News per Miccia corta

20 - 06 - 2007

Memorie di guerriglia

Prospero Gallinari è stato uno dei nomi di spicco delle Brigate Rosse. Il suo è un libro di memorie, un discorso obiettivo attraverso il quale ricostruisce l'atmosfera di quegli anni e l'ideologia alla base delle azioni terroristiche.
di Alfredo Radiconcini

La sovraccoperta del libro di Prospero Gallinari è tutta in rosso, piú tipo Feltrinelli che Bompiani, con l'immagine dell'autore al lavoro nelle sue vesti di contadino. Si tratta di quel tipo di rosso che in genere adorna i libri di Che Guevara, un colore un po' meno scuro di quello del sangue. Se si guarda la copertina, senza che una fonte di luce diretta vi si rifletta sopra, puó sfuggire il fatto che una stella a cinque punte, non completamente contenuta nella pagina, ha il suo centro nell'immagine dell'uomo sulla macchina agricola. Il libro di Gallinari è uno dei pochi libri in commercio di memorie di ex terroristi che siano stati fatti in forma diretta, ovvero non come intervista o con la partecipazione di qualcuno dall'esterno.

Curcio, Moretti, Braghetti, l'ultimo Franceschini: i loro libri sono stati tutti condivisi con altri autori. Anche altri partecipanti delle gesta di quegli anni hanno cominciato a scrivere la loro storia senza mediazioni. Incrociando Un contadino nella metropoli con le letture di Enrico Fenzi (Armi e bagagli, Costa & Nolan 2006, € 8,80), Valerio Morucci (La peggio gioventú, Rizzoli 2004, € 17,00) e Sergio Segio (Una vita in Prima Linea, Rizzoli 2006, € 18,50) – libri distanti uno dall'altro, ciascuno rispondente a diversi intenti e modi di sentire del proprio autore - si puó provare a vedere quel che c'è di comune, principalmente nei piú recenti, ovvero quelli di Morucci, Gallinari e Segio, nella riflessione su se stessi e quel periodo.

Il primo aspetto da sottolineare di questa ricostruzione è nella individuazione di una minaccia di colpo di stato autoritario, cui le stragi a partire da quella della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969 erano funzionali. La strage era di Stato, ed era funzionale allo sviluppo capitalistico del momento. La saldatura fra le paure golpiste, confermate sia dai vari scandali usciti sulla stampa di quegli anni (che vedevano coinvolti alti ufficiali e componenti dei servizi segreti) che dai colpi di Stato reali come quello geograficamente vicino della Grecia dei Colonnelli, e la realtá  italiana delle stragi di cui non si trovavano (o non si volevano trovare) i responsabili, tendeva a radicalizzare l'analisi della situazione.

Il secondo aspetto comune è nelle radici ideologiche cui aderiva chi faceva la scelta della lotta armata. Si cercavano esempi attuali, moderni, per la prassi rivoluzionaria. Le Brigate Rosse in uno dei loro primi documenti, oggi raccolti in un volume pubblicato dalla cooperativa editoriale fondata da Renato Curcio (Progetto Memoria: Le parole scritte, Sensibili alle foglie 1996, € 25,82), del 1971, una famosa auto-intervista, indicano i loro punti di riferimento: si trattava del marxismo-leninismo, della rivoluzione culturale cinese, e delle "esperienze in atto dei movimenti guerriglieri metropolitani". L'editore Feltrinelli aveva pubblicato proprio quell'anno dei libri sull'esperienza dei tupamaros uruguaiani, che agivano in una situazione sociale di forte inurbamento, dunque piú affine alla situazione italiana rispetto all'esperienza di Che Guevara che si svolgeva nelle campagne (Ernesto Che Guevara: Guerra per bande, Mondadori 2005, € 8,40, da considerare anch'esso per il tipico rosso della copertina). La critica ai partiti comunisti nello stesso documento BR, è fondata sulla loro incapacitá  "di far fronte ai livelli di scontro che la borghesia progressivamente impone": vi si parla di inadeguatezza strutturale dello strumento-partito usato dai comunisti europei.

