News per Miccia corta

30 - 06 - 2007

Fassino al sacrario del Gulag ``Anche Togliatti fu colpevole``

(la Repubblica, SABATO, 30 GIUGNO 2007, Pagina 15 – Interni)

 

 

 

 

 

 

"Sono venuto da uomo di sinistra. Non a liquidare il passato, ma a rendere giustizia" 

 

"Non tutti mancarono alla loro responsabilitá : Gramsci si battè per i suoi compagni" 

 

 

 

LEONARDO COEN 

 

 

LEVASHOVO - Il cimitero «memoriale» di Levashovo dove tra poco verrá  inaugurata la lapide alle vittime italiane dei gulag - ospite d'onore Piero Fassino, tra i promotori l'instancabile Gabriele Nissim presidente del Comitato per la Foresta dei Giusti - è un posto terribile, angosciante, impietoso, in un bosco fitto fitto che lo rende ancor piú emblematico, perché è difficile districare la veritá  dalla menzogna, come è difficile districarsi nella vegetazione lussureggiante. Gli aguzzini di Stalin portavano qui le vittime delle «purghe» di Leningrado, seppellivano i corpi in grandi fosse comuni, li sistemavano a strati, per farcene stare di piú: sino a ottocento per notte.

 

Corpi senza nome a cui, con ostinata determinazione, oggi il Centro Nomi Ritrovati presso la Biblioteca Nazionale della Russia (San Pietroburgo) diretto da Anatoly Razumov cerca di ridare identitá , dignitá , giustizia.

 

Morirono anche 1020 italiani, vittime due volte: della repressione di Stalin; e di quella «interna», i capi dei comunisti italiani in Russia che schedavano chi non era gradito o chi era sospettato di «deviazioni» ideologiche. Per decenni il Pci finse di non sapere: «Non bisogna essere reticenti - osserva Fassino - dobbiamo guardare al passato con gli occhi della veritá . Lo dico da uomo di sinistra. Non sono venuto a liquidare il passato, ma a rendere giustizia e onore a vittime il cui sacrificio è stato negato, vittime dello stalinismo e del comunismo. E di Togliatti. Intendo ricordare quelle vittime cosí come vanno ricordati quei tanti militari italiani, molti dei quali alpini, che pagarono qui le scelte sciagurate del fascismo».

 

Quando Fassino varca l'ingresso del cimitero, è consapevole di entrare in quella zona grigia che è il regno della vergogna: sa che dovrá  fare i conti con la Storia - «un dovere morale e politico» - specie se è la storia di cui si è fatto parte, quella del comunismo. Nascondere veritá  scomode sul tempo dei gulag è diventare complici degli assassini, «non è la prima volta che esprimo la mia condanna. Nel 1989 fui il primo dirigente pci a visitare le foibe di Bainsizza e dire che lí erano stati ammazzati italiani innocenti, e rivalutai la questione dell'esodo degli istriani. Andai nel 1988 a Parigi e l'anno dopo a Budapest per rendere omaggio alla memoria di Imre Nagy, il leader ungherese della rivolta del "˜56. E oggi sono qui. Si possono e si devono fare i conti con la Storia, certo non la si puó riscrivere, ma si puó difendere la memoria, riconoscere dolore e sofferenze. Forse il mio è stato un gesto tardivo, ma lo dovevo fare e l'ho fatto. Sono qui perchè nulla sia dimenticato. Perché ció che è accaduto in quegli anni bui non accada mai piú».

 

«La Storia - aggiunge - quella è e rimane. Peró si puó e si deve imparare la lezione». Attorno al cubo di granito rosso che ricorda le vittime italiane nei gulag, ecco tante disperate sentinelle della Storia negata: lapidi sparse tra betulle e pini vertiginosi, targhe appese alle loro cortecce, una Spoon River che torna a dar fastidio, dopo le illusioni del post-sovietismo.

 

Chissá  dove si trova il teologo Pavel Floreski o il traduttore del «De vulgari eoloquentia» di Dante, Vladimir Scholski; o l'elettricista Antonio Lonzar, il regista Roberto Barbetti, Vittorio Marchesetti. I nomi, i nomi. Purtroppo «nel mio Paese - denuncia Arsenij Roginskj, presidente di Memorial - nella mia capitale, non c'è alcun monumento alle vittime dei gulag che pure furono milioni e milioni; né alcun grande museo, un museo vero e proprio dedicato alle vittime del terrore; sui manuali di storia, quell'epoca viene liquidata in pochi brani; non esistono vie intitolate alle vittime del terrore, ma continuano a resistere le vie in onore ai loro aguzzini». Questo è lo sfondo reale. La battaglia per la memoria, «la nostra memoria tragica», è sempre piú ardua, difficile. Per Fassino, è un dovere essere qui: «Perché non cali mai l'oblío sulla storia dei totalitarismi del `900, sui gulag di Stalin e su chi fu complice di questa terribile violenza contro l'umanitá . I crimini staliniani furono la manifestazione piú atroce del comunismo, un regime che ha creduto di poter realizzare uguaglianza e giustizia separandole dalla libertá ».

 

«Proprio settant'anni di comunismo hanno dimostrato quanto impossibile e aberrante fosse quell'idea. Non ci puó essere uguaglianza e giustizia se non nella libertá ». Per questo è sacrosanto sollevare la coperta dell'ipocrisia, ricordare i 300 comunisti italiani internati nei gulag, «assassinati senza colpa dalla macchina bestiale della violenza di stato sovietica. Fuggivano dal fascismo e si erano rifiugiati in Urss con l'ingenua speranza di essere protagonisti della creazione di una societá  nuova». Tragedia nella tragedia: «Perché vittime prima ancora che della violenza della polizia segreta, della delazione dei loro stessi compagni, e della colpevole connivenza di quei dirigenti che, pur autorevoli come Togliatti, non ebbero il coraggio di sfidare la macchina oppressiva della dittatura. Non tutti si sottrassero alla propria responsabilitá  morale e politica. Antonio Gramsci si batté per sottrarre i suoi compagni a un destino tragico». 

 

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