News per Miccia corta

21 - 06 - 2007

Nella roccaforte basca in trincea con l'incubo Eta

(la Repubblica, GIOVEDáŒ, 21 GIUGNO 2007, Pagina 1 - Prima Pagina)

 

 

 

 

 

  

 

 

 

In Spagna torna la minaccia dopo tre anni di cessate il fuoco, ma nella provincia la maggioranza vorrebbe che il negoziato con gli assassini continuasse 

 

Il governo autonomo dispone di una sua polizia, d'una tv, d'un sistema scolastico e ora vuole l'indipendenza da Madrid 

 

Fino a pochi anni fa i sacerdoti seppellivano i poliziotti uccisi dagli "etarras" con funerali sbrigativi come se fosse stata una colpa   

 

 

GUIDO RAMPOLDI

 

 

 

SAN SEBASTIAN 

 

Se volete un'idea della Spagna immutabile andate alla periferia orientale di San Sebastian, prendete il gozzo che fa la spola tra le due sponde del fiume e sbarcate a Donibane, Passaje de San Juan in castigliano (ma a bordo non vi scappi quel nome, altrimenti il barcarolo si terrá  il resto e vi abbaierá  in basco). Una volta sbarcati sará  sufficiente una passeggiata nel borgo medievale per avere un'idea di come vanno le cose quaggiú dal primo giorno di democrazia. Incontrerete sui muri la stella rossa dell'Eta (gora Eta, viva l'Eta); murales che celebrano il partito affiliato all'Eta; e un manifesto che allinea i sorrisi di tutti gli etarras attualmente detenuti, circa novecento.

 

Se invece cercate nelle tre province basche un tributo agli 817 spagnoli ammazzati dai ridenti eroi del manifesto, troverete pochissimo, e quel pochissimo solo al chiuso o in luogo sorvegliato. Per esempio, al primo piano del municipio di San Sebastian una piccola lapide effettivamente ricorda il vicesindaco Gregorio Ordoñez, assassinato nel 1995. Ogni anno sua sorella Consuelo faticava a trovare un prete disposto a celebrare la messa di suffragio, e alla fine è emigrata. A San Sebastian è rimasta una Fondazione Ordoñez, e uno sconsolato portavoce, Pedro Altuna, che paragona chi si oppone al nazionalismo basco agli ebrei nella Germania degli Anni Trenta. Idea sbagliata, grossolana: ma ricorrente in quel migliaio di spagnoli oggi di nuovo a rischio d'una pallottola.

 

Prima di respingerla bisognerebbe aver provato la loro solitudine, e la tristezza che adesso strema quanti di loro ripeterono al governo socialista: non trattate con gli assassini, non cadete nella trappola dell'Eta.

 

Nel 2004 molta sinistra liquidó i guastafeste come guerrafondai e rancorosi. Oggi è perlomeno verosimile che avessero ragione.

 

E' la quinta tregua che fallisce in un trentennio, il quinto negoziato sotterraneo che naufraga in un nulla di fatto. Da quando l'Eta ha annunciato che tornerá  ad ammazzare, il governo basco cerca con affanno altri 270 guardaspalle, a quattromila euro mensili, per aggiungerli ai tremila che giá  provvedono alla sicurezza dei piú esposti. Nel frattempo ci si domanda a chi toccherá  la bomba o la pallottola, se sará  un politico, un poliziotto, un passante. Meno dubbi sul fatto che per tornare sulla scena l'Eta si affiderá  ad un attentato eclatante. «Qualcosa che faccia impressione», pronostica uno nel mirino, Carlos Gorriaran, co-fondatore di Basta ya (adesso basta). Minime le probabilitá  di evitarlo. Prima della tregua, l'Eta vedeva all'orizzonte la propria sconfitta, come ammetteva un documento interno. Ma oggi, rinsaldata la logistica e rimpinguate le casse con una serie di estorsioni, la banda «è in grado di mantenere una minaccia costante» su ogni lembo di Spagna, valuta l'Antiterrorismo.

