News per Miccia corta

27 - 03 - 2007

Giustizia: le scelte di allora, le dimenticanze di oggi

 

di Alessandro Margara (Presidente della Fondazione Michelucci)

 

 

Il discorso che oggi si fa strada è semplice: gli ex terroristi devono tacere. Se parlano, salgono in cattedra e questo offende le vittime delle loro colpe passate. Sono colpe non recenti in quanto interessano i gruppi che condussero una lotta armata, indubbiamente sanguinosa, negli anni settanta e nei primi anni ottanta.

Quello che mi colpisce è la differenza fra le reazioni politiche e piú generalmente pubbliche di allora, che accompagnarono la conclusione della parabola terroristica, e quelle attuali. Ricordo quelle di allora: furono politiche, penal-costituzionali e di pratica di inserimento sociale.

Quelle politiche: la scelta di accogliere la proposta di dissociazione dalla lotta armata che veniva dai terroristi detenuti. I vari movimenti erano stati indubbiamente colpiti in profonditá  dal contrasto di polizia e giudiziario, ma erano tante le persone ormai arrestate e quelle che arrivavano in carcere, perché erano stati scoperti gli organici dei singoli gruppi.

La dissociazione proposta dagli imputati consisteva nel riconoscimento delle proprie colpe in sede penale, nella presa d'atto della sconfitta della lotta armata e nella conseguente rinuncia alla stessa. Il contenuto era completato dalla disponibilitá  ad impegnarsi, quando maturavano i tempi penitenziari, inattivitá  socialmente utili. Lo Stato accettó questa proposta. Non era una tregua, era la pace che seguiva alla sconfitta del terrorismo. Le manifestazioni che seguirono restarono molto lontane dai livelli delle precedenti.

Sul piano penale e penitenziario, in un rilancio dei principi costituzionali, seguirono due leggi. La prima (fine 86) fu la legge Gozzini, che, soprattutto ma non solo, allargó l'accesso alle misure alternative, rimuovendo i limiti precedenti: non riguardó i soli terroristi, ma tutti i condannati. La seconda (inizio 87) fu la legge sulla dissociazione, che riduceva le pene a chi si dissociava. Il carcere, negli anni di piombo precedenti era stato uno dei terreni di scontro e, parallelamente a quello che accadeva all'esterno, non si era usato la mano leggera.

La legge Gozzini dava respiro alle stesse indicazioni della Corte Costituzionale, che, con sentenze precedenti e con altre che sarebbero seguite, ribadiva il senso della finalizzazione della pena al reinserimento sociale del condannato e concepiva le misure alternative come lo strumento indispensabile per realizzarlo in una esecuzione della pena detentiva con progressivi e sempre piú ampi spazi alternativi.

La legge Gozzini, come si è detto, riguardava tutti i detenuti ed era un segno del recupero di ordine e tranquillitá  in carcere. Gli ultimi interventi erano di ordine pratico. Le carceri si aprivano alle forze sociali interessate, istituzioni, enti locali e volontariato, che proponevano progetti di inserimento sociale per i detenuti, d'altronde in attuazione della competenza in materia di assistenza post-penitenziaria, specifica, dal 1977, degli enti locali.

Le aree del carcere in cui si trovavano gli ex terroristi erano sicuramente le piú attive nel ricercare contatti, che, in tante carceri, si allargavano comunque all'intera popolazione detenuta. Tutto questo interesse per i colpevoli non era e non veniva considerato affatto come disinteresse nei confronti delle vittime, per le quali non erano mancati gli atti di rispetto e di aiuto. ሠvero che l'efficienza e la memoria dello Stato non è sempre all'altezza dovuta, ma non mi pare che oggi si discuta di questo.

Eccoci all'oggi: di cosa si discute oggi? Prima, peró, mi chiedo: cosa si dovrebbe discutere? Mi parrebbe opportuno che si discutesse della giustezza e dell'efficacia delle politiche avviate 20 anni fa. Coloro che scelsero la dissociazione e, successivamente, anche quelli che non la scelsero, ma che poi ottennero le misure alternative, in gran parte per iniziative socialmente utili, salve isolatissime eccezioni, hanno tenuto fede ai loro impegni.

Quelle politiche, quindi, erano giuste perché avevano battuto la strada di una esecuzione della pena costituzionale; ed erano efficaci perché le persone che ne avevano fruito si erano inserite correttamente: molto spesso collaborando ad iniziative utili per tante aree sociali, particolarmente per quelle piú critiche.

No, non è stata questa la materia di discussione, ma un'altra. Consentitemi di prescindere dai casi particolari, nei quali, peraltro, si cela un nodo analogo a quello dei casi generali e di esaminare questi. Un giornale ha addirittura dedicato una pagina intera ai vari inserimenti degli ex terroristi, qualche volta anche come collaboratori di politici, ma spesso come collaboratori del privato sociale.

Quale è il nodo posto dalla discussione? Ritengo di doverlo sintetizzare cosí: la parola data ai colpevoli offende le vittime. Non è questo il nodo? Prescindiamo dai servizi giornalistici ad effetto in cui il luogo del delitto diventa quello dell'intervista: in questo caso c'è il cattivo giornalismo del giornalista e la mancata resistenza dell'interessato. Ma il nodo resta quello: la colpa sopravvive alla espiazione della pena; il colpevole dovrebbe tacere.

Ma quel porsi come chi possa essere ascoltato e, quindi, possa parlare è offensivo per le vittime: è un salire in cattedra, come si è detto. I colpevoli sono ascoltati per conoscere le loro azioni di allora, i loro pensieri di allora, le valutazione di oggi rispetto ad allora; addirittura possono essere ascoltati sul lavoro che svolgono oggi e su quanto sono in grado di dire sulle situazioni di cui si interessano. Questo non va bene. Dovrebbero tacere o essere disponibili solo per esporsi alla sempre pronta gogna mediatica.

E se poi il loro inserimento sociale, nel quale sono stati aiutati allora, per la loro costante risposta agli impegni sopravvive anche oggi, anche questo appare scandaloso, come se il dovere dei condannati dovesse essere quello di arrangiarsi e non di servirsi delle istituzioni: il cui ruolo, peró, è proprio quello di aiutare il reinserimento sociale dei condannati.

Ripeto: il nodo è che la pena non finisce mai. Cosa vuol dire il reinserimento sociale, che deve essere la finalitá  di una esecuzione penale conforme a Costituzione? Che il condannato colpevole ritorna nella societá  e che questo ritorno significa paritá  di diritti e di doveri, normali relazioni con gli altri, diritto di parlare e dovere di ascoltare.

Certo, anche ascoltare: tutti e ovviamente le vittime. Ma non mi risulta che ci sia stato un rifiuto in questa direzione. Ed evo aggiungere che nelle trasmissioni che ho veduto erano sentiti i colpevoli, ma anche le vittime. E in un caso ricordo un dialogo particolarmente costruttivo fra vittima e colpevole, disturbato dalla scarsa misura del conduttore televisivo. Qualche volta puó essere anche lo Stato ad avere poco interesse e poca memoria verso le vittime e a scaricare, poi, le sue responsabilitá  sugli autori delle passate colpe. Quindi: profonde differenze fra ieri e oggi. Chi e cosa è cambiato? Mi risulta che la Costituzione, in proposito, sia sempre la stessa.

(Fuoriluogo, 27 marzo 2007)

 

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