News per Miccia corta

08 - 06 - 2007

Le Br di ieri e quelle di oggi. Lotta armata, movimenti e conflitto sociale. Un`intervista di Segio a ``Una cittá ``

I funerali di Claudio Varalli

(UNA CITTဠn. 147 , www.unacitta.it)

 

 

 

Le brigate rosse, Piazza Fontana...

La responsabilitá  dei brigatisti rossi che non hanno mai chiuso la loro scelta criticandola alla radice, ma anche quella di tanta sinistra che non ha fatto i conti con la propria storia e i miti del 900, gli stessi che hanno spinto tanti giovani, in un periodo di conflittualitá  sociale estrema, alla scelta della lotta armata. Il rischio che di quel periodo si dimentichi tutto. Il paragone impressionante con l'amnistia del "˜46. Intervista a Sergio Segio.

Sergio Segio, dell'associazione Societá INformazione, è promotore della Federazione nazionale dei giornali del e sul carcere e membro del direttivo della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Recentemente ha pubblicato Una vita in Prima Linea, Rizzoli 2006. E' in uscita il Rapporto sui diritti globali 2007, da lui curato.


Le Brigate Rosse sono tornate per l'ennesima volta. Tu lo avevi previsto esattamente, compreso il rischio di infiltrazione nel sindacato. Come vedi questa capacitá  di riprodursi e rilevi delle novitá , per esempio, nel fatto che sono quasi tutti giovani operai?
Io credo che anche riguardo a questo problema, si rischi di prendere la scorciatoia delle risposte semplici, che trovano una sola motivazione. In realtá , come sempre, sono diversi i fili di ragionamento che si intrecciano e che spiegano perché ciclicamente ci sia una riproduzione del fenomeno armato o, quanto meno, delle velleitá  che vorrebbero riproporlo.
Giá  l'altra volta avevo detto che è un po' improprio parlare di "nuove Brigate Rosse", perché anche quelle erano a tutti gli effetti continuatrici, non giá  fisicamente (quasi mai fisicamente, anche in questo ultimo ciclo di arresti solo un paio derivano per etá  anagrafica, per esperienza vissuta, dai precedenti ambienti delle organizzazioni armate) ma appunto dal punto di vista ideologico, di proposta politica organizzativa, delle prime Brigate Rosse. Per questi ultimi vale lo stesso e mi sembra far torto, oltre che alla loro identitá , alla nostra capacitá  di capire, dire che sono strani soggetti venuti dal nulla. No, quelli sono i continuatori in sedicesimo della storia e della proposta delle Brigate Rosse e se possono esistere oggi, nel 2007, a trent'anni di distanza, è perché quella storia non è stata mai compiutamente archiviata dalle vecchie Brigate Rosse. E' una storia che nei primi anni "˜80 è andata esaurendosi sotto le spinte della crisi interna, degli arresti dei militanti e dell'estendersi del fenomeno del pentitismo, ma non è mai arrivata a un punto conclusivo, formalmente conclusivo intendo. Ci sono stati, nell' 87 e nell' 88, dei momenti pubblici in cui alcune delle figure piú rappresentative dell'originaria storia delle Brigate Rosse hanno pubblicamente detto che quell'esperienza era finita, ma non c'è stato quel percorso che facemmo invece noi come Prima Linea, quando, con una vera e propria conferenza di organizzazione, dichiarammo ufficialmente sciolta l'organizzazione e consegnammo le armi rimaste. Questo non per amore di ufficialitá , anzi (semmai a essere molto piú attenti alle forme sono sempre stati i brigatisti) ma perché avevamo la consapevolezza che, cosí come ci si era assunti la responsabilitá  di cominciare quel percorso, bisognava assumersi una responsabilitá  esplicita, pubblica, di dichiararlo chiuso e spiegarne i motivi. E questi motivi non stavano solo nella sconfitta della lotta armata e nel fatto che andavamo tutti in carcere (molti delle Br hanno detto: "Siamo sconfitti", ma nel senso:"Per il momento siamo stati sconfitti, ma appena avremo la forza riprenderemo"); il punto era che quella scelta era stata sbagliata, si era rivelata controproducente e terribilmente povera rispetto al desiderio di cambiamento della realtá . La nostra esperienza, iniziata nella convinzione, con Von Clausewitz, che la guerra in certi momenti diventi la continuazione della politica con altri mezzi, si concludeva con la constatazione che la guerra diventava alternativa alla politica, fagocitava la politica, le sottraeva spazio, uno spazio che poi non era piú disposta a restituire.
Tutto ció per dire che la mancanza di un dibattito serio, approfondito, collettivo, ha lasciato in qualche modo aperta la possibilitá  che la scelta della lotta armata potesse essere di nuovo teorizzata. Insomma, c'è un filo di continuitá , che non è tanto relazionale, fra le persone, quanto sul piano della proposta politico-organizzativa e della cultura retrostante, quella della rivoluzione violenta e della presa del potere.
In questi mesi si è rievocato il 77, anno importante...
In fondo il movimento del 77, da cui noi non provenivamo essendo venuti su nei gruppi della sinistra extra-parlamentare dei primi anni 70, chi in Lotta Continua chi in Potere operaio, è il movimento che piú ha rappresentato le nostre analisi, teorie e letture.
Nel movimento si arrivó a teorizzare il superamento del tipico modello novecentesco della "presa del potere", in nome, semmai, di un modello "contropotere", ma alla fine prevalse comunque il vecchio, cioè la teorizzazione della presa del potere e della rivoluzione violenta.
Questo per dire che una riflessione critica su quei modelli del 900, che si è poi manifestata nel momento in cui eravamo tutti in carcere, sotto traccia esisteva giá  da prima.
Secondo te, quindi, un problema è anche la mancata riflessione all'interno di tutta la sinistra sull'esperienza comunista nel suo complesso...
Anche a sinistra, dopo l'89, dopo la fine manifesta dell'esperienza sovietica, si è semplicemente chiuso un cassetto. Qualcuno, come Veltroni, ha avuto la faccia tosta di dire che lui non era mai stato comunista, qualcun altro, come Occhetto ha sofferto di piú, peró non c'è mai stata una vera riflessione su quella che era stata la storia. E' vero che il Pci aveva compiuto dei progressivi allontanamenti e strappi, ma è anche vero che all'interno della base e nel corpo dei militanti permaneva anche, non dico la doppiezza togliattiana, ma comunque l'aspirazione a una rivoluzione, se non violenta, in grado di cambiare in profonditá  il sistema sociale. In parte, "giú per li rami" deriva da questo anche il dibattito da cui sta nascendo il Pd. Si procede a colpi di rimozione, non a colpi di progressione del ragionamento.
Insomma, non c'è dubbio che nella sinistra di questo paese c'è un deficit di riflessione autocritica su quello che sono state le pratiche, i miti, i modelli e le proposte politiche e organizzative che hanno avuto corso nella seconda metá  del 900. E quando c'è rimozione si lasciano aperte le possibilitá  che qualcuno si senta tentato, se non legittimato, a riprovarci, a disseppellire quel corpo di ragionamenti.
La situazione sociale? Puó favorire una ripresa del reclutamento da parte dei brigatisti?
Questo è un altro filone di ragionamento, ma da usare con cautela perché non sembri giustificativo. Certo è vero che la realtá  sociale di oggi, del mondo del lavoro, ci offre un panorama abbastanza fosco. E' un dato acquisito sociologicamente che le nuove generazioni siano destinate a stare sensibilmente peggio delle precedenti, sia in termini di accesso al mercato del lavoro, sia in termini di future pensioni, ecc. Le povertá  sono crescenti. I dati Istat 2005 dicono che in Italia quelli ufficialmente poveri sono oltre sette milioni e mezzo, il 13% della popolazione italiana. Quelli sotto la soglia della povertá  relativa, considerando anche quelli che sono appena un po' sopra, ma che rischiano di precipitare al di sotto, ci dicono che quasi una persona su 4 si trova in un deciso disagio economico. Su dieci milioni e 900.000 persone titolari di pensione di vecchiaia, circa la metá  hanno un reddito totale inferiore alla soglia della povertá . Esempi come questi ne potremmo fare molti, che peraltro non riguardano solo la povertá  tradizionale, le sacche di esclusione sociale, riguardano sempre di piú la gente normale, i pensionati, i ricercatori. Una parte cospicua di quelli che svolgono questa attivitá  guadagnano 800-1000 euro al mese. Questo per dire che c'è comunque un processo di impoverimento complessivo in cui le proposte estremiste obiettivamente possono avere una qualche presa. Ieri, davanti alla Fiat sono andati a distribuire volantini il segretario del Partito della Rifondazione Comunista e il ministro della Solidarietá  Sociale, Paolo Ferrero, anch'egli di Rifondazione, e come era giá  successo ai segretari dei tre sindacati sono stati ricevuti in maniera non proprio affettuosa dagli operai. Sono operai che hanno una storia di 20 anni di lavoro in Fiat, in condizioni comunque molto dure, e guadagnano 1000 euro al mese.
