News per Miccia corta

10 - 04 - 2007

Terrorismo - L`omicidio inizia dalla lingua

 

di Attilo Scarpellini

Bastava avere la pazienza di leggere il prolisso documento con cui, nel maggio del 1999, le Brigate Rosse rivendicarono l'uccisione di Massimo D'Antona per capire che gli assassini della vita sono stati altrettanto spesso dei massacratori della lingua; mai prima di allora la lingua di legno degli apparati terroristici era parsa cosí fuori dal tempo, cosí invecchiata nei suoi idioletti, nei suoi neologismi (la Bi la Borghesia Imperialista sostituiva il Sim, lo Stato imperialista delle multinazionali degli anni 70), mai un gesto era apparso cosí tetramente coerente a uno stile che nel suo puritanesimo ideologico nascondeva la pruderie dell'omicidio, ricollegandolo alla guerra che in quel momento c'era – l'intervento Nato contro la ex Jugoslavia – e cercando di spacciare l'esecuzione del giuslavorista come una specie di risarcimento di quel conflitto.

"Onore ai combattenti antiimperialisti", concludeva il documento, ignorando di aver preso a prestito l'espressione dalla retorica fascista – che di onore e funebri onoranze ha saturato per anni i muri di Roma – ma soprattutto facendo un uso sfacciato della litote: si parla di onore per occultare il gesto meno onorevole del mondo, si fa appello alle virtú del sacrificio (dei puri, dei giusti, dei nostri) per giustificare il fatto che se ne sta compiendo uno. Vittima di un bombardamento intelligente riservato a un solo uomo, Massimo D'Antona scompariva nella prosa farraginosa del partito armato per risorgere come bersaglio ideale, immobile e imprigionato in una biografia completamente riscritta sotto il segno del romanzo ideologico in cui era stato a forza trascinato: esponente della Borghesia Imperialista, consulente della ristrutturazione capitalistica del mercato del lavoro ecc.

Su questo sfondo grigio, i morti non hanno voce e non hanno volto: nemmeno piú la ritualitá  paragiudiziaria del processo di un qualche tribunale del popolo (ovviamente giá  preordinato per la condanna) li sottrae al loro mutismo, alla loro qualitá  di silenziosi capri espiatori. Condannati preventivamente da una lingua che li schiaccia sui loro ruoli istituzionali (opportunamente enfatizzati) possono solo seguire il corso di una logica che non hanno scelto: D'Antona, che si è timidamente difeso dai suoi assassini con la sua borsa da professore, è morto come Joseph K nel Processo, nella pura e insopportabile angoscia di chi ignora le presunte colpe che gli vengono improvvisamente imputate. Il terrorismo si comporta come la macchina della legge kafkiana che scrive la sentenza direttamente sulla pelle del condannato senza permettergli né di appellarsi né di decifrarla. In questo non differisce troppo dall'integralismo armato che usa la violenza come clausola estrema del suo rifiuto di ogni interpretazione del testo rivelato: entrambi sono espressioni di un letteralismo micidiale – e la lettera, per dirla con l' ex fondamentalista Paolo di Tarso, uccide sempre. L'unica differenza di rilievo è che, per il terrorismo di matrice leninista, il testo che va sanzionato a colpi di pistola è il processo rivoluzionario, per il jihadismo è la legge divina nella sua applicazione al mondo. Essendosi costituiti come discorsi politici, entrambi hanno anzitutto bisogno di parlare, ma poiché ogni lingua ha il pessimo difetto di accogliere in sé la differenza (delle lingue e delle interpretazioni), occorre inibire questa propensione all'altro in un'ortoglossia, restringere il campo semantico attraverso un linguaggio funzionale alla propria ricostruzione della realtá  (e solo ad essa).

Victor Sklovskij diceva che "il potere non ha mai compreso l'aramaico e in genere non ha mai capito la lingua degli uomini". Contagiata alla radice dal mimetismo con il potere che afferma di combattere, la lingua delle avanguardie armate si costruisce sullo stesso presupposto, non capisce e non parla la lingua degli altri, perché gli altri, nel suo discorso, non esistono in quanto tali: sono maschere o mostri, marionette del divenire storico o nemici da eliminare perché non partecipano della nostra umanitá , ma la negano, ne intralciano lo sviluppo, l'armonia, la liberazione. "Negare la negazione" arma gli spiriti prima che i fucili scoprano quanto opaca è la dialettica applicata ai corpi. Facendo le debite proporzioni sul grado di radicalitá  che la negazione dell'altro assume nei diversi discorsi della violenza, il primo gesto di ogni propaganda che punti a sopprimere una categoria umana consiste nell'alleggerire il confronto dal peso specifico dell'umanitá  del nemico.

ሠla radio ruandese delle Cento colline che, prima del massacro, martella i suoi ascoltatori con l'immagine dei tutsi "inutili e dannosi come gli scarafaggi" e che come gli scarafaggi vanno disinfestati. ሠlo scandalo nazista per il "parassitismo" ebraico, percepito anch'esso (sará  vero che la storia avanza o semplicemente si muove?) come un problema di disinfestazione, ma trattato razionalmente, con l'ausilio di una asettica tecnologia del massacro che si spaccia per un'immensa macchina terapeutica, dove, dichiara con orgoglio il responsabile del campo di Auschwitz a Norimberga, la crudeltá  è esclusa. Ma è anche il frugale cinismo di Lenin che, in una lettera a Djerzinski (il capo della Ceka), dice che i problemi con l'opposizione si risolvono "con un colpo di pistola alla nuca": tutta quella retorica della "controrivoluzione", del "tradimento" e del "nemico oggettivo" che trasformerá  un discorso di liberazione in una guerra ossessiva e senza quartiere contro quella parte di mondo che a esso non è recuperabile.

Ma se il primo imperativo del linguaggio della negazione politica è di rimpiazzare un'immagine concreta con un'astrazione collettiva (di razza, di religione, di classe), il secondo è di perdere la vista appena non serve piú a prendere la mira: lo sguardo è il corto-circuito del discorso dell'assassino nella realtá  umana della sua vittima (e nei campi nazisti, difatti, lo sguardo è colpito da un interdetto, ai prigionieri è fatto divieto di alzare gli occhi sui propri carcerieri, di contagiarli). Ne I Giusti, il dramma che Camus dedicó ai nichilisti russi, Dora avverte Kalyaev che si sta preparando all'attentato contro il granduca: "Lo so. Sei coraggioso. ሠquesto che mi preoccupa... L'attentato, il patibolo, morire due volte, è la cosa piú facile... Ma in prima fila, tu lo vedrai... – Chi? – Il granduca – Appena per un secondo – Un secondo in cui tu lo guarderai!".

ሠstrano ma proprio nel Novecento, il secolo di tutte le visioni, la violenza politica ha progressivamente soppresso questa resipiscenza dello sguardo in cui l'umanitá , o, come diceva Blanchot, "la pura nuditá  del viso dell'altro", vengono restituite a dispetto della loro negazione. Niente piú "assassini delicati": educato nello specchio delle guerre in cui il nemico è un punto cieco sull'orizzonte virtuale di un radar – e le cittá  gli obiettivi primari di ogni offensiva militare – il terrorismo internazionale compete sui grandi numeri, maneggiando una distruzione quantitativa e spettacolare, senza alcuna cura, anche solo residuale, dei soggetti che ne sono coinvolti.

E d'altra parte, quella ritribalizzazione delle identitá  politiche a cui si assiste nell'agora delle democrazie postmoderne, dove gli aut-aut comunitari tornano di moda e la cultura pubblica vive un malinconico tramonto, propone una nuova contiguitá  tra linguaggio e violenza. Ma piú che tra le macerie ideologiche di una stagione che ha il torto di non essersi conclusa con una critica collettiva della violenza – e del nesso mimetico che lega il suo antagonismo al potere, alla "creazione e conservazione del diritto" per dirla con Walter Benjamin – la causa piú flagrante di questa tendenza va cercata nella brusca semplificazione che i mezzi di comunicazione di massa impongono alla comunicazione politica e tout court. Il "teatrino della politica", che si propone sugli schermi come un reality show concorrenziale, è un miscuglio inestricabile di professioni politically correct e di fughe in avanti sul crinale della delegittimazione, dove le vecchie, brucianti etichette della politica d'antan sono agitate come feticci di identitá  ormai impossibili da verificare: "comunista" fu la piú usata in era berlusconiana, rimpiazzando il rituale "fascista" che secondo Pasolini era giá  talmente banalizzato negli anni 70 dal non riuscire a significare piú nulla. C'è una categoria sentimentale in particolare – l'odio – che è stata la piú scambiata sul mercato verbale della II Repubblica, dove ciascuno ha almeno una volta accusato l'altro di essere un rappresentante del "partito dell'odio", contribuendo in tal modo a un aumento generale del livello di odio nella societá  italiana ("Odio odiare" diceva Gunther Anders, "e odio Adolf Hitler perché mi ha costretto ad odiare").

Persi, oltre all'aplomb, i freni inibitori della vecchia mediazione politica – il gusto lento per il compromesso, la lingua cauta ed esoterica – il linguaggio polarizzato degli eletti ammicca sempre piú spesso alla violenza delle passioni comuni. Rivendicandone la populistica genuinitá , inanella una serie di iperboli che sconfinano nell'immaginario piú acritico degli uditori: si va dal respingere gli immigrati clandestini con le cannoniere al definire antinazionali i parlamentari che si oppongono alla partecipazione alla missione militare in Iraq, da chi brucia le bandiere imperialiste in piazza a chi per esaltare un cultura ne oltraggia un'altra – perché il "clash delle civiltá " rappresenta l'orizzonte globale sul quale ogni piccolo manicheismo puó ritrovare un posto, una voce, un tornaconto. Poi si protesta l'innocenza (cioè l'irresponsabilitá ) di questa commedia dai toni folclorici e un po' spinti. Ma alla prima buona occasione si ricomincia, convinti che nel circo mediatico anche l'intolleranza sia soltanto una belva rintronata, un'innocua tigre di carta.

(www.rassegna.it, il Mese di Rassegna sindacale, marzo 2007)

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori