionaggio sistematico, da parte dei servizi guidati dallo stesso Pollari, di molti magistrati impegnati in inchieste delicate.

 

«Anche se esistono elementi per avviare delle inchieste, bisognerebbe sempre ponderarli bene».

 

Qui si tratta di fatti concreti.

 

«Ma anche di volontá  politica».

 

Come accadde negli anni in cui era alla guida del reparto D?

 

«Da italiano mi spiace vedere l'ennesimo atto di sfiducia nei confronti del Sismi. Non conosco gli atti, ho pochi rapporti con l'Italia. Conosco peró Pollari. E da quello che mi è stato confermato si tratta di una persona molto equilibrata».

 

Ció che emerge, generale, non sono i soliti servizi deviati. Ma la creazione di un organismo autonomo e indipendente che si serve di una struttura delle istituzioni per offrire i propri servigi allo schieramento politico di turno.

 

«Ripeto: bisogna vedere cosa c'è negli atti di accusa. A volte puó succedere che nel corso delle indagini, i servizi si imbattano in un nome importante, magari di un magistrato».

 

I controlli, gli spionaggi a carico di molti magistrati, sono stati sistematici.

 

«In questo caso, allora non ci sono dubbi: vanno perseguiti».

 

Tutto questo le ricorda qualcosa?

 

«Una replica».

 

Ad un male italiano.

 

«A tanti casi che si sono ripetuti negli anni. Da Miceli, mio capo all'epoca nel Sid, a quello di Terenzi. Ma accade in molti paesi occidentali, non solo in Italia».

 

Ma in Italia emerge e non si risolve.

 

«Da noi accade perché il servizio di informazione soffre della mancanza di una precisa direttiva politica. E' facile sbagliare».

 

C'è il vuoto e si sbaglia?

 

«Peggio. Ognuno lavora per proprio conto. Il capo del servizio, per legge, si reca dai suoi riferimenti istituzionali, come il ministro della Difesa o dell'Interno, discute della situazione, riceve le direttive, ma se le tiene per sé. Non informa i suoi vice e gli altri capi dei reparti. Ci sono gelosie e invidie e tutti lavorano a ruota libera. Si naviga a vista».

 

E si formano gruppi di potere al servizio di qualcuno.

 

«E' un male molto italiano. Pochi si riconoscono nelle istituzioni».

 

E' una critica che rivolge anche a lei, generale?

 

«Io ho sempre creduto nelle istituzioni. Ma c'era chi disfaceva ció che creava l'altro. Continua ad accadere». 

 

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