News per Miccia corta

25 - 03 - 2007

Il golpe dei colonnelli

(la Repubblica, Pagina 34 – Varie)

 

 

 

 

Quando lui le tolse la cittadinanza, la grande attrice Melina Mercouri ebbe a dire: "Io sono nata greca e moriró greca, cosí come Stylianos Pattakos è nato fascista e morirá  fascista"

 

Il 21 aprile 1967, quando i militari presero il potere, Pattakos si sedette con Papadopoulos e Makarezos sullo scranno piú alto della dittatura per restarci sette anni. Oggi, novantacinquenne, è sopravvissuto al carcere e alla gogna morale, e ricorda quando, alle riunioni Nato, si sentiva addosso "l'invidia di tanti colleghi europei"

 

GUIDO RAMPOLDI

 

 

n on manca qualcuno? Ma certo: hanno vinto, come potremmo dimenticarli?, gli ebrei. Gli ebrei? Perbacco, furono loro a dare il colpo di grazia alla giunta. «Firmammo la nostra condanna quando non lasciammo usare le nostre basi agli aerei degli ebrei (gli israeliani) durante la guerra dello Yom Kippur». Allora gli americani (gli ebrei americani: Kissinger) spinsero il capo dello spionaggio, Ioannides, a disarcionare i golpisti con un secondo golpe, piú effimero del primo. «Sapeva che la figlia di Ioannidis ha sposato un ebreo?». Accidenti, ora tutto torna.

 

La sua versione Pattakos l'ha scritta nei libri che ha dato alle stampe dopo la scarcerazione, ben otto. Le copie invendute ora salgono in pile parallele lungo i corridoi di questo appartamento. Alle pareti del salotto immagini religiose, perché il padrone di casa è un uomo molto pio; foto da triumviro, ma senza la cazzuola con cui i greci s'erano abituati a vederlo mentre inaugurava opere pubbliche; e un gagliardetto che celebra il golpe, pardon, «la rivoluzione del 21 aprile». Pattakos è un vecchietto gentile e presente a sé. Ride spesso. S'arrabbia solo quando fa i conti (la sua non-ancora-vedova riceve 920 euro di pensione, ma 800 servono per la badante e i medicinali, dato che il fucilato Pattakos non ha piú l'assistenza sanitaria). ሠpossibile che la sua povertá , comunque decorosa, si rifletta anche sulla qualitá  del suo apparecchio acustico. «Chi? Il principe Bordese? Borghese? Conosco un principe Michele. Chi? Almi... Almirante? Mah». Armeggia sull'apparecchio. Si scusa: «Le mie orecchie si sono stancate d'ascoltare». Forse è successo giá  al tempo in cui sedeva nel vertice della dittatura, alla destra del generale Papadopoulos. Infatti giura che da triumviro non sentí mai di torture, e anzi è convinto che non vi furono. La censura, sistematica, ossessiva, perfino comica nella sua pedanteria? «Colpiva solo chi mentiva». Le deportazioni, il soggiorno obbligato in isole sperdute? «Era un modo per togliersi dai piedi i facinorosi». ሠpossibile che non abbia saputo né capito?, ho chiesto a due torturati. Forse non sa, hanno risposto, sicuramente non vuole sapere. Mi sembra una tesi pertinente.

 

Disse di lui Melina Mercouri quando Pattakos la privó della nazionalitá  greca. «Io sono nata greca e moriró greca cosí come Pattakos è nato fascista e morirá  fascista». La fiammeggiante Melina è morta come aveva promesso, da greca, anzi salutata come «l'ultima dea greca» da una folla immensa, nel 1994. Pattakos non avrá  un funerale di popolo ma non morirá  fascista, dice, perché ritiene di non esserlo mai stato. Tecnicamente ha ragione. «I fascisti, racconta, li incontrai in Albania durante la Seconda guerra mondiale. Ma erano miei nemici». Semmai appartiene alla razza dei Franco, dei Salazar, dei Pinochet, dei Videla, militari che arraffarono il potere ma tennero a distanza i movimenti d'estrema destra perché ne diffidavano. Peró Pattakos è diverso dai camerati dittatori. Meno furbo, molto meno feroce, e personalmente onesto, se onestá  significa soltanto non rubare. Bugiardo per autoconvinzione piú che per calcolo consapevole. Quel che è piú importante, la dittatura fu travolta dal golpe di Ioannides mentre si apprestava a indire libere elezioni, insomma a ripristinare una qualche democrazia, sia pure nei limiti piú convenienti ai colonnelli.