 

Tornare in trincea dopo tre anni di tregua è deprimente, e lo è a maggior ragione perché la pace sembra ancora piú lontana di quanto apparisse all'inizio del cessate-il-fuoco. Ma neppure questo spiega l'avvilimento che sta assottigliando la prima linea della democrazia basca mentre ricomincia la stagione delle pistole. I famigliari degli assassinati, qualche giornalista, alcuni intellettuali e soprattutto uno sciame di consiglieri comunali, militi ignoti della politica. Nell'ultimo decennio erano riusciti ad animare la resistenza al nazionalismo basco, avevano guidato dimostrazioni imponenti, vinto la passivitá , frenato il fatalismo. Ma adesso molti di loro cominciano a dubitare perfino che valga la pena di manifestare contro l'Eta. «In piazza, ogni volta siamo di meno», nota Gorriaran.

 

A scoraggiare è una sensazione confermata dai sondaggi: ai baschi premerebbe soprattutto non avere noie, non correre rischi, e se per ottenere la pace fosse necessario abbassare la testa, pazienza. Per questo il 64% vorrebbe che un negoziato con l'Eta continui anche se la banda ricominciasse a uccidere come ha promesso. Dentro quel 64% tantissimi si considerano estranei al conflitto, quasi si trattasse d'un fenomeno naturale da cui tenersi alla larga; o d'una faida tra alcuni "˜spagnoli' e la grande cosca dell'Eta (il centinaio di etarras alla macchia, i novecento detenuti, i loro amici, le loro famiglie, per un totale di 10-20mila persone). L'atteggiamento della Chiesa ha contribuito a questa percezione. Come mi ricordano al Covite, l'associazione dei familiari delle vittime dell'Eta, fino a pochi anni fa molti sacerdoti seppellivano i poliziotti assassinati con funerali sbrigativi; e il feretro usciva da una porta secondaria, come se finire uccisi dagli etarras fosse la prova d'una colpa vergognosa. Oggi la curia è un po' meno vile, ma anche quest'anno ha disertato la cerimonia in ricordo delle vittime del terrorismo organizzata dal governo basco. L'ha disertata anche il Covite, nella convinzione che tuttora l'amministrazione autonoma sia piú generosa con le famiglie degli assassini che con le famiglie degli assassinati («Semplicemente ci ignora», mi dice il nipote di Manuel Albizu, freddato nel 1976).

 

Il governo basco è anch'esso parte del problema. Ha poteri estesi quanto nessuno altro governo autonomo del pianeta. Dispone d'una polizia propria, d'una televisione, d'un sistema scolastico ossessivamente basco. Ma neppure questo soddisfa il partito del nazionalismo cattolico e moderato, il Pnv, che da un trentennio guida l'esecutivo. Il Pnv vuole un referendum consultivo sull'indipendenza: dunque procede nella stessa direzione in cui marcia il nazionalismo radicale. Quest'ultimo ha uno status legale assai confuso. Il suo partito storico, Batasuna, è fuorilegge perché legato all'Eta. In primavera il governo spagnolo ha permesso ad un partito figliato da Batasuna, l'Anv, di presentarsi alle amministrative, ma soltanto nella metá  dei seggi. L'Anv ha colto un buon risultato. Sommando preferenze e voti nulli oggi si accredita 187mila voti, che farebbe 187mila baschi cui presumibilmente sparare nella nuca ad un inerme, perfino ad un ostaggio, risulta una pratica forse discutibile ma per nulla repellente. I 719 consiglieri comunali di Anv amministreranno fondi pubblici in alcuni piccoli municipi, insomma conteranno su un ulteriore strumento di controllo sociale. Alcuni di loro, questo è scontato, informeranno l'Eta di quel che accade nelle amministrazioni.

 

La relazione tra l'Eta e l'Anv non è diretta né automatica. Peró la cultura di riferimento è identica, un miscuglio di terzomondismo, ispanofobia e culturalismo da accademia serba. Ne offre esempi il quotidiano Gara. Entusiasmo per Castro e per la "resistenza afgana", leggi i Taliban. Un editoriale (12 giugno) che spiega un uxoricidio avvenuto in quei giorni con la politica di Madrid. Manipolazioni della storia. Piagnistei sulla fine della tregua, peró imputata al governo spagnolo. Puó darsi che abbia ragione Luke Uribe-Extebarria, deputato del Pnv nel parlamento basco, quando mi dice: «La maggioranza del nazionalismo radicale ritiene l'Eta un impaccio ed è convinta che sia arrivata l'ora di continuare a lottare solo con mezzi politici». Ma fosse anche cosí, non osa dirlo. Di fatto sono sempre gli etarras a decidere. Il "movimento" s'accoda.

