News per Miccia corta

14 - 03 - 2007

Segio risponde al Capo dello Stato sui terroristi in Tv

(la Repubblica, MERCOLEDáŒ, 14 MARZO 2007, Pagina 17 – Cronaca)

 

 

 

Condanniamo quei delitti ma parlarne è necessario 

 

 

 

SERGIO SEGIO

 

 

Gentile direttore, sono uno di quegli ex terroristi cui è capitato talvolta di andare in televisione. L'ho fatto quando ritenevo (in ragione del particolare momento o della serietá  del programma) di poter dare una testimonianza, correndo il rischio di ferire alcune sensibilitá  ma al contempo sperando di risultare utile ad altri. C'è sempre ambivalenza e a volte conflitto, quando la materia è cosí intrecciata a eventi il cui ricordo non cessa di fare male e di dividere.

Io accetto in qualche caso di parlare, o di scrivere, di quelle vicende a partire da una assunzione di responsabilitá  netta: deve essere chiaro chi avuto ragione e chi torto. Io - con i tanti che con me hanno praticato e teorizzato la lotta armata - ho avuto torto. Tragicamente torto. Riconoscerlo e argomentarlo pubblicamente non credo sia voglia di protagonismo né tentazione di salire in cattedra. Ritengo invece possa servire, specie nei riguardi dei piú giovani e allorché la cronaca ricorda che il mito della rivoluzione armata puó ancora affascinare qualcuno; e temo che ció accadrá  sempre, sino a che non si vorrá  e saprá  andare al fondo di quell'errore e delle culture del Novecento da cui è stato partorito, in un confronto corale e franco.

In piú numerose occasioni ho invece rifiutato di essere intervistato, resistendo alle insistenti e non sempre garbate pressioni. Ho comunque sempre respinto le richieste di essere intervistato sul luogo di attentati, ritenendola cosa di cattivo gusto, in grado di urtare, oltre che la mia, la sensibilitá  dei parenti delle vittime e degli stessi telespettatori. Non mi capacito del perché vi siano giornalisti che insistono per realizzare tali sconvenienti servizi, se non per una pervicace volontá  di rinfocolare polemiche e lacerazioni. Tanto piú che, non di rado, quegli stessi giornalisti, dopo aver effettuato interviste a ex terroristi, ne richiedono il silenzio, con qualche evidente problema di coerenza.

Sono sinceramente consapevole delle ragioni dei parenti delle vittime e profondamente rispettoso delle loro prese di posizione. Cosí come dell'invito autorevole del Capo dello Stato alla massima discrezione da parte di chi ha prodotto ferite e lutti negli anni Settanta, pur avendo scontato per intero le condanne. Rimango sommessamente convinto che sia necessario, e anzi doveroso, continuare a parlare di quei drammi, anche da parte di chi ne porta parte della responsabilitá . Credo, peró, vi sia modo e modo di farlo. Un modo che tende alla veritá  e uno che ricerca versioni di comodo. Un modo appunto rispettoso e uno incurante e arrogante. Cosí come penso che responsabilitá  dei media dovrebbe quella di non forzare in questa seconda direzione al fine di innescare polemiche.

Ma anche penso che vi possa essere lo sforzo di distinguere errore ed errante. Per usare le nobili parole di Sabina Rossa, che ebbe il padre ucciso dalle BR: «Sono assolutamente convinta che gli ex brigatisti che hanno saldato il conto con lo stato non possano essere considerati reati ma persone, di cui si è disposti a guardare il cambiamento». Questo cambiamento va promosso ma anche ascoltato, perché possa essere di monito e di aiuto. Contrapporre all'ergastolo del dolore da noi inflitto ai parenti degli uccisi l'ergastolo della morte civile nei nostri confronti mi pare invece un frutto avvelenato e sterile.

Il silenzio non aiuta mai davvero nessuno, mentre puó diventare comodo schermo per le malafedi e le cattive memorie. 

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori