News per Miccia corta

10 - 03 - 2007

Pubblicitá -choc nella ``fossa comune`` insorgono i sopravvissuti dell'Olocausto

(la Repubblica, SABATO, 10 MARZO 2007, Pagina 27 – Esteri)

 

 

 

La discussa iniziativa doveva servire a vendere una linea di abbigliamento sportivo 

 

 

ALBERTO STABILE 

 

 

GERUSALEMME - La modella è seminuda e abbandonata, come morta, su una pala meccanica piena d'immondizie. La scena vorrebbe alludere, anzi, a detta del suo autore, il fotografo Meir Kadosh, direttamente allude alle tragiche sequenze dei cadaveri degli ebrei raccolti da una scavatrice e gettati nella fossa comune aperta dai nazisti nel capo di sterminio di Buchenwald. Una ricostruzione «vergognosa», accusano i familiari dei sopravvissuti dell'Olocausto, ideata solo per incoraggiare la vendita di qualche paio di pantaloncini di pelle.

Prima o poi doveva accadere che l'industria della pubblicitá , il dio pagano che trasfigura e inghiotte ogni cosa, tentasse di divorare anche l'Olocausto. Naturalmente, con la giustificazione a posteriori di divulgarne la conoscenza e sensibilizzare gli animi. Le stesse motivazioni che avrebbero spinto, Meir Kadosh, direttore artistico dell'agenzia pubblicitaria "Franco and Co.", ad associare una linea di abbigliamento sportivo, lanciata dalla Casa di Moda "Dan Cassidi", ad una delle piú sconcertanti immagini pervenuteci sullo sterminio degli ebrei.

Pubblicitá  choc, viene chiamata, e in Occidente ha giá  macinato di tutto, dalla violenza della mafia al dramma dell'Aids. Nessuno, finora, aveva osato reinventare l'Olocausto al fine d'incrementare il consumismo. L'idea a Meir Kadosh è venuta parlando con la giovane modella posta al centro della scena, la giovane slovacca, Zuzana Gregorova, 18 anni appena compiuti e giá  molto richiesta. Dopo aver sfilato a Parigi e Milano, posato per D&G ed essere apparsa sulla copertina di Vogue, versione italiana, Zuzana, il prossimo anno, è giá  stata prenotata da Chanel, Yves Saint Laurent e Prada. Ma dell'Olocausto, a quanto pare, non ha mai sentito parlare.

E qui entra in ballo Kadosh, con la sua sensibilitá  pedagogica e civile al tempo stesso. «Ho voluto soltanto mettere in guardia contro il prossimo Olocausto, che potrebbe accadere se l'Iran lanciasse una bomba nucleare su Israele, e ho voluto protestare contro coloro che si ostinano a negare o ignorare lo Sterminio», ha spiegato il fotografo al canale 10 della Tv, che all'argomento ha dedicato un servizio nel tg di maggior ascolto. Kadosh ha aggiunto che la grande buca che s'intravede sotto la scavatrice potrebbe essere la fossa comune in preparazione per i compiacenti e notoriamente edonistici residenti di Tel Aviv.

Nessun dubbio sull'uso fatto di un tema cosí importante. «Della Shoah - ha argomentato il pubblicitario - si parla abbastanza, è stata presentata sotto ogni punto di vista ed è stato mostrato tutto ció che è successo. La nostra intenzione era di rappresentarla in un modo un po' umoristico e un po' artistico. Volevamo far vedere come i nostri corpi, in quanto ebrei, venivano trattati. « Ma che c'entra tutto questo con gli short di Dan Cassidi? Kadosh evita di spiegare la connessione, per altro chiarissima, tra immagine traumatica e messaggio subliminale tendente ad incoraggiare l'acquisto. Ma è proprio contro questo collegamento per lo meno improprio che si sono scagliate le organizzazioni che raggruppano i familiari dei sopravvissuti. «Siamo scioccati da una campagna che usa i temi dell'Olocausto per promuovere vendite», hanno dichiarato alla Tv, chiedendo che la campagna pubblicitaria venga immediatamente cancellata.

Ancorché un'allusione cosí diretta alla Shoah sia senza precedenti nel campo della promozione pubblicitaria, non è la prima volta che immagini e simboli della persecuzione subita dagli ebrei trovino un uso improprio nel vasto mondo del commercio, anche in Israele. Accadde verso la metá  degli anni 90 che, improvvisamente, in molti negozi apparve un paio di scarpe alte presentate come «gli stivali da ufficiale nazista». L'articolo ebbe un successo notevole, nonostante le polemiche suscitate anche allora dalle organizzazioni che cercano di mantenere viva la memoria. 

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