In questo malessere possono andare a pescare queste Br. Ció spiega anche il fatto che dopo questi ultimi arresti siano spesso comparse scritte di solidarietá  fuori dalle fabbriche.
Detto questo, bisogna sempre ricordare che negli anni "˜70 il fenomeno era incomparabilmente piú vasto: al di lá  delle Br e Prima Linea, che erano le organizzazioni maggiori, c'erano 600 sigle di organizzazioni armate; nel "˜79, l' anno piú virulento, ci fu una media di 7 attentati al giorno; finirono in carcere circa 6000 persone e 20.000 furono gli inquisiti. Voglio dire che bisogna evitare di ingigantire il problema. Bisogna piuttosto far sí che quel che è successo serva da monito e sollecitazione a riprendere una riflessione seria, pacata e produttiva su come si fa a consegnare definitivamente queste esperienze al passato, per evitare che si riproducano all'infinito, in numeri sempre minori ma talvolta con esiti tragici, come nel "˜99 con l'uccisione di D'Antona e poi con quella di Biagi. Il fatto che siano pochi non è una garanzia del fatto che non facciano danni.
Di tutto ció bisogna avere coscienza e questo era un po' il senso di quella mia intervista "scandalosa" nel 2003, che tante critiche e tanti insulti mi causó. I fatti dimostrano che quelle cose non me le ero sognate, ma la mia percezione mi portava a dire che il fenomeno era ancora presente e "al lavoro".
Tu avevi previsto anche l'infiltrazione nel sindacato...
Anche qui lo scandalo è derivato dal fatto che sette di questi arrestati erano iscritti, addirittura delegati, della Cgil. Direi due cose. Primo: va tenuto il senso delle proporzioni. La Cgil ha 5 milioni e 600.000 iscritti, siamo di fronte a un minuscolo frammento. In secondo luogo, peró, credo che vada raccolto come un sintomo il fatto che questi minuscoli gruppi organizzati, che propongono ancora la lotta armata, vadano laddove presumono di poter riscuotere del consenso. Lo dobbiamo tenere presente: il mondo del lavoro è malmesso non solo economicamente ma anche dal punto di vista della considerazione generale. Se pensiamo agli anni "˜70, o a quelli immediatamente successivi, chi faceva l'operaio alla Fiat era orgoglioso di questa sua condizione, adesso si vergogna quasi. I modelli sono altri, e casomai con la ragazza che incontra oggi l'operaio racconta che fa un altro mestiere.
Anche noi pensiamo che ci sia una "responsabilitá " ideologica e culturale di tutta la sinistra comunista, dai gruppi sessantottini al Pci alla Cgil...
C è, io credo, una comune matrice e questo viene negato, la matrice dei miti della rivoluzione e della presa del potere. Eppure in passato il Pci diceva di noi che eravamo fascisti mascherati e che le Br erano "sedicenti rosse". E anche in questo caso si ha la tentazione di dire che sono infiltrati, provocatori. Certo, è vero, come dicevo prima, che la sinistra italiana, in tempi non sospetti, ha fatto i suoi strappi e nei primi anni "˜70 ha combattuto in prima persona il terrorismo, ma è mancata una riflessione culturale che producesse gli anticorpi per impedire che quei miti potessero continuare ad affascinare.
La tua domanda, piú complessivamente, rimanda a qualcosa che non ci siamo inventati noi negli anni "˜70. Il conflitto fra massimalismo e riformismo in Italia data almeno dal 1921, la teoria del social-fascismo non ce la siamo inventata noi. Negli anni "˜30 i massimalisti e i socialdemocratici erano nemici. E' quel tipo di forma mentis che ha prodotto il fatto che noi colpissimo Alessandrini, che venisse ucciso Guido Rossa. Certo la responsabilitá  è di chi ha ucciso, peró bisognerebbe avere la serietá  di capire qual è l'origine di quel modello di pensiero per aprire un confronto culturale, ma non per renderlo piú legittimo, al contrario. E questo vale anche per il sindacato oggi. Dentro al sindacato si fanno i manifesti e le manifestazioni contro Cesare Damiano "amico dei padroni" e quindi nemico dei proletari, questo è un modo per incitare la gente non giá  a contrastare e a contestare le proposte del Ministro del Lavoro, ma a trattare Damiano come un traditore e come un nemico. Da questo punto di vista io ho colto in questa occasione nella Cgil un soprassalto. Epifani è stato molto esplicito a dichiarare che andava messa in discussione la logica del traditore. E' chiaro che anche il massimalismo e l'estremismo devono avere il loro diritto di manifestare, il diritto di dissenso, peró bisogna essere consapevoli che il crinale è sottile. Questo è il paese in cui si gioca sempre sul fatto che un conto sono le parole, un conto sono le pistole. Se è sicuramente vero in termini di codice penale, peró non si puó essere talmente ipocriti da non sapere che se si teorizza l'uso delle armi, il fatto che qualcuno le usi è conseguenza anche di quella teorizzazione. Certo, il discorso è scivoloso e va ben affrontato. Io ad esempio, tornando a questi ultimi arresti, sono stato assai perplesso di fronte al fatto che due giorni dopo sono state arrestate delle persone perché distribuivano dei volantini in cui esprimevano solidarietá  con gli arrestati. Criminalizzare il dissenso a quei livelli mi sembra ingiusto dal punto di vista del codice penale, oltre che controproducente, perché rischia di ottenere l'effetto opposto: "Se non possiamo neanche dare dei volantini, tanto vale prendere le armi". A parte questo peró, bisognerebbe avere la consapevolezza che anche le parole sono pietre e che se a parole si giudicano Biagi o Ichino nemici del popolo, poi ci puó essere qualcuno che pensa che ai nemici del popolo si possa anche sparare.
Lungi da me ogni discorso sui cattivi maestri, ognuno ha la responsabilitá  delle proprie azioni, peró la sinistra è molto ipocrita al riguardo. Un'ipocrisia che aveva negli anni "˜70 e che non ha perso oggi e che io giudico assolutamente deleteria.
Per tanto tempo si è accreditata quest'idea che il 68 nascerebbe innocente e che Piazza Fontana fu un trauma tale, per cui di lí in poi tutto degenera e si perde l'innocenza. Ma il mito della rivoluzione e della violenza erano precedenti e mi sembra molto consolatorio e assolutorio in qualche modo "dar la colpa agli altri", che ovviamente hanno le loro di colpe, e pure orribili...
Io credo che anche qui ci possa essere una compresenza di letture, che poi corrisponde all'esperienza e forse anche all'etá  anagrafica di ognuno. Io sono del "˜55. Per me Piazza Fontana rappresenta indubbiamente la ferita che innesca progressivamente una rabbia, un certo tipo di sentimenti, di lettura della realtá . Capisco benissimo che per chi aveva qualche anno piú di me questo probabilmente non sia vero. Renato Curcio teorizzava le cose che ha poi sempre detto anche prima di Piazza Fontana.
Anche qui va considerata l'interazione fra le cose e fra gli avvenimenti. Ieri ho accettato di andare a una trasmissione a La7, dove si parlava di memoria e della scelta del 9 maggio come giornata di ricordo delle vittime. Fatta salva la bontá  delle intenzioni dei proponenti (in particolare di Sabina Rossa che ha proposto quella data, mentre altri, come Olga D'Antona, preferivano il 12 dicembre), io penso che aver scelto quella data sia rischioso perché va a fissare una sintesi al di lá  della sequenza cronologica dei fatti.