 

La strategia socialista puntava su una vittoria dei "politici" sui "militari", scommessa ricorrente negli ultimi trent'anni ma sempre delusa. E obbediva ad una convinzione tipica di molta sinistra europea, e cioè l'idea che qualunque conflitto sia risolvibile con i mezzi della politica. Si tratti di Taliban o di etarras basterebbe sedersi ad un tavolo e discutere per ritrovarsi prima o poi affratellati e commossi a firmare la pace. Ebbene, non funziona cosí. Quando i progetti sono inconciliabili un armistizio puó essere trovato solo se il ricorso all'imperio o alla forza squilibra i rapporti tra i contendenti. Come mi ricorda Gorriaran questa è anche la lezione dell'Ulster, dove il conflitto è stato placato quando Londra ha sospeso il governo autonomo e Dublino ha puntato le pistole nella schiena dell'Ira.

 

Zapatero ha promesso che d'ora in poi sará  "implacabile" con il terrorismo, terminologia affine al "nessuna indulgenza" cui ricorrono in Italia politici e opinionisti quando non hanno lo straccio d'un'idea. Nel concreto è successo questo: appena l'Eta ha abrogato la tregua, la Fiscalia, che dipende dall'esecutivo, ha piegato lo stato di diritto secondo le attese dell'opinione pubblica. Un etarra ricoverato in ospedale è stato rispedito in carcere, un politico filo-Eta è stata arrestato. A parte questa rappresaglia infelice, il governo sta cercando di coinvolgere il nazionalismo moderato in una sorta di patto antiterrorismo. Ma non gli sará  facile rimontare la corrente quando mancano nove mesi alle elezioni politiche. E il riprecipitare del conflitto basco segue l'insuccesso dei socialisti nelle amministrative, tanto piú imbarazzante per Zapatero perché a Madrid è naufragato il candidato che aveva imposto ad un apparato malmostoso. Da allora le vecchie volpi del Psoe hanno rialzato la testa. Adesso chiamano Zapatero "Harry Potter", volendo intendere: è un ragazzino convinto d'avere la bacchetta magica, ma come vedete i suoi incantesimi non funzionano.

 

L'Harry Potter socialista non ha mai tentato di imbrogliare la Spagna come invece il Voldemort della destra, Aznar, quando il suo governo tentó di accreditare una cospirazione islamico-etarra dietro la strage compiuta da terroristi arabi a Madrid nel 2004. Peró è indubitabile che nel Paá­s vasco la bacchetta magica non abbia avviato a soluzione il conflitto basco né risolto le tensioni tra Madrid e alcune tra le regioni autonome (ben 17, ciascuno con uno statuto diverso dagli altri), oggi il primo problema della Spagna. Sempre piú necessari alla destra o alla sinistra, i partiti autonomisti vedono da anni aumentare il loro potere contrattuale malgrado diminuiscano i loro voti (oggi contano per l'8% dell'elettorato). Né il Psoe né il Pp hanno una strategia efficace per uscire dalla tendenza centrifuga, dice Gorriaran. «La sinistra è troppo conservatrice, la destra troppo aggressiva e apocalittica. Occorre una terza via».

 

Elaborata dagli uomini di punta dell'antinazionalismo, come i filosofi Gorriaran e Fernando Savater, la proposta di Basta ya punta a fissare un limite oltre il quale il potere centrale non puó essere eroso, a uniformare gli statuti autonomi e a rafforzare lo stato di diritto. Ostile allo spagnolismo quanto ai nazionalismi basco e catalano, è piaciuta a tanti spagnoli delusi dal Pp e dal Psoe. Il successo è stato tale, mi racconta Gorriaran, da portare rapidamente allo scoperto la richiesta d'un nuovo partito, sul quale potrebbe convergere un 10% dell'elettorato, e cioè liberali laici e pezzi di sinistra riformista. Ora la gente di Basta ya si sta chiedendo se formare quel partito, e se un'impresa del genere possa riuscire senza appoggi confindustriali o politici, senza null'altro che un sito web e il prestigio personale delle figure che sarebbero coinvolte nell'impresa. Nel tempo di internet è possibile raggiungere l'elettorato saltando il sistema dei giornali e delle tv? Si possono imporre temi estranei agli ordini del giorno? Difficile immaginarlo. Ma se Basta ya riuscisse a soffiare un po' di idee nuove dentro il cosiddetto dibattito politico, in barba ai direttori del circo, l'esempio potrebbe risultare altamente contagioso.

 

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