Un terzo aspetto che emerge dalle memorie è l'adesione metodologica ad una concezione dell'azione politica come guerriglia. Una buona parte dei militanti dei gruppi clandestini veniva da componenti dei servizi d'ordine, predisposti naturalmente all'azione. Questa necessitá  di alzare il livello del conflitto derivata dall'analisi ideologica si sposava con il mito della lotta armata intesa come mezzo per la conquista del potere. Il rifiuto di separare organizzazione politica ed organizzazione militare si sposa con l'idea della Resistenza come rivoluzione incompiuta e tradita. La visione ideologica che portava a concepire le azioni di guerriglia come facenti parte di una guerra complessiva al capitale cercava padri ed esempi ovunque si potessero trovare: la guerra dei gap costituiva un affascinante antecedente.

Non per caso Gallinari scrive in corsivo nel suo libro "ora e sempre... resistenza!" nell'evocare lo spirito di corpo in carcere nel 1984. Segio parlando della "educazione politico-sentimentale" dei militanti come lui, cita il libro di Giovanni Pesce Senza Tregua (Feltrinelli 1995, € 8,50). La guerra peró, quella vera, non c'era: in una lunga intervista sulla sua vita di militante comunista (figlio di emigranti, minatore, combattente volontario nella guerra civile spagnola, confinato a Ventotene, partigiano gappista e Medaglia d'oro al Valor Militare della Resistenza), Giovanni Pesce ricorda come "Il risultato piú significativo che i gappisti riuscirono a ottenere con il loro modo di combattere fu d'aver costretto il nemico a trattenere nelle cittá , e quindi ad immobilizzare, ingenti forze, che, altrimenti, sarebbero andate a rafforzare i vari fronti di guerra." (F. Giannantoni e I. Paolucci: Giovanni Pesce "Visone": un comunista che ha fatto l'Italia, edizioni Arterigere 2005, € 14,00).

Un quarto punto comune è la rivendicazione di un seguito e di un consenso di massa alle iniziative dei gruppi terroristici. Questo è un punto rilevante perché su di esso si basa la ricostruzione di quegli anni: il grado di consenso alle iniziative di quelli che volevano, con parole di Morucci, "la conquista dello Stato da parte delle classi proletarie attraverso l'uso delle armi". Nelle sue memorie Gallinari afferma che la clandestinitá  delle BR era organizzativa, non politica, in un passo nel quale ricorda di aver ascoltato nel 1977 lo slogan "Rosse, rosse, rosse, Brigate rosse" uscire da un corteo. Tutti questi autori fanno riferimento ad una solidarietá  diffusa, e ad una ancor piú vasta area della societá  che tendeva a tollerare la loro scelta armata. Questo mancato riconoscimento pubblico unanime del consenso ottenuto dalle loro iniziative fa venire in mente, nel caso delle BR, la richiesta di riconoscimento da parte dello Stato durante il rapimento Moro. Il nodo, anche dopo la fine del "primo" terrorismo italiano, è sempre lo stesso, spostato dal piano politico a quello dell'interpretazione storica dei fatti.

Un ultimo aspetto che è necessario sottolineare, in tutti questi libri, è il fatto che partono dalla sconfitta. Il giudizio sinteticamente piú lapidario in proposito è quello di Morucci: "Il terrorismo è stato sconfitto perché anacronistico, e per il suo avvitamento nella spirale omicida." In alcuni di questi libri c'è un tormento personale piú evidente (piú forte in Fenzi e Morucci, assente in quello di Gallinari): c'è dunque uno spettro di emozioni e reazioni diverse a quel fenomeno. Ma tutto parte dalla sconfitta politica: trattandosi di uomini che avevano aderito con tutte le loro forze ad un pensiero e ad una prassi derivate dal materialismo storico, non puó che essere cosí, e sembra utile tenerlo presente.

