News per Miccia corta

09 - 06 - 2007

MIO PADRE UCCISO DA STALIN

(la Repubblica, SABATO, 09 GIUGNO 2007, Pagina 49 – Cultura)

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo fu bollato come un traditore Gramsci tentó di difenderlo. Ma nel '38 venne fucilato 

 

Protagonista è Luciana, figlia di un militante comunista emigrato in Urss 

 

Da giovane era stato arrestato a Torino e sotto minaccia aveva fatto il nome di un complice 

 

A Mosca lavora come regista di documentari dedicati alla scienza e alla tecnica 

 

 

 

NELLO AJELLO 

 

 

Una tragedia che porta il marchio del Novecento, il memorabile e funesto secolo delle ideologie. ሠlo spettacolo offerto dal volume di Gabriele Nissim, Una bambina contro Stalin, appena uscito in edizione Mondadori (pagg. 278, euro 17). La bambina che figura nel titolo si chiama Luciana, ed è la figlia di Gino De Marchi, un comunista italiano che venne soppresso nel 1938 in Unione Sovietica, dove il suo partito l'aveva inviato perché potesse espiare, nella patria dei Soviet, una colpa "politica" commessa in patria nella prima gioventú. Il progetto punitivo, purtroppo, si sarebbe attuato alla lettera.

 

Il caso non puó dirsi insolito negli annali del comunismo italiano: di nostri connazionali emigrati in Urss negli anni Venti o Trenta e coinvolti fino al sacrificio nelle trame della repressione staliniana se ne contano vari, e ciascuno restituisce a suo modo il sapore d'un tempo spietato. La specialitá  che si coglie in questo libro è data proprio dalla figura filiale associata alla vicenda, fin quasi a contendere al padre il ruolo di protagonista. ሠa lei che l'autore si è rivolto - incontrandola ripetutamente, in anni recenti, in Russia e in Italia - per ricostruire i fatti. Luciana, nata nel 1924, ne è stata diretta testimone fin dalla prima infanzia, e si è poi dedicata lungo oltre mezzo secolo, a coltivare «l'arte della memoria»: riabilitare suo padre, rievocarne le traversie, ricostruire i tratti della sua figura, è stata per lei una missione. Accanto a questa erede, Nissim è riuscito a comporre una saga «dal vero», insieme dolente ed esemplare.

 

Classe 1902, Gino De Marchi, è stato un comunista della prima ora. Risultava, anzi, iscritto al partito socialista (con netta inclinazione verso la corrente bolscevica), in epoca antecedente alla scissione di Livorno. Idealista, poeta dilettante e politico tutto d'un pezzo, ha svolto attivitá  "militante" fin quasi dall'adolescenza. Nel suo paese di nascita, Fossano, a un passo da Torino, il comunismo s'incarna in un "genius loci", Giovanni Germanetto, autore di Memorie di un barbiere, un'autobiografia popolaresca che, tradotta in Russia dopo il trasferimento dell'autore in quel paese in seguito all'avvento del fascismo, verrá  letta come un piccolo classico.

 

L'occupazione delle fabbriche con epicentro nella Torino operaia trova Gino in prima linea, diventando per lui, insieme, un'epopea e una fonte di guai. Proprio a lui, Gino, poco piú che diciottenne, viene affidato, accanto ad altri, il compito di nascondere un piccolo arsenale di armi raccolte in vista di un'eventuale sommossa proletaria: e la cantina in cui vengono depositate è proprio a Fossano, a pochi passi dall'abitazione della famiglia De Marchi. L'operazione si svolge in maniera estremamente incauta, nella concitazione del momento. Ed perció facile per i carabinieri arrestare Gino e trasferirlo nel carcere di Mondoví, dopo un breve sopralluogo che ha coinvolto sua madre Maria, anche lei fervida comunista. ሠil 26 aprile del 1921.

 

L'interrogatorio del giovane è breve e bruciante: di fronte alla minaccia di un coinvolgimento di sua madre nel reato, Gino ammette alcune circostanze e fa il nome di un complice, subito a sua volta incarcerato. ሠla debolezza o l'errore di chi, giovanissimo, deve misurarsi con un evento cruciale. A lui tocca ora il ruolo del capro espiatorio per una leggerezza collettiva. La qualifica di traditore gli resterá  sulla pelle per sempre. Rilasciato dal carcere, verrá  sottoposto a un processo ancor piú lacerante. Rinchiuso per lunghe ore in un deposito dell'Ordine nuovo - il quotidiano comunista torinese al quale collabora - subisce pesanti umiliazioni ad opera dei compagni di partito, che lo considerano una spia fascista infiltrata nei loro ranghi. Ormai Gino è una presenza ingombrante. Il partito trova una scappatoia per dirimere il caso: il reprobo dovrá  recarsi in Russia, dove subirá  (ma egli non puó prevederlo) una sorta di pratica "lustrale". Gli spetta - come affermerá  Dante Corneli, un altro comunista italiano sprofondato nel terrore stalinista e autore di una memoria dal titolo Il redivivo tiburtino - un malinconico primato: quello di essere «il primo italiano in Russia fatto arrestare dai suoi compagni». Il peccato originale commesso in Piemonte troverá , nella patria del comunismo, il suo epilogo.

 

Giunto nella Russia di Lenin come emigrato politico nel giugno del '21, finisce in carcere: le comunicazioni dall'Italia sono state sollecite. Poi lo rinchiudono in un campo di concentramento, a Vladykino, dove viene tormentato da attacchi di tubercolosi. A liberarlo (temporaneamente) interviene nel luglio del '22, Antonio Gramsci, che ne ha pubblicato gli scritti nell'Ordine nuovo e lo considera «un fratello minore» contro il quale non è giusto «infierire». Quando De Marchi viene trasferito a Taskent, in «un luogo isolato dal mondo», Gramsci si adopera ancora a suo favore, ottenendo per lui un ulteriore spostamento a Mosca: lí potrá  trovare un'occupazione non frustrante. (Gli interventi di Gramsci in soccorso del giovane piemontese sono stati diffusamente raccontati su questo giornale il 27 aprile scorso da Simonetta Fiori in un'anticipazione dell'opera di Nissim).

 

Uscito dal carcere e dal lager, Gino non riottiene la tessera del partito. Il «marchio del sospetto» non gli si cancella. E la sua odissea prosegue. Da Mosca, dove ha lavorato come contabile, viene spostato a Sergiev, settanta chilometri dalla capitale, in una comune agricola. Benché il lavoro dei campi non gli si addica, riesce a farsi apprezzare. Tornato a Mosca per intercessione di un autorevole compagno italiano, Francesco Misiano, nel '28 il giovane piemontese viene chiamato a collaborare all'attivitá  della nascente industria cinematografica sovietica. Lo assumono alla Mosfilm, dove s'impegna nella produzione di documentari - i primi dell'epoca sovietica - dedicati alla scienza e alla tecnica in un'ovvia ottica di propaganda. Quest'attivitá  gli piace. Per qualche anno lo sorregge l'illusione di aver superato la fase piú critica del suo destino.

 

Ma il sospetto di essere in trappola gli torna quando, mentre appaiono sulla stampa sovietica gli echi dei grandi e catastrofici processi politici staliniani - intestati a uno Zinoviev, a un Kamenev - la richiesta di De Marchi di recarsi in Spagna per prendere parte, sul fronte della Repubblica, alla guerra civile incontra un netto rifiuto. S'inviano dall'Urss in Spagna soltanto uomini politicamente fidati. Nel suo caso un eventuale assenso dovrebbe tra l'altro giovarsi della firma di un dirigente italiano, un Palmiro Togliatti o un Antonio Roasio. Eventualitá  impensabile.

 

Sono passati piú di quindici anni dall'arrivo del giovane in Unione Sovietica. Ma a dispetto di ogni apparenza il suo titolo di "nemico del popolo" non è mutato. Nel clima di repressione dei tardi anni Trenta si consumano, anzi, i sospetti arretrati. La svolta finale nel destino di Gino De Marchi porta una data - 2 ottobre 1937 - nella quale egli viene arrestato. In precedenza, una richiesta di chiarimenti sulla personalitá  del "sospettato", inoltrata alla sezione italiana dell'Internazionale comunista, aveva avuto una risposta secca: di lui abbiamo «una cattiva opinione». Gli interrogatori "celebrati" a suo carico nel palazzone della Lubianka non si discostano d'un pollice da quelli che stanno portando, in Urss, alla dissoluzione di un'intera generazione di bolscevichi illustri. In quella rete, lui è davvero un pesce minuscolo. Tre inquirenti - a nome Sedov, Lunevskij e Leonov - si adoperano per dimostrare che Gino ha continuato, in Unione Sovietica, a fungere da spia fascista, dedicandosi a ordire complotti trotzkisti. Queste ed altre menzogne vengono ripetute nelle deposizioni rilasciate dai suoi compagni di lavoro alla Mosfilm: anche da coloro che sembravano suoi amici. Uno degli accusatori decisivi, il comunista italiano Renato Cerquetti, è a sua volta imputato e sotto tortura ha confessato colpe inesistenti. ሠinsomma un «corpo inerme» nelle mani della polizia e verrá  fucilato nel febbraio del '38. Il 2 giugno dello stesso anno, sará  la volta del trentaseienne De Marchi.

 

Se ho detto all'inizio che questa di Nissim è una doppia biografia, è perché ogni traversia del protagonista è filtrato attraverso la memoria e la passione documentaria di sua figlia Luciana. Gli episodi che la riguardano - e quelli che concernono, piú di scorcio, gli altri familiari di Gino: sua madre, una donna coraggiosa, sua moglie, che non trova la forza di difenderlo e lo abbandona - sono altrettanti capitoli d'una favola crudele. Una bambina che ha oggi ottant'anni (o qualcuno di piú) ci invita ad ascoltarla con religioso pudore. 

 

 

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