C'è una consequenzialitá  negli avvenimenti che non puó essere obiettivamente negata. Le cifre a volte possono essere opinabili, le date proprio no. Allora io penso che anche se prima di Piazza Fontana le tensioni rivoluzionarie c'erano, probabilmente senza quella strage e gli avvenimenti che seguirono, le cose forse non si sarebbero determinate in modo cosí ampio e cosí irruento come poi è stato. Peró la storia non si fa con i se.
Tu pensi che si rischi di semplificare la storia...
Beh, per esempio dire che quello che è successo "è stato il prodotto di quattro criminali esaltati" è una lettura tranquillizzante, ma falsa, che non corrisponde a quello che era l'Italia di quel periodo. Tra i non molti che l'hanno detto a chiare lettere, uno tra i piú autorevoli è stato Giovanni Pellegrino, presidente per vari anni della Commissione sulle stragi e sul terrorismo. Lui che parlava sulla scorta di documenti, non di valutazioni personali, ha detto che in questo paese c'è stata una guerra a bassa intensitá , e ne ha citato le tappe: fra la fine anni "˜60-primi anni "˜70 ci sono state quattro stragi impunite, cinque tentativi di colpo di Stato, eccetera eccetera. Questa storia è stata poi archiviata a favore di una lettura... Posso essere d'accordo con te, stiamo attenti che il 12 dicembre non diventi poi un modo per autoassolverci, ma bisogna ricordare anche un po' compiutamente cosa è stato. Io lo ricordo anche nel mio libro con delle cifre, che sono meno opinabili dei ragionamenti. Le cifre dicono che, dal "˜69 al "˜74, il 95% degli attentati e degli atti di violenza politica sono avvenuti per opera della destra neofascista; dal "˜69 al "˜75 diventa l'85%; quelle erano le proporzioni ed è solo nella seconda metá  degli anni "˜70 che cresce la violenza organizzata delle formazioni di sinistra. Questo è un dato: c'è un prima e c'è un dopo.
Io discuto questa data, sia pure in punta di piedi, avendone delle responsabilitá , perché la scelta del 9 maggio cristallizza il "come è finita", e peró in questo modo si contribuisce a dimenticare, da parte di coloro che sono in buona fede e a occultare, per coloro che non lo sono, come è cominciata. Come è cominciata non lo ricorda piú nessuno. Tutte le indagini fatte nelle scuole in questi anni dicono che la maggioranza degli studenti pensa che la strage di Piazza Fontana l'han fatta le Brigate Rosse, quella di Bologna pure. Non sanno niente.
Questo dovrebbe preoccupare, in particolare e per primi anche quegli esponenti delle associazioni delle vittime che invece troppo spesso a mio parere -e anche questo lo dico in punta di piedi- invitano gli ex militanti della lotta armata a stare zitti. Bisognerebbe essere preoccupati del fatto che i giovani non sanno le cose, perché ció contribuisce a non fare veritá  e giustizia completa su quegli anni.
Un'altra cifra che cito nel mio libro riguarda gli anni di carcere scontati per le nostre esperienze: 50.000. Scontati, non relativi alle condanne inflitte, proprio scontati, e questo è un dato che non ha precedenti nella storia, neanche in altri paesi. Eppure si continua a dire che "questi hanno ammazzato un sacco di gente e sono impuniti", andando a creare un vero luogo comune. Intendiamoci, l'avere scontato 50.000 anni di carcere non risarcisce nulla e non lenisce il dolore di nessuno, peró è un dato storico che andrebbe tenuto presente, non da chi è stato colpito, ovviamente, ma dalla politica sí.
Questo è un paese in cui dopo il fascismo c'è stata una pronta amnistia e le cifre sono impressionanti. Ve le leggo: dopo la liberazione i processi per collaborazionismo colpirono 43.000 persone. 23.000 furono amnistiate in fase istruttoria, 14.000 liberate con formule diverse. I condannati con pena definitiva furono solo 5.928. Di questi, 5.328 beneficiarono di un combinato fra amnistia, indulto e grazia, insomma a 7 anni dalla sconfitta del fascismo, nel 1952, c'erano 266 condannati, cioè piú o meno quanti sono adesso in carcere i militanti della lotta armata degli anni "˜70 a distanza non di 7, ma di 30 anni. Questi sono argomenti su cui bisognerebbe magari soffermarsi di piú.
Furono amnistiati anche reati gravissimi, mi sembra anche "stupro con sevizie gravi"...
Ma sai, allora anche a me sembrava del tutto scandalosa l'amnistia di Togliatti; oggi sono portato a ragionare sulla necessitá  di pacificazione che ha potuto consigliare di prendere quei provvedimenti.
Peró non è solo l'amnistia. Un altro fatto è che nel 1948, subito dopo l'amnistia, da un allora giovanissimo sottosegretario Giulio Andreotti, gli epurati furono anche reinsediati dentro gli apparati dello Stato. In alcuni casi si arrivó al paradosso che, tre anni dopo una guerra in cui le stragi non furono certo paragonabili con quelle degli anni "˜70, gli ex-partigiani si trovarono come loro dirigente un fascista torturatore. Non dico questo con una logica di rivalsa, del tipo "li si doveva fucilare tutti", lo dico perché si provi a comprendere come negli anni "˜60 e "˜70, quando è nato l'estremismo di sinistra, nell'apparato dello Stato quasi tutti i prefetti, quasi tutti i questori e i vicequestori provenivano dai ranghi dell'amministrazione statale del fascismo. L'ossatura dello Stato repubblicano era costituita da persone che avevano avuto responsabilitá  consistenti durante il fascismo. Uno dei tanti, ma dei pochi che viene ogni tanto ricordato, il questore di Milano ai tempi di Piazza Fontana, Marcello Guida, durante il fascismo era direttore del confine di Ventotene. Tant'è che si narra che Pertini quando arrivó a Milano, proprio in occasione dei funerali della strage, si rifiutó di stringergli la mano. Federico Umberto D'Amato, iscritto alla P2, capo del famigerato Ufficio Affari Riservati del Ministero dell' Interno, arrivava da lí. C'è un retroterra di poteri occulti e invisibili intrecciati con il fascismo, che arriva a tutti gli anni "˜80. La cosiddetta Gladio civile, un corpo separato e illegale costituito da D'Amato, è stato sciolto nel 1984, cioè dopo la fine della lotta armata. La P2 fu scoperta solo nell' 81, alle ultime battute della lotta armata. C'è una storia parallela di questo Paese che in qualche modo bisogna tenere presente. Non per giustificare nulla, ma non si puó non tenere presente la cornice. Se non lo si fa è per smemoratezza o per malafede o per nascondere scheletri nell'armadio. Una delle molle, decisiva nella mia esperienza, che determinó una radicalizzazione progressiva e l'uscita da Lc nel "˜74 per dare vita all'organizzazione armata, fu la scelta del compromesso storico da parte del Pci, che data settembre 1973, dopo il golpe in Cile. Ho ritrovato un articolo di Berlinguer sull'Unitá  di pochi mesi precedente, che è veramente impressionante per la nettezza con cui indica le responsabilitá , nelle trame eversive, di quella Dc alla quale proporrá , di lí a poco, l'alleanza. Leggo: "Non è oscuro il fatto che la Dc non ha assicurato e non assicura l'ordine nel nostro paese, è un fatto che la strage di Piazza Fontana, la catena degli atti di terrorismo di quegli anni, le provocazioni antioperaie e antidemocratiche sono state favorite dal modo di governare della Dc. Quale intreccio di manovre, di intrighi, di inchieste indirizzate nelle direzioni sbagliate, quali atroci sospetti stanno dietro a questi fatti? Ricordiamoci la morte di Pinelli, le distorsioni sulle inchieste di Milano, le piste che portano ai terroristi fascisti, piste del tutto evidenti ma continuamente cancellate. Abbiamo parlato di complotti, di centrali di provocazione italiane e straniere. Non dice nulla il fatto che colui che fino a ieri è stato il comandante navale della Nato per il Mediterraneo, l'uomo di fiducia degli Stati maggiori americani, l'ammiraglio Birindelli si sia candidato nelle liste fasciste? La sfida delle forze reazionarie alla democrazia italiana è tracotante, i pericoli sono gravi, ma noi questa sfida la raccogliamo. Stiano attenti questi signori, stia attenta la Dc a non rompersi la testa".

