News per Miccia corta

27 - 03 - 2007

SE LA MEMORIA FA DANNI

(la Repubblica, MARTEDáŒ, 27 MARZO 2007, Pagina 49 – Cultura)

 

 

 

 

 

 

"Una politica attiva dell'oblio è comunque sbagliata Una cosa è perdonare, altra cosa dimenticare" 

 

C'è chi chiede di distruggere gli archivi Chi invece di rinnovare il passato per mettere pace in una comunitá  

 

"Pur soffrendo Primo Levi ha comunicato a tutti le sue angosce" 

 

"Solo con il lavoro degli studiosi si puó affrontare una storia contesa" 

 

 

 

GIANCARLO BOSETTI 

 

 

Troppa memoria o troppo poca? Hrant Dink, un bravo giornalista è stato ucciso perché scriveva per ricordare il genocidio armeno, il Nobel Orhan Pamuk è stato costretto a lasciare la Turchia; era minacciato per la stessa ragione. I rapporti tra l'Italia e la Croazia ancora entrano in subbuglio per una dichiarazione del Presidente italiano sulle foibe e le vittime dei partigiani di Tito di sessant'anni fa. Nel discutere dell'etica della memoria non ci sono solo le colpe del dimenticare e i meriti del ricordare, ci sono anche colpe e meriti opposti: distruggere gli archivi qualche volta appare giusto (come nel caso della Stasi, la polizia segreta dell'ex Ddr), piú spesso sicuramente no. In Sudafrica sono stati e sono necessari riti della memoria e della riconciliazione, riti che aiutino anche a perdonare. A declinare i risvolti etici e morali del ricordo e dell'oblio è il filosofo israeliano Avishai Margalit autore del libro, L'etica della memoria, pubblicato dal Mulino.

 

Lei distingue l'etica e la moralitá , il vicino e il lontano. Quali sono le premesse da cui prende alla base della sua etica della memoria?

 

«L'etica, intesa nel suo senso socratico, indica come dovremmo vivere le nostre vite, la morale come dovremmo viverle insieme agli altri, senza alcuna distinzione tra il vicino e il lontano. La Sittlichkeit (eticitá ) di Hegel, in un certo senso, è la legge convenzionale, o meglio, l'etica convenzionale di una comunitá . Io elaboro una distinzione diversa. La mia idea fondamentale circa l'etica e la moralitá  non riguarda la questione di come dovremmo vivere le nostre vite, ma di quale rapporto intendiamo avere con gli altri. Esistono due tipi di relazioni: da un lato ci sono quelle che io definisco spesse - con la famiglia, gli amici, gli amanti - , dall'altro ci sono quelle che definisco sottili, con esseri umani estranei, persone con cui non siamo in contatto diretto. Sulla base di queste relazioni si sviluppano nozioni diverse: ad esempio, l'idea di tradimento e quella di infedeltá  sono etiche e non morali, perché implicano rapporti spessi; al contrario, i concetti di imbroglio e menzogna appartengono alla dimensione morale e si riferiscono a rapporti sottili. E questa distinzione vale anche nel campo della memoria».

 

Questa prospettiva accentua l'importanza della comunitá . Non è una tesi comunitarista, «communitarian», come dite in inglese, in contrapposizione a liberale e universalista?

 

«Non penso. Con i "communitarians" c'è una certa affinitá , ma non una vera e prorpia coincidenza di idee. Tutto quel che dico è che esistono due tipi di relazioni umane e l'obbligo di ricordare non è morale ma etico. Cerco di fare della memoria e delle comunitá  di memoria delle unitá  basilari. I concetti di nazione e comunitá  dipendono dalla memoria (...)».

 

Oggi le connessioni etiche e morali sembrano essere diventate piú volatili. L'arte e la letteratura stesse cercano di comprendere questa tendenza a dimenticare che sembra caratterizzare la mentalitá  contemporanea e tentano di contrastarla. Si tratta di un'impressione sbagliata? Forse tutte le epoche pensano di dimenticare troppo facilmente?

 

«Molto dipende dalla sensibilitá  moderna, che è orientata al futuro piuttosto che al passato, e crea, quindi, comunitá  con destini futuri, secondo quella che fu l'originaria idea americana. Il passato, perció, è piú una minaccia che una promessa, perché significa privilegi, guerre civili, sconfitte, persino incubi. Credo, peró, che si tratti di un atteggiamento sbagliato perché nulla puó davvero essere significativo e denso senza un riconoscimento del passato. Perció, una politica attiva dell'oblio è una politica sbagliata, dimenticare è una cattiva idea. Perdonare è una cosa diversa: significa non agire sulla base del passato».

 

E' questo quello che intende quando nel suo libro parla dei documenti della Stasi in Germania, delle situazione di transizione?

 

«Sí, è cosí, in una giustizia di transizione non si puó agire sui documenti della Stasi, su quello che era accaduto nel passato come se fossero reati, crimini e tradimenti presenti. Intendo dire che esiste un legame forte tra amnistia e amnesia, ma io sono per l'amnistia e non per l'amnesia, per il perdono e non per l'oblio».

 

A volte, peró, è la memoria stessa che non permette di perdonare, lei afferma che la memoria non porta necessariamente alla Riconciliazione. Qual è allora il punto di equilibrio tra ricordare il passato e avanzare verso un futuro piú pacifico?

 

«In genere, quando si dice a qualcuno "dimenticatene" è un'esortazione a ricordare. Dire a noi stessi di dimenticare non è una garanzia, perché dimenticare non è qualcosa che si fa a comando. La questione è quale tipo di politica si desidera. ሠuna cosa nobile voler superare vecchi ricordi cattivi, ma credo che chiedere a una comunitá  di memoria di dimenticare indebolisca i rapporti su cui la comunitá  è stata costruita. Per questo motivo, penso che la prima cosa da fare sia lottare con la memoria, e non cercare attivamente di dimenticare (...)».

 

Lei cita Primo Levi e la sua tormentata memoria dell'Olocausto. Come possono gli incubi della memoria aiutare il perdono?

 

«Credo che gli incubi di Primo Levi siano stati importantissimi. Nonostante le sue indicibili sofferenze, penso sia stato cruciale che Levi abbia comunicato a tutti noi le sue angosce e i suoi pensieri. Se fosse esistita una pillola dell'oblio e qualcuno gliel'avesse data, sarebbe stata una perdita terribile per tutta l'umanitá , per noi tutti, dato che gli incubi di Primo Levi, per quanto dolorosi, erano estremamente significativi. Di nuovo, credo che non bisogna dimenticare, ma che, allo stesso tempo, non bisogna agire sulla base della memoria e del ricordo».

 

Perché sostiene che, in questo momento, non è possibile avere una memoria collettiva dell'umanitá  e che possono esserci solo diverse comunitá  di memoria e non una memoria globale?

 

«Il mondo non è un'unica comunitá . Intendo dire che ci sono alcuni eventi che ritengo vadano ricordati dall'intera umanitá , si tratta di casi esemplari, di insuccessi umani generali, come Hiroshima, Auschwitz, Buchenwald, i gulag. Ma ogni comunitá  ha la propria memoria; la memoria dell'Europa e quella dell'Indonesia sono diverse e non si possono diluire in modo che gli europei e gli indonesiani abbiano gli stessi ricordi».

 

E per quanto riguarda comunitá  differenti che hanno memorie diverse per uno stesso passato?

 

«Credo che sia un dato di fatto della nostra vita: gli individui hanno ricordi diversi del loro passato. La questione acquisisce rilevanza politica quando si ha un passato conteso tra due comunitá , che sono intime nemiche, come nel caso degli israeliani e dei palestinesi, degli ebrei e degli arabi o dei polacchi e dei tedeschi. Penso che, avvertito il conflitto politico, le due comunitá  che si contendono la memoria debbano affrontare il passato insieme, in modo da evitare irredentismi futuri».

 

Qualcuno propone il modello del Sud Africa; lei nel suo libro cita la Commissione per la Veritá  e la Riconciliazione. E difficile trovare un equilibrio tra giustizia, perdono e oblio. Esiste una guida?

 

«Ho sempre avuto una fantasia: riunire storici provenienti da comunitá  diverse che rivendicano un passato conteso in un unico istituto di modo che possano lavorare su una storia condivisa (...) Come risultato si avrebbe un breve manuale da far studiare nelle scuole. Credo che il modo migliore per affrontare un passato conteso sia attraverso il lavoro degli storici (...)».

 

Intende dire che gli storici dovrebbero avere un ruolo politico?

 

«Possono avere un ruolo come storici, non come politici. Compio una precisa distinzione tra politica della memoria ed etica della memoria. La politica della memoria è data da tutti gli stratagemmi e gli strumenti che i governi o i vari poteri utilizzano per gestire la memoria, per creare delle fazioni della memoria. Oggi si scrive molto della politica della memoria, con un proliferare di saggi e testi. A me, invece, interessava meno la politica e piú l'etica della memoria (...)».

 

Abbiamo parlato di Primo Levi e dell'importanza del suo contributo alla nostra memoria collettiva. Abbiamo anche detto che nell'etá  contemporanea si è piú orientati al futuro che al passato. Tuttavia, nell'arte contemporanea c'è un forte interesse a ricordare. Qual è il contributo che l'arte contemporanea puó offrire alla memoria?

 

«Penso che l'arte possa avere un'enorme forza, perché gran parte del ricordo collettivo è nell'immaginario. Monumenti storici e opere artistiche e, in generale, tutta l'arte visiva, non solo la scrittura, sono cosí vividi e forti da modellare la memoria collettiva. In genere, sono anche oggetti controversi, che non piacciono a tutti. Personalmente non attribuisco compiti all'arte, che ha giá  moltissimo da fare, ma credo che l'etica della memoria debba prestarle particolare attenzione perché gli artisti fanno parte di coloro che dovrebbero veicolare la memoria collettiva, sono come sciamani della comunitá  di memoria».

 

(Con la collaborazione di Martina Toti) 

 

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