News per Miccia corta

21 - 06 - 2007

La favola di una generazione

(la Repubblica, GIOVEDáŒ, 21 GIUGNO 2007, Pagina 46 – Cultura)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In un libro di Enrico Franceschini un gruppo di ex studenti bolognesi è chiamato a rievocare quegli avvenimenti 

 

Una stagione politica che prima di chiudersi nella violenza mette al centro le emozioni e la dimensione collettiva 

 

L'autore ha proposto ai suoi interlocutori di misurarsi con due questioni: l'Amore e la Felicitá  

 

Le risposte sono moderatamente ottimistiche e dei sogni non realizzati resta la nostalgia 

 

 

 

ALBERTO ASOR ROSA 

 

 

Dopo Lucia Annunziata un altro giornalista di fama, Enrico Franceschini, si cimenta con il fatidico "1977": ma perseguendo un percorso tutto diverso, anzi, pressoché opposto a quello precedente. Annunziata era partita dalla sua esperienza personale per tentare di risalire ad una lettura politica generale di quella imprescindibile tappa storica e politica. Franceschini, in Avevo vent'anni (Feltrinelli, pagg.155, euro 8,50) lascia la lettura politica generale come sottintesa e da lí prende le mosse per raccontare quell'anno sotto forma di esperienza personale, anzi, piú esattamente, di «esperienze personali».

 

Il libro, infatti, porta come sottotitolo: «Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007». Sarebbe stato piú corretto scrivere: «Autobiografia». Da un fortuito incontro con un compagno di quei tempi, nasce in Franceschini l'idea di tornare a cercare un certo numero di componenti del Collettivo di Giurisprudenza dell'Universitá  di Bologna, di cui lui stesso aveva fatto parte, e di farli parlare, nella forma di un'intervista implicita, di quegli anni lontani, e poi di quel che per ognuno di loro ne è seguito. La presenza dell'autore è ovunque aleggiante, - torneró su questo punto, - ma intanto, da bravo giornalista, ha ceduto la parola ai suoi interlocutori: sono loro che raccontano la storia in prima persona, non lui.

 

La storia? Le storie: fra i quaranta soggetti chiamati in causa, uomini e donne (rispettivamente ventisette e tredici), ce ne sono pochi, pochissimi, che raccontano la stessa. Ció, del resto, tenendo conto per l'appunto della natura di tali storie, è anche abbastanza ovvio. I loro racconti, infatti, si sviluppano lungo un duplice diagramma: quello del tempo e quello dello spazio, e ognuno dei due contribuisce a modificare, stemperare, allontanare, appannare, ma anche, al contrario, a rendere ancora piú lucida e presente la comune esperienza originaria.

 

Il tempo: sono passati trent'anni; chi ne aveva venti nel '77, oggi ne ha cinquanta. L'etá  li ha inesorabilmente cambiati. Matrimoni, separazioni, secondi matrimoni, figli, lavoro, spostamenti non impediscono peró alla maggioranza di loro di proclamarsi ancora giovani, o per lo meno vivi, curiosi, attenti. Alcune frasi mi hanno colpito: «Ecco, noi ci sentivamo immortali, destinati a un'eterna giovinezza, non tanto fisica quando dell'animo (...) Anche adesso non lo so se ci sentiamo veramente vecchi... C'è questa strana sensazione di gioventú che in qualche modo permane» (Laura).

 

Dal modo di ricordarlo si risale al modo di viverlo: l'accento, per questi protagonisti, batte sul dato vitale ed esistenziale; la politica, senza dubbio presente, anzi presentissima, è peró inesorabilmente filtrata attraverso l'esperienza collettiva della vita comunitaria, della passeggiata notturna, dell'avventura, della scoperta sentimentale, del rischio. Rischio, sí, ma ragionato: ragionato, direi, persino con un certo istintivo buonsenso giovanile. Sará  un caso: ma il rifiuto della violenza da parte di questo gruppo è pressoché unanime e uno solo di loro, ed esclusivamente per generositá , è stato lambito dal vento gelido del terrore e della repressione. Forse è per questo che le narrazioni generalmente s'interrompono al marzo 1977, alla morte dello studente Francesco Lorusso, con lo strascico di violenze che ne seguí da una parte (Autonomia operaia, da quasi tutti considerata ostilmente) e dall'altra (le forze dell'ordine scatenate anche senza motivo contro gli studenti); o al massimo arrivano fino al Convegno sulla repressione del settembre successivo, amara chiusura per molti di quella entusiasmante stagione.

 

Dopo il buco nero del 1978-80, sul quale quasi nessuno posa lo sguardo, le narrazioni riprendono sul filo della memoria quotidiana, per arrivare fino ai nostri giorni, per cosí dire, piú pacatamente.

 

Lo spazio: il concentrato di memoria s'allarga da Bologna a ventaglio sull'intero territorio nazionale, perché una caratteristica fondamentale del Collettivo di Giurisprudenza (e, ovviamente, dello studentato bolognese in quella fase) è di essere riccamente interregionale. Qui, infatti, oltre ai bolognesi, fra i quali va annoverato lo stesso Franceschini, parlano sardi, leccesi, veronesi (parecchi), trentini, catanzaresi, piceni, udinesi, bolzanini, romagnoli, abruzzesi, lucani, umbri, siciliani, molisani, baresi, foggiani, veneti. Impressionante. E' come se molti pezzi d'Italia fossero stati centrifugati e omogeneizzati in quel collettivo, in quella Universitá  e in quella cittá ; e poi fossero stati rispediti di qua e di lá , a fare gli avvocati e gli insegnanti di diritto (ovviamente), ma anche i segretari comunali, gli uomini d'affari, i dirigenti d'azienda, le donne di casa, le professoresse universitarie, ecc. Diversi, senza dubbio; ma pure, - torno a insistere su questo punto, - con qualche perdurante tratto comune.

 

Il piú rilevante mi pare è che essi continuano ad aspettare che qualcosa di nuovo accada: qualcosa d'immaginato e di sfiorato a vent'anni; poi smarrito, talvolta perduto. Mai peró del tutto rimosso: «Sono piú vecchio, ma mi diverto a rimettere in discussione molte cose. Non mi stanco ancora a ricominciare, anzi...» (Bambú); «Ma non c'è niente da fare, non mi sento vecchio dentro. La curiositá  che avevo a vent'anni ce l'ho ancora» (Marco); «Come se per noi, e non so se sia un dono o una condanna, si fosse fermato il tempo. Come se avessimo per sempre vent'anni» (Enrico).

 

Bene, onestamente mi pare che questo sia il quadro (anche se non è facile riassumere il senso di quaranta voci diverse, ognuna delle quali ha un tono e vibrazioni propri). Resta da dire qualcosa sull'autore; no, autore no, Franceschini (pagg. 155) rifiuta la qualifica, ma certo deus ex machina, e abilissimo deus ex machina. Innanzi tutto, l'omogeneitá  dello stile: Franceschini è, in tutte le sue incarnazioni, uno scrittore lucido, limpido, conciso: le molte voci ritrovano la loro profonda parentela interiore, perché quella voce lí, quella che le veicola e le trasmette, ha la semplice forza di un'oralitá  comune non ancora, a distanza di tanti anni, sprofondata nel nulla.

 

Poi c'è un'affinitá  di fondo, anch'essa esistenziale ed umana. E' evidentissimo che Franceschini ha proposto ai suoi interlocutori una griglia con cui misurarsi. Su questa griglia spiccano due interrogativi: l'Amore e la Felicitá . Come te la cavi con l'Amore? E: sei felice? E come? E dei tuoi sogni, che ne è? Anche qui le risposte sono le piú diverse, anche se, in maggioranza, moderatamente ottimistiche: me la cavo abbastanza bene; sono felice, abbastanza felice. No, non tutti i sogni si sono realizzati: ma ne resta la nostalgia, non ci siamo fermati, continuo a farne (come ho piú volte osservato). E Franceschini? Beh, questo è troppo chiedere, tiriamo a indovinare da questo libro (e da quanto abbiamo giá  letto di lui, un solo romanzo, e me ne dispiace, e ovviamente le tante corrispondenze giornalistiche). Questo libro nasce esso stesso, assai piú che da un intento documentario, da un atto d'amore. Se Franceschini non amasse il suo '77 alla maniera di Laura, Bambú, Gianfranco, Enrico, Marco, Nena (che dev'essere un tipo tosto, si capisce proprio), e di tanti altri suoi compagni, non avrebbe neanche posto mano al lavoro da cui è nato. Per deduzione, possiamo dunque ricavare che per lui (noi non lo conosciamo affatto) l'amore conta parecchio, se per amore ha fatto questo libro.

 

Ed è felice? Questo proprio non possiamo saperlo. In attesa che Marco o Valentino o Anna glielo vada a chiedere e poi ce lo faccia sapere, limitiamoci a constatare che lui condivide la morale della favola che molti della sua generazione, - e lui ha fatto in modo che potessero testimoniarcelo, - hanno tratto da quelle esperienze. Forse non è molto, forse non è la «felicitá  estremistica» cercata e forse provata a vent'anni, ma è quanto la morale stoica indotta da questi tempi calamitosi ci consenta oggi di concepire: «Quanto tempo abbiamo trascorso insieme, ragazzi e ragazze del Settantasette, e quante, quante ne abbiamo passate: girata questa pagina finisce un libro; ma la nostra avventura continua».

 

 

P. S. Io avevo vent'anni nel 1953, ai tempi della battaglia contro la «legge truffa»: vi partecipai intensamente (e per giunta fu vinta) ma, inquadrato com'ero nei ranghi del Grande Partito, non posso dire di averne ricavato l'entusiasmante senso di liberazione e di leggerezza a quanto sembra provato dai ventenni del 1977. Nel 1977, invece, avevo ovviamente quarantatré anni e devo dire di aver vissuto quel periodo in modo totalmente diverso da quello dei giovani del Collettivo bolognese di Giurisprudenza, cui Franceschini ha ridato oggi cosí felicemente la parola. Del tutto ininfluente ai fini dell'osservazione da dedicare a un bel libro come questo, di quel diverso punto di vista metterá  forse conto un giorno o l'altro di parlare. 

 

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