 

Dunque non fu fascismo, e neppure franchismo o pinochettismo. Ma certo Pattakos condivide tutti i tic ideologici del golpismo europeo e latino di quegli anni. Innanzitutto la religiositá , nel suo caso autentica, ma sempre nella versione d'un tradizionalismo puritano, per non dir bigotto. Poi l'antipolitica: «A me non piacciono i politici. Anche Cristo ha detto: la patria che si divide in varie fazioni si autodistrugge. Ecco, i partiti dividono». E un'idea hobbesiana dello Stato che oggi fa di lui un no global: «Non mi piace neppure la globalizzazione. Prima c'erano gli Stati, con la loro fierezza, il loro orgoglio. Oggi c'è solo un gran casino». Gli piace («un po'») Berlusconi, probabilmente perché percepisce in lui l'antipolitica. Gli piacciono come sempre i militari, ma non vede in giro i colonnelli e i generali d'una volta. Con quelli la giunta aveva una certa sintonia, qualsiasi fosse il loro credo - Franco, Salazar, il colonnello Gheddafi, Nasser... - e «rapporti ottimi» con gli stati maggiori europei: «Sentivano che la nostra fede era autentica».

 

Alla lista degli amici in divisa si potrebbe aggiungere anche Ceacescu, comunista con una passione per le uniformi: l'unico capo di Stato europeo ad aver stretto la mano ai triumviri. Gli altri governi del continente invece si tennero a distanza. Gli italiani furono tra i piú freddi, ricorda: «Ci riconobbero ma non erano amichevoli. Una volta che passai per Roma di ritorno da Tripoli fui ricevuto da un semplice ambasciatore: eppure ero primo ministro. Mia figlia studiava la vostra lingua, la feci smettere. E mandai a dire ad Agnelli, che voleva venderci le Fiat: le compreremo quando i rapporti con Roma saranno buoni». Erano «buoni» con britannici, danesi e francesi. «E in fondo anche con Bonn», giacché la giunta comprava armi non solo dalla Francia ma anche dalla Germania. Business is businnes. Sugli americani, invece, Pattakos appare reticente.

 

Al momento del colpo di stato l'amministrazione Nixon temeva, nel suo modo ossessivo, che la Grecia stesse slittando verso Mosca. Dopo due anni turbolenti, culminati nell'assassinio del leader comunista Lambrakis, il Paese si preparava ad elezioni decisive. Le avrebbe vinte il centrosinistra di Andreas Papandreu, appoggiato indirettamente dalla sinistra comunista; il nuovo governo, anche questo pareva scontato, avrebbe epurato gli ufficiali di estrema destra. Washington fu tra le prime capitali a riconoscere la dittatura, al cui vertice sedeva il capo d'un settore dei servizi segreti, Papadopoulos, interlocutore abituale della Cia. Secondo Pattakos il golpe prevenne un putch comunista. «Stavano per provarci, e sarebbe stata la quarta volta. Il 15 aprile avevamo intercettato la lettera d'un sottufficiale al fratello, capo d'una provincia. Scriveva: siamo migliaia e siamo pronti; attendiamo solo il segnale dell'insurrezione».

 

Se questo fosse vero, se cioè i comunisti avessero potuto contare su arsenali e strutture insurrezionali, allora il golpe avrebbe incontrato una qualche resistenza. Invece non ve ne fu alcuna. E anche in seguito il partito comunista greco istruí i militanti alla non violenza. Questo non trattenne la giunta dal disperdere nelle isole dell'Egeo chiunque sembrasse un oppositore potenziale; e dal tiranneggiare quanti, giornalisti o maestri, impiegati o militari monarchici, richiesti non davano prova d'una zelante sottomissione. La giunta fu generosa con i contadini, considerati dai colonnelli la classe eletta, sanamente antipolitica, non corrotta dalle mode giovanili e sorda agli appelli dell'intellighenzia.

 

Dice Pattakos che i triumviri s'erano accordati per un golpe temporaneo: avrebbero riconsegnato la Grecia alla democrazia dopo cinque anni. «In realtá  occorse piú tempo: sei anni e mezzo». La giunta annunció elezioni nel 1973, quando ormai era sopraffatta da problemi cui non sapeva dare soluzione, innanzitutto un'inflazione oltre il trenta per cento. I greci avrebbero votato con regole che estromettevano dal parlamento le grandi famiglie della politica ellenica e gli alti dignitari dei partiti storici. Ma anche con questi limiti il ritorno alla democrazia risultava sgradito a vasti settori delle forze armate. Inoltre i rapporti con gli americani s'erano deteriorati. Pattakos la vede cosí: «Avevamo affidato la Grecia a un governo tecnico e ci preparavamo alle elezioni quando accadde quella cosa molto disonesta, la rivolta del Politecnico». Secondo Pattakos i moti studenteschi dell'universitá  ateniese furono l'esito d'una cospirazione in cui «si saldarono interferenze straniere e manovre di vecchi politici». Eppure non avrebbe avuto conseguenze per la giunta se truppe e tank inviati dalla giunta non avessero ammazzato trentaquattro studenti. Era troppo anche per Washington. «Poco dopo ambasciate straniere ci fecero sapere che gli americani preparavano qualcosa. Il tradimento di Ioannides era nell'aria. Ne parlai con Papadopoulos ma non riuscii a convincerlo. Mi disse: ma dai, Ioannides è cosí perbene che pare un'arsakiá s», cioè una collegiale del convitto femminile piú esclusivo d'Atene. Il giorno dopo l'arsakiá s detronizzó i triumviri. Governó con brutalitá  pari alla stupiditá  per sette mesi, poi fu travolto dal fiasco di Cipro (Ioannides tentó di annettersi l'isola con un colpo di mano, ma fallí miseramente e offrí ai turchi l'occasione d'un vittorioso intervento militare).

 

La Grecia vi volle bene? «Nessuno ci disse il contrario. Certo, dopo... come in Italia, caduto il Duce scopriste di essere quarantotto milioni di antifascisti». Peró oggi Pattakos suscita in alcuni greci perfino una certa simpatia umana, si scopre chiacchierando con i bottegai del Pireo. Gli giova la povertá  e il confronto che lui stesso suggerisce: «Guantanamo, Abu Ghreib, noi non facemmo quel che oggi fa la democrazia». In realtá  i centri di tortura greci non furono piú umani, mi confermano Kostis Giourgos, giornalista, e Nikiforos Stamatakis, traduttore, venti e ventitré anni nel 1967. Furono torturati per due mesi. I poliziotti che pestavano Giourgos gli dicevano: «Pezzo d'imbecille, anche se vincete voi noi saremo sempre qui». Avevano ragione. Perfino i capi-torturatori si sono accomodati nella democrazia, a parte i due ammazzati dalla banda "17 novembre" e la decina che s'è riciclata nelle security dell'industria privata, in Grecia e all'estero.

 

Membri d'una organizzazione studentesca che non disponeva neppure d'una pistola, Giourgos e Stamatakis furono condannati a pene pesantissime come spie della Bulgaria. In carcere conobbero Gramsci, le lingue straniere, l'Inter di Mazzola. Soprattutto, conobbero la solidarietá  che tuttora li lega ad ex detenuti di opposte idee politiche. Ogni tanto si ritrovano. «Noi di sinistra, loro di destra: ma fratelli per il resto della vita». Questo è il paradosso della dittatura: involontariamente aiutó la Grecia a uscire dal solco della guerra civile ('43-49). Colpendo allo stesso modo destra e sinistra ruppe barriere, costruí ponti. Produsse la consapevolezza d'un destino comune. Rese possibile perfino una coalizione tra conservatori e marxisti. Formó una destra moderna, non piú ossessionata dai "comunisti". Che a noi italiani sia mancato un golpe?

 

 

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I ricordi del regista Theo Anghelopoulos

 

 

"L'assurda nostalgia di quei giorni bui"

 

 

MARIA PIA FUSCO

 

 

 

n el 1967 Theo Anghelopoulos aveva trentadue anni. Aveva lasciato la facoltá  di legge all'Universitá  di Atene, studiato letteratura a Parigi alla Sorbona ed era tornato in patria, dove, oltre a lavorare saltuariamente come attore, faceva il critico del quotidiano Demokratiki Allaghi. «Non dimenticheró mai quei giorni del colpo di stato. Finito il lavoro al giornale andai a letto presto, il giorno dopo avevo un impegno come attore. Uscito di casa avvertii subito un'atmosfera strana, un silenzio irreale, interrotto solo dal passaggio di mezzi militari, a bordo soldati armati. E la gente guardava, curiosa e stordita, c'era qualcuno che sussurrava le parole "colpo di stato" ma sembravano parole senza senso, nessuno ci credeva».

 

Quando ebbe la certezza dell'accaduto?

 

«Nel corso della giornata. Le riprese del film in cui ero impegnato erano interrotte, andai al giornale. Era stato chiuso dalla polizia ed era presidiato dai soldati. Mi allontanai, trovai amici e le discussioni furono interminabili, parlavamo per cancellare l'inquietudine. Fu ancora una notte piena di silenzi e il secondo giorno cominciarono a circolare notizie di gente arrestata, politici, intellettuali, amici del giornale, era un giornale di sinistra. Solo allora capimmo fino in fondo la drammaticitá  della situazione».

 

Com'era lo stato d'animo?

 

«Cercavamo di distinguere la veritá  nella confusione di notizie che giravano: arresti di massa, fughe rocambolesche, gente scomparsa. Il potere era nelle mani dell'armata con l'appoggio di una parte politica e la cosa che piú ci colpiva era il fatto che il re avesse accettato di dialogare con gli autori di quella che ancora chiamavano rivoluzione. Poi cominciammo a chiederci che cosa dovevamo e potevamo fare».

 

Lei cosa fece?

 

«Mi resi conto che la mia stagione di critico era finita. Come attore in seguito avrei continuato solo occasionalmente. In realtá  cominciai a pensare al cinema in altro modo, sentivo l'urgenza di scrivere storie, di usare il cinema per fare politica. La mia carriera di regista è nata allora».

 

Non ha mai pensato di andare all'estero?

 

«No, contrariamente a molti amici cineasti che sono espatriati ho deciso di restare in Grecia e di fare cinema politico. Cominciai a riflettere. Un colpo di stato non è una cosa che arriva dal cielo, mi dicevo, bisognava tornare al nostro passato per cercare di comprendere. Il primo film, Ricostruzione di un delitto, fu girato quasi in clandestinitá , in bianco e nero, con pochissimi soldi. Ogni tanto veniva arrestato uno della troupe, quando giravamo in strada, davanti alla polizia, cambiavamo il contenuto delle scene perché non capissero».

 

Il film uscí in Grecia?

 

«Non allora, non nella Grecia dei colonnelli, ma nel resto del mondo uscí. Fu presentato al Forum del festival di Berlino, lo portai fuori senza permesso, le bobine dentro una valigia di metallo. Dopo Berlino ricordo una proiezione a Roma, a mezzanotte in una sala vicino piazza Navona. C'erano Lino Micciché e molti giornalisti italiani. C'erano anche politici greci, silenziosi e in disparte, erano venuti per vedere la Grecia, non il film. Alla fine piangevano tutti. Passammo tutta la notte a piazza Navona, a parlare del nostro paese. E ricordo la grande solidarietá  di molti italiani, le mie piú belle amicizie italiane sono nate in quell'occasione».

 

Come fu il ritorno in Grecia?

 

«Rientrai con il film nascosto nella valigia, andó bene. Ci fu una proiezione organizzata da un gruppo di studenti. In fondo alla sala c'erano poliziotti in abiti civili. Nessuno parlava. Alla fine una ragazza venne a portarmi dei fiori. C'era tra noi un impegno, una comunicazione criptata. Il film parlava dell'indagine su un delitto, ma in alcune scene era sottintesa la Grecia di allora. Sotto la dittatura era nato un linguaggio segreto, il "non detto". Nel secondo film, I giorni del "˜36, i riferimenti alla dittatura e al regime di Papadopoulos erano piú espliciti, ma sempre con il linguaggio del "non detto". E la gente capiva benissimo».

 

Che cosa le è rimasto di quegli anni?

 

«La dittatura mi ha lasciato qualche film, molti amici e il ricordo di momenti straordinari. Puó sembrare un'anomalia ma a volte ci penso con nostalgia. Eravamo pieni di sogni e di speranza, credevamo davvero che, a regime finito, avremmo avuto una Grecia migliore, un mondo migliore. Non abbiamo mai piú vissuto quel sogno».

 

Per i giovani di oggi che significato ha il golpe?

 

«Nessuno purtroppo, non si studia neanche nelle scuole, i libri di storia si fermano prima. I ragazzini non capiscono di che si parla, quando se ne parla, per loro è poco piú di un aneddoto che non li riguarda».

 

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