Avendo cercato di evidenziare i tratti comuni, è il caso di delineare anche le differenze fra i diversi libri.
Una prima importante distinzione bisogna farla a proposito del libro di Enrico Fenzi: la prima edizione è del 1987, molto prima degli altri tre, tutti pubblicati fra il 2004 ed il 2006. Da vent'anni la casa editrice "Costa & Nolan" lo tiene in commercio, segno evidente di un certo successo. Fenzi aveva insegnato Letteratura Italiana all'Universitá  di Genova, e nel libro racconta la sua partecipazione alle attivitá  della colonna genovese proprio nel momento in cui veniva ucciso Guido Rossa. Fenzi è del 1939, ed appartiene ad un'altra generazione rispetto a Morucci (1949), Gallinari (1951) e Segio (1955). Il suo racconto arriva al 1982, e nel momento della prima pubblicazione del libro si era definitivamente affermato il fenomeno del pentitismo e della dissociazione. Fenzi, pur avendo avuto un ruolo rilevante nella colonna genovese, non puó rappresentare il brigatista-tipo, e non aveva, rispetto a Gallinari o Morucci, la stessa posizione di comando. Le sue pagine, assieme a quelle di Morucci, sono quelle in cui piú chiaramente il rammarico per le cose fatte sembra essere sincero.

Il libro di Morucci alla narrazione colloquiale intercala qua e lá  racconti autobiografici dal carattere letterario, ed è assieme a quello di Fenzi quello dalla lettura piú scorrevole del quartetto qui considerato. Una caratteristica interessante nel raffronto delle differenze fra i libri è nel diverso atteggiamento riguardante Roma. Il romano Morucci racconta il disorientamento dei brigatisti del nord di fronte alla realtá  non operaia della capitale: "su Roma la pensavano piú o meno come, in seguito, i leghisti"; Fenzi racconta del suo arrivo a Roma in un passaggio in cui, con Savasta, giunge infine alla Garbatella - che fa pensare alla visione della Roma del Governo Parri dell'Orologio di Carlo Levi (Einaudi 2006, € 10,50) - ed esprimendo tutto il suo schifato disagio scrive: "Come si fa a prendere sul serio un brigatista che parla in romanesco? Che parla come Alberto Sordi?". A chi ricorda l'accento di chi leggeva la condanna a morte di Roberto Peci nel filmato diffuso dalle BR si spegnerá  peró il sorriso sulle labbra.

Sergio Segio apparteneva a un'altra organizzazione rispetto agli altri tre, era infatti uno dei principali leader di Prima Linea. Il suo orientamento è diverso ideologicamente: Segio e i suoi compagni non mettevano la costruzione del partito nella classe al primo posto, come le BR che volevano radicare l'organizzazione nelle masse, bensí ritenevano che bisognasse portare tutto il movimento di classe alla prassi armata del combattimento. L'approccio è quindi differente, molto meno ideologico e "burocratico" delle BR. Il suo è un libro di memorie con aspetti saggistici: spesso cita altri libri e ne discute gli argomenti.

Gallinari ha concepito il suo libro facendo in modo che ricordasse al lettore certi libri di Partigiani di memorie della Resistenza. Le note rimandano alle "azioni" compiute e ad alcuni documenti delle BR; i nomi dei brigatisti citati nel testo sono definiti in nota brevemente a seconda del ruolo svolto e molto spesso è usato il nome di battaglia. Gallinari prende atto della sconfitta subita dalla sua organizzazione nel ripercorrerne le vicende ma mantiene evidentemente un atteggiamento antagonista.

Gli autori di questi libri hanno scontato la loro pena, e sono liberi. La guerra irregolare combattuta da questi uomini una trentina d'anni fa era parte di un fenomeno radicato nelle contraddizioni della storia italiana. Oggi le dimensioni planetarie e la diffusione del terrorismo hanno un aspetto non commensurabile con quei tempi. Il rosso scuro della copertina del libretto di Carl Schmitt (Teoria del partigiano, Adelphi 2005, € 10,00) che cercava di definire il combattente irregolare che era nato nelle lotte anticolonialiste del secondo dopoguerra fa da cupo pendant finale a quello segnalato all'inizio.
I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori