News per Miccia corta

11 - 04 - 2007

Quei comunisti spariti nei gulag una tragedia nascosta dal silenzio

(la Repubblica, MERCOLEDáŒ, 11 APRILE 2007, Pagina 11 – Interni)

 

   

SIMONETTA FIORI 

 

Prima la tragedia, poi un tenace silenzio imbarazzato. Quello tra la sinistra italiana e i gulag è stato un rapporto difficile e controverso, lungamente segnato dalla guerra fredda. Se tra gli anni Sessanta e Settanta una memorialistica d'autore riuscí a rompere il velo di reticenze - Una giornata di Ivan Denisovic, il romanzo choc di Solgenitsyn, uscí da Einaudi nel 1963, Arcipelago Gulag nel 1974 da Mondadori - è nel decennio successivo che la storiografia è divenuta piú consapevole, fino alle ricostruzioni complete messe a punto negli anni Novanta dalla Fondazione Feltrinelli, grazie anche all'apertura degli archivi sovietici.

L'inclinazione prevalente, tra i militanti del Pci, è stata per diversi decenni quella di voltare la testa da un'altra parte. Confessó una volta Eric J. Hobsbawm: «Ho preferito rivolgere altrove la mia lente di storico per non dover scrivere dei gulag». Una delle prime e piú clamorose testimonianze italiane fu quella di Dante Corneli, un operaio comunista di Tivoli finito nel lager di Stalin. Il suo Il redivivo tiburtino uscí nel 1977. A incoraggiarlo era stato Umberto Terracini, con l'argomento che occorreva far conoscere «quel mondo di orrori anche alla gente nostra, a cui la realtá  sovietica è stata troppo a lungo nascosta». Nel 1964 la denuncia dell'ex comunista Guelfo Zaccaria - Duecento comunisti italiani tra le vittime dello stalinismo - non aveva avuto largo seguito.

Anche la sinistra non comunista - negli anni piú bui della guerra fredda - aveva scelto quella che Valiani chiamava "astensione silenziosa". Ha raccontato Andrea Graziosi che quando Franco Venturi tornó disgustato nel 1950 da Mosca, dove per tre anni era stato addetto culturale presso l'ambasciata, i suoi amici azionisti lo invitarono a un sorta di prudenza. «Si avvertiva come imminente il pericolo di una reazione clerico-fascista. Sparare contro l'Urss avrebbe significato indebolire la sinistra italiana». Meglio parlar d'altro, almeno fino al Cinquantasei.

Non erano state poche le vittime italiane della repressione politica in Urss, tra 1919 e il 1951. Quasi un migliaio di persone, dicono le ricerche di Elena Dundovich e Francesca Gori: trecentocinque arrestati, cento condannati a morte e fucilati, centoquarantuno destinati ai campi di lavoro correzionale, gli altri privati dei diritti civili, emarginati, allontanati dai posti di lavoro. Un numero che potrebbe apparire esiguo rispetto ai milioni di vittime sovietiche, ma che getta luce sui rapporti tra Mosca e il Partito comunista italiano. Specie dopo l'assassinio di Kirov, il 1 dicembre del 1934, un clima di sospetto crescente avvolse la comunitá  italiana. Sempre piú capillare il controllo dell'Nkvd - la polizia politica sovietica - sull'emigrazione straniera di ogni nazionalitá . Come un ossessivo ritornello risuonavano le accuse. Trotzkismo o - nella variante italiana - bordighismo. Terrorismo. Spionaggio. Un aiuto fondamentale alle "indagini" proveniva dai funzionari che lavoravano nella "sezione quadri" della Terza Internazionale. Furono gli stessi leader comunisti a consegnare i loro compagni al dittatore georgiano. A queste gravissime responsabilitá  non si sottrassero i dirigenti italiani Palmiro Togliatti e Antonio Roasio, Domenico Ciufoli e Paolo Robotti: alti e medi funzionari del Pci pronti a passare informazioni all'Nkvd. Tra i perseguitati non solo emigrati politici, ma anche ballerini e circensi, decoratori e musicisti, operai e contadini: tutti inermi davanti ai plotoni d'esecuzione ordinati da Stalin.

L'incubo non sarebbe finito con la guerra. Negli anni Quaranta, chi desiderava tornare a casa doveva sottoporsi al giudizio dei dirigenti del Pci. Occorreva garantire che, una volta in Italia, non si sarebbe sporcata l'immagine dell'Urss. Spettó a Paolo Robotti, cognato di Togliatti e implacabile stalinista, misurare la "condizione morale" dei richiedenti. Molti furono "i casi dubbi", meglio trattenerli a Mosca. Gli altri costretti a tacere, ancora per molto tempo. 

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