 

Proviamo a leggere questa cosa con gli occhi dei giovani estremisti un po' ottusi che eravamo. Questo è difficile anche farlo capire oggi, ma nel 1973 quando il Pci mette a punto questa strategia che poi coerentemente sviluppa negli anni successivi, nel 1976, il Pci e la Dc avevano il 75% dei voti. Parlare di regime non era del tutto assurdo. Ripeto, non voglio giustificare nulla, ma se non si ricorda tutto ció, se non si ricostruisce quel contesto e quella cultura, diventa piú semplice descrivere quegli anni come anni di piombo alimentati da quattro criminali. E' vero, non furono solo reazione, ci fu un impasto di motivazioni che produssero quelle tragedie, ma dentro un quadro politico completamente avvelenato, dentro un conflitto sociale assolutamente violento.
Anche qui io credo vadano un po' sfatati dei luoghi comuni: è vero che il movimento del "˜77 è stato un po' deragliato dalle organizzazioni combattenti attraverso le loro azioni, ma è sempre un gioco di concause, ed è anche vero che quel movimento era estremamente violento da solo. Ricordo che allora facevamo fatica a contenere tutti quelli che volevano sparare! Del resto tutti i morti di quell'anno sono stati fatti dalle manifestazioni, non dai gruppi organizzati. Cito un documento dell'epoca di fonte non sospetta, la Cia, che valutava come area di consenso dell'estremismo un milione di persone. Era un periodo di violenta e accesa conflittualitá  operaia nelle fabbriche, un periodo in cui è stata massima quella cultura, che oggi giudico come estremamente negativa, della violenza politica come fattore di trasformazione della societá  che, peró, lo ripeto, non ce la siamo inventata noi, ma ci è arrivata in linea diretta dalle culture politiche del "˜900.
L'altro luogo comune, usato all'epoca dal Pci e in seguito dagli eredi, è che è stato il terrorismo a mettere nell'angolo il grande progetto trasformativo della sinistra riformista. Questo credo sia falso. Io penso invece che fosse un'avversitá  verso la forza della sinistra, che in quegli anni, nel suo complesso era arrivata quasi al 50%. Ed è lí che Berlinguer dice che col 51% comunque non avrebbe potuto governare. Provate a dirla oggi, una cosa cosí! E' come dire che la democrazia non esiste. Il Pci raggiunse il suo massimo storico nella fase alta dei movimenti, arrivó al 34,4% nel "˜76. Quindi la paura di eventuali complotti e delle pressioni americane è piú corretto attribuirla alla paura della sinistra al governo piú che a quella dell'alleanza fra Pci e Dc.
Mi rendo conto che parlare di tutto ció oggi è estremamente difficile, sia perché non ci sono interlocutori, sia perché, dette da me, queste cose possono urtare delle sensibilitá , e questo lo capisco, ma anche perché c'è un incattivimento della societá . Qualche giorno fa ci sono state proteste, quasi dei moti di piazza, perchè è stato tumulato nel cimitero del suo paese l'anarchico Giovanni Passannante che nel 1878 ferí il re Umberto I e per questo passó una vita in galera, nell'unitá  manicomiale. Ebbene, a distanza di 130 anni, il solo fatto che l'abbiano riportato nel suo paese, ha sollevato proteste! Al paese, fra l'altro, avevano anche cambiato nome! Prima si chiamava Salvia di Salento, poi, "per rimediare" Savoia di Salento. I favorevoli al ritorno della salma hanno fatto fare pure una messa. Il povero anarchico si sará  rivoltato nella tomba. Il nostro è un paese fatto cosí, è lo stesso paese in cui esiste il turismo nostalgico a Predappio. C'è un doppiopesismo nella memoria, un doppiopesismo in tutte le cose, che produce quell'incattivimento che riguarda noi, riguarda Adriano Sofri, riguarda tutti i giorni gli immigrati, i tossicodipendenti. Insomma, abbiamo perso la cultura storica, e forse stiamo perdendo il senso della convivenza.
Sembrate condannati a una specie di morte civile, sembra che ogni volta che vi presentate in pubblico vi si dica: "Sparite dalla circolazione, non vi vogliamo piú vedere". Cosa si puó fare?
Di recente i giovani di An sono andati a contestare Renato Curcio al Salone Gutenberg di Napoli, dove era in veste di editore, distribuendo una lista di proscrizione, con l'elenco di tutti noi ex, con indicato dove viviamo e dove lavoriamo, esattamente come si faceva 35 anni fa, in maniera del tutto reciproca, peraltro, quando si additava all'odio e al linciaggio l'avversario politico. Ma questo lo si fa oggi, a decenni di distanza, e a farlo, bisogna dirlo perché è la veritá , è An. Alcune figure autorevoli di An sono il motore di questa campagna di disprezzo e di odio.
Ora, ai defunti va portato comunque rispetto, peró quando pochi mesi fa Ignazio La Russa è andato al funerale di Nico Azzi, che negli anni "˜70 era uno stragista (era stato processato e condannato per una tentata strage in un treno, che fra l'altro voleva addebitare a Lc; qualcuno lo ricorderá : dopo essersi fatto vedere con il giornale di Lotta Continua si era recato alla toilette per innescare la bomba e lí il detonatore gli era scoppiato in mano) nessuno ha trovato niente da eccepire, neppure di fronte al fatto che La Russa l'ha ricordato come un buon padre di famiglia e soprattutto un grande interista.
Immaginiamoci il reciproco: ci sarebbero state le leggi speciali di nuovo! Insomma, c'è un clima pesante. Io sono del tutto pessimista e credo che non ci sia niente da fare se non confidare nel solito tempo galantuomo che restituirá  un po' di onestá  e di aderenza ai fatti. Non vorrei essere frainteso: a noi, che abbiamo avuto le nostre responsabilitá , il tempo non deve restituire niente, ma restituire al paese un po' di equilibrio nella considerazione dei fatti, questo sí.
Alla fine questo "ergastolo bianco" a cui sembriamo condannati è il portato di questo processo tenace di falsificazione e di riduzione degli anni "˜70 solo alla loro seconda metá , alla responsabilitá  della lotta armata di sinistra e alla completa cancellazione delle responsabilitá  istituzionali, delle stragi, dei morti per la repressione. Ieri è stato l'anniversario della morte dell'agente Antonio Custra; il giudice milanese Guido Salvini ha proposto di intitolare una lapide, che ovviamente va benissimo. Peró tutti gli altri? Ovviamente non posso essere io a fare questi discorsi, peró in questo paese ci sono vittime di serie A e vittime di serie B, vittime destinatarie di ossequi e di ricordi e altre che non hanno piú memoria e riconoscimento pubblico.
Su questo problema mi è piaciuta molto una dichiarazione di Nando dalla Chiesa, che mi ha anche sorpreso venendo dal figlio di una vittima, seppur di mafia. Ha affermato che per arrivare a una pacificazione di questo paese bisognerebbe mettere sullo stesso piano Luigi Calabresi e Giuseppe Pinelli, l'uno vittima della lotta armata, l'altro vittima della repressione dello Stato.
Mi sembra che avresti dovuto partecipare a un convegno con Caselli, ma lui si è opposto... Sarebbe un gran giorno anche quello in cui, a parlar di quegli anni, vi trovaste tu e Caselli a un convegno pubblico...
Ma per la veritá  in passato è capitato, io stavo a Torino al Gruppo Abele e Caselli collaborava al Gruppo Abele, e ci sono state occasioni in cui eravamo seduti allo stesso tavolo. Questo è, appunto, un segno dei tempi. Di solito piú tempo passa dai fatti piú dovrebbe essere possibile ragionare con maggior pacatezza. Invece sta succedendo l'opposto. Nei primi anni "˜90 io e Susanna Ronconi facemmo uno sciopero della fame contro un magistrato di sorveglianza che aveva preso dei provvedimenti che noi giudicavamo ingiusti e a quello sciopero della fame si interessarono, a nostro sostegno, Luciano Violante e Piero Fassino. Una cosa del genere oggi sarebbe inimmaginabile. E' questo clima che peggiora a rendermi pessimista.
Quanto hai fatto tu di carcere?
Complessivamente 22 anni.


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