News per Miccia corta

29 - 04 - 2007

Attentato a Togliatti le lettere segrete

(la Repúbblica, DOMENICA, 29 APRILE 2007)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il 14 luglio 1948, in un periodo di estrema tensione politica, lo studente siciliano Antonio Pallante sparó da breve distanza quattro colpi di rivoltella contro il segretario del Partito comunista, che rimase ferito ma si salvó Abbiamo ritrovato negli archivi l'incartamento del processo che ne seguí e documenti rimasti sepolti per sessant'anni
"Io sono sempre quell'Antonio buono, affettuoso e ponderato", scriveva dalla cella il mancato assassino a un amico cui la censura non inoltró la missiva I verbali della vittima e di Nilde Iotti
 
ALBERTO CUSTODERO

«Anche se in una cella del Regina Coeli, caro Paolo, io sono sempre quell'Antonio buono, affettuoso, e ponderato!». Era il 23 agosto del 1948 quando Antonio Pallante, da una cella d'isolamento del carcere romano, scrisse queste parole dirette al suo amico d'infanzia Paolo Marrone. Poco piú d'un mese prima, il 14 luglio, in piazza Montecitorio, quel ragazzo di Randazzo, provincia di Catania, che si definiva «buono e ponderato», all'epoca appena venticinquenne, aveva sparato a bruciapelo quattro colpi di rivoltella contro Palmiro Togliatti, ferendolo gravemente. E scatenando al Nord un moto insurrezionale che costó la vita a decine di persone. Quasi sessant'anni dopo, il fascicolo giudiziario di "Pallante Antonio di Carmine e di Meloro Maddalena, nato a Bagnoli Irpino il 3 agosto del 1923" è diventato pubblico, custodito nell'Archivio di Stato, sezione di Galla Placidia.
Bisogna slegare sei o sette cordicelle per aprire il faldone quasi imbozzolito che contiene un migliaio di fogli ingialliti. Le pagine piú toccanti che spuntano da quel fascicolo dimenticato sono le lettere inedite che Pallante scrisse a Regina Coeli e che la censura sequestró. Da quei manoscritti emerge il ritratto di un giovane fortemente condizionato da una ideologia intrisa di fascismo, che arrivó a Roma con un solo libro, Mein Kampf di Hitler. Pallante, iscritto a Catania a Giurisprudenza, per anni aveva finto di dare esami e ingannato il padre, agente forestale, che per mantenerlo agli studi aveva venduto un terreno di famiglia per duecentomila lire. Ai primi di luglio del 1948 salutó genitori, parenti e amici, raccolse da loro tremilacinquecento lire e disse che sarebbe andato a Catania per la tesi di laurea. A Catania ci passó solo per acquistare pistola e munizioni, e invece partí per Roma.
Il fascicolo giudiziario inizia con la testimonianza di "Iotti Romilde fu Egidio nata a Reggio Emilia, deputato al parlamento", interrogata dal procuratore di Roma due ore dopo la sparatoria. Stando a questa testimonianza di Nilde Iotti, che vide Togliatti «abbattersi al suolo», mentre «quel giovane pallido in viso si abbassava sul ferito e gli sparava a bruciapelo al fianco sinistro», e che fu la prima a gridare ai carabinieri «arrestatelo, arrestatelo», diventa difficile immaginare che il Migliore, in quel drammatico frangente, possa aver pronunciato la fatidica frase che gli viene attribuita: «Non perdete la calma». Dopo quello della Iotti, c'è l'interrogatorio dello stesso Togliatti del 22 novembre, quando, ormai guarito, pone fine alla tesi del complotto agitata a lungo dall'Unitá  e da esponenti del Pci. «Non sono in grado di fornire alcun elemento in merito a responsabilitá  di altre persone - dichiara, lapidario, ai giudici - non essendomi curato di fare indagini, né mi è stato riferito da altri alcun elemento al riguardo».
Cosí il forestale Carmine Pallante descriveva il figlio. «Ha un carattere mite e ubbidiente, peró un po' nervoso, si adirava quando era contrariato anche nelle piú piccole cose. Ha una certa ripugnanza per le armi. Durante il passato regime era appartenuto alla Gioventú italiana littoria». Fu la madre a ricordare la sua vocazione religiosa: «Dopo le elementari - dichiaró Maddalena Miloro - frequentó per quattro anni il seminario di Cassano Ionio perché aveva manifestato l'intenzione di farsi prete». Dal seminario alla politica: Pallante, ambizioso quanto confuso, passó dai liberali all'Uomo qualunque, e manifestó l'intenzione sia di scrivere per l'Unitá , che di iscriversi all'Msi. Ecco come descrisse se stesso alla polizia che lo aveva appena arrestato. «Nel "˜44 mi sono iscritto al Partito liberale, diventandone dirigente della sezione di Randazzo. Lo lasciai perché a mio giudizio troppo conservatore. Nel mio paese sono conosciuto come un fascista perché il mio noto anticomunismo viene a torto giudicato fascismo». Ed ecco come spiegó il movente del suo gesto. «Ho sempre pensato che in Togliatti si debba ravvisare l'elemento piú pericoloso alla vita politica italiana che con la sua attivitá  di agente di potenza straniera impedisce il risorgere della Patria. Lo ritengo colpevole quale mandante delle stragi di fascisti (rettifico l'espressione che avete usata), di italiani al Nord. Ho sempre pensato che fosse salutare per l'Italia la sua soppressione, ma solo tre o quattro mesi or sono ho concepito per la prima volta l'idea di compiere io stesso l'attentato. E a questa decisione sono stato indotto dai piú recenti avvenimenti politici, in particolare la partecipazione di Togliatti al convegno comunista internazionale».
Una volta a Roma, Pallante spedí a Togliatti un biglietto con la richiesta di un appuntamento: «I motivi e l'urgenza della richiesta d'incontrarla mi riservo di specificarli di persona». In un verbale del 18 agosto, il giovane di Randazzo racconta al procuratore aggiunto, Giuseppe Aromatisi, il suo "incontro" con il Migliore, quando gli sparó a bruciapelo. «Mi stavo dirigendo verso il portone di via della Missione per chiedere da dove fosse uscito l'onorevole Togliatti, quando lo vidi venirmi incontro attraverso la porta a vetri. Avanzai per colpirlo di fronte, ma non feci in tempo ad estrarre la pistola e ad abbassare il grilletto. Ebbi l'impressione che il mio gesto fosse stato notato dallo stesso Togliatti, e per un momento rimasi perplesso e come intontito. In questo tempo mi passó innanzi e mi superó e io, superato il momentaneo smarrimento, lo seguii, estrassi l'arma e gli sparai».
Pochi giorni dopo l'attentato, in isolamento a Regina Coeli dove era rimbalzata l'eco dell'insurrezione, il giovane di Randazzo teneva un fitto epistolario con amici e parenti. Nelle missive, sequestrate, indirizzate agli amici Paolo Marrone e Luigi Vagliasindi e allo zio Domenico Pallante, il mancato omicida faceva parlare la sua coscienza. E dava sfogo ai rimorsi, che non erano certo per aver sparato a Togliatti - che non cita mai per nome - ma per aver deluso il genitore: «Il contegno di mio padre - scrive all'amico Luigi il 26 agosto - è spiegabile e io lo giustifico. Ma una combinazione di fatti mi hanno dato molto da pensare sul suo ultra rigido comportamento. In giudizio lo avró contro». Non una parola di pentimento. La sofferenza di Pallante è un'altra: «Il dolore che piú mi tormenta, credimi - confida all'amico Paolo - è di credermi dimenticato e ripudiato dai miei parenti e amici, che pur un giorno io apprezzai e amai».
Tenta, poi, di giustificarsi in qualche modo. «Credo che la mia azione, venuta cosí a sorpresa e senza un mio cenno, avrá  messo dalla parte avversa quanti mi furono amici. Ma se c'è qualcuno con la testa sulle spalle, caro Paolo, dovrebbe comprendere e trarne le migliori conseguenze!». Nei ricordi cerca conforto alla solitudine: «La sera, nei momenti di malinconia, e nella profonda solitudine in cui mi trovo, sento e risento le note del pianoforte. Ma poi mi fó coraggio e vengo a quello che è del mio destino e della mia fede. E tutto si accomoda». Il tormento, in quei momenti, pare essere solo ció che pensano di lui i suoi genitori. «Caro Paolo, desidererei avere da te informazioni sui miei. Io per ora non scrivo loro. Saranno furenti. Ma Iddio ha voluto cosí». All'«affettuosissimo» Luigi accenna al suo futuro giudiziario: «Come avrai potuto leggere dai giornali, a mezzo autunno avremo il processo. Io mi ci preparo con serenitá  e coscienza. Dovró affrontare calunnie, accuse, invettive, nonché una sentenza che giá  prevedo un po' dura». Il suo fu considerato dai giudici un delitto politico, e ció gli procuró sollievo: «Mi consola il fatto di non figurare come un reo qualsiasi, ma come responsabile di una mia esclusiva iniziativa a difesa e coronamento di quello che è sempre stato il mio ideale».
Pallante commenta anche l'insurrezione che ha infiammato il Nord: «Ho appreso con vero dolore - scrive a Luigi - e credimi, dei delittuosi fatti di sangue scatenatisi nel settentrione. Piú di tutto mi rattrista il sacrificio di sangue cui sono andati incontro numerosi agenti delle forze dell'ordine. A questi silenziosi martiri, dalle alte sfere soprannaturali, sará  dato conoscere che le mie intenzioni erano delle piú pure e che quindi saranno fieri di essersi sacrificati per la difesa dei figli migliori d'Italia, quindi per la loro Patria!». «A quanto è scaturito dal mio gesto, caro Luigi, non c'è niente da commentare. Ma c'è solo da capire, ripeto capire, da parte nostra, del Governo, e da quanti ancora oggi si sentono veri italiani».
Ma è nella lettera del 30 agosto, indirizzata allo zio Domenico, che Pallante si confessa, dolendosi per il dolore causato alla famiglia, ma rivendicando di aver agito quasi in forza di una volontá  superiore. «Mio caro zio, cosa dire a spiegazione di un gesto che ha scombussolato ogni aspettativa? Tante cose avrei da dire, molto avrei da sostenere, niente da far attribuire a colpa quello che giá  da tempo avevo deciso di fare. La mia situazione d'oggi giá  l'avevo dinanzi agli occhi allorché venni ad abbracciare te e i miei amati parenti l'ultima volta. ሠper questo che non potei trattenermi dal piangere dirottamente». «Posso quindi affermare, a conclusione assoluta di ogni spiegazione, che il mio destino aveva fortemente incamminato ogni mio atto, anche di quelli che oggi sono venuti alla luce per dare dispiacere a mio padre, nel senso che oggi mi hanno portato in una cella. Mio padre, e logicamente, mi ha allontanato dalla sua famiglia, insensatamente mi si è dichiarato avversario». «Spero che mi vorrai sempre bene e che comprenderai come il nostro nome non sia stato macchiato da alcun delitto, ma che si è imposto nella tradizione di quanti la Patria hanno sempre amato e servito».
Pallante fu condannato, il 3 ottobre del 1953, a dieci anni e otto mesi di reclusione, lavoró come suo padre alla Forestale, e oggi è un tranquillo pensionato a Catania.
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