News per Miccia corta

09 - 03 - 2007

Il nazismo di Heidegger e i conti col passato

(la Repubblica, VENERDáŒ, 09 MARZO 2007, Pagina 1 - Prima Pagina)

 

  

C'è ancora chi pensa si possa confutare il filonazismo del filosofo di "Essere e tempo" Ma la sola idea, stando alle sue dichiarazioni, è inaccettabile 

Nel 1949 T.W. Adorno scrisse una frase poi citata all'infinito sul fatto che scrivere poesie dopo Auschwitz era una barbarie 

L'heideggerismo è una filosofia della guerra e la guerra travolge e trascina gli individui, li mette in uniforme e li avvia ad un solo destino 

Paul, ebreo, era nato in Bucovina nel 1920 e aveva perso il padre e la madre in un campo di concentramento: è il poeta della Shoah 

 

  ADRIANO SOFRI 

 

 

ሠDIFFICILE fare i conti col passato. Soprattutto col proprio: con il passato altrui ci si sbriga. Prendo le mosse da una succinta notizia nella pagina culturale del Corriere (Pierluigi Panza, «Heidegger difeso dall'accusa di hitlerismo») sul libro curato da Franá§ois Fédier che confuta il «presunto filonazismo» di Heidegger. Ho fatto un salto sulla sedia: Heidegger non fu filonazista solo perché fu nazista, con fervida compromissione nel 1932-35, e un'adesione rinnovata fino alla fine. Negli stessi giorni Pierluigi Battista ha ripreso il tema del «silenzio» degli intellettuali italiani dopo il fascismo, sulla scia della rivelazione di Günter Grass, fin troppo clamorosa.

Non saprei conciliare una severitá  verso gli intellettuali convertiti anesteticamente all'antifascismo, e verso Grass, con l'indulgenza per Heidegger. Il silenzio (o peggio) dell'Heidegger del dopoguerra a proposito del suo passato e dello sterminio è stato piú penoso della stessa adesione al nazismo. Esce anche da Sellerio una raccolta di saggi (impervii) di Jean Bollack, La Grecia di nessuno, titolo che calca Paul Celan, Niemandsrose, la rosa di nessuno. L'ultimo saggio è dedicato all'episodio piú frequentato fra i mille della controversia su Heidegger e il passato: l'incontro fra il filosofo e Celan. (Grass rifece l'episodio ne Il mio secolo). Mi terró ai bordi, per inadeguatezza e per un pregiudizio contro Heidegger. Una volta un suo visitatore citó con reverenza il commiato del maestro: «E poi, sa, non è ancora detta l'ultima parola». Si trattava nientemeno che del giudizio storico sul Reich. Frase oracolare, che qualunque barbiere potrebbe ridire: «E poi, sa, l'ultima parola non è mai detta». Enigmistica buona per congedare un devoto, col viatico della sapienza oscura.

Al momento di sciogliere l'enigma, nell'intervista del 1966 allo Spiegel, da pubblicare postuma, Heidegger avrebbe detto: «Per me oggi una domanda decisiva è: come puó adattarsi un sistema politico - e quale - all'etá  della tecnica? A questa domanda non so dare risposta. Non sono convinto che sia la democrazia».

Se il profetismo di Heidegger era arduo, la poesia di Celan non lo era meno, di una difficoltá  pronta a spezzarsi nella lingua come si era spezzata nella vita, mentre la difficoltá  del filosofo restava per cosí dire tutta d'un pezzo. Celan, ebreo, nato in Bucovina nel 1920, aveva perduto padre e madre in un campo nazista, ed era scampato trovandosi un rifugio di fortuna, poi sopravvivendo ai lavori forzati. ሠstato il poeta della shoah, e in quella lingua tedesca - lingua madre, lingua della madre assassinata - proprio quando veniva coniata la pretesa che non si potesse far piú poesia dopo Auschwitz: e gli fu rinfacciata la stessa "bellezza" della sua poesia piú famosa, Todesfuge, fuga di morte («...la morte è un mastro di Germania». Le poesie sono curate in un prezioso Meridiano da Giuseppe Bevilacqua).

Il 24 luglio del 1967 Celan, reduce da un ricovero in casa di cura, tiene una conferenza a Freiburg. Heidegger è fra gli ascoltatori, e Celan, che pure rifiuta di essere fotografato con lui, accetta l'invito a visitarlo all'indomani. L'incontro avviene alla Hütte - la baita - che Heidegger ha trasformato nel monumento al proprio prestigio di pensatore e di tedesco della Foresta Nera, di «uomo che ha una patria ed è radicato in una tradizione». Celan firma il libro dei ricordi: «Nel libro della hütte, lo sguardo sulla stella del pozzo, con, nel cuore, la speranza di una parola a venire. Il 25 luglio 1967, Paul Celan». Sei giorni dopo, nella sua stanza d'albergo, scriverá  una poesia: «Arnica, eufrasia, il / sorso dalla fonte con sopra / il dado stellato, // nella / baita, // la riga nel libro / - quali nomi accolse / prima del mio? -, / la riga in quel libro / inscritta, / d'una speranza, oggi, / dentro il cuore, / per la parola / ventura / di un uomo di pensiero, // umidi prati silvestri, non spianati, / orchis e orchis, separati, // piú tardi, in viaggio, parole crude / senza veli // chi guida, l'uomo, / che anche lui ascolta, / percorsi a / mezzo, i viottoli / di randelli sulla torbiera gonfia, // umidore, / molto».

L'arnica, l'eufrasia risanatrici c'erano davvero, e c'era la fontana con la stella intagliata in un cubo. C'era il libro delle firme, la speranza della parola a venire. E poi il cammino nel prato, e le orchidee solitarie, il testimone che ascolta, e infine la palude di tronchi-randelli. Ciascuno di questi ingredienti, a cominciare dal nome del luogo e della poesia, Todtnauberg, il monte della morte, evoca altre immagini senza fine.

Celan manderá  a Heidegger la prima copia di un'edizione privata della poesia. Heidegger risponderá  con una formula elusiva, ma mostrerá  con orgoglio la poesia agli amici. Forse senza averla intesa, o l'oscuritá  dei versi sará  bastata a tranquillizzarlo. La poesia uscirá  poi in volume nel 1970. In quell'anno Celan tiene un'ultima lettura pubblica a Friburgo, e rinfaccia ad Heidegger di non ascoltarlo abbastanza attentamente. Un testimone ricorda: «Heidegger si fermó pensieroso presso la porta della sua casa per dirmi, scosso dall'emozione: "Celan è malato- e non esiste cura"». Heidegger non è stato tradito dall'aria della sua montagna: è morto nel 1976, ottantasettenne. Quanto all'incurabile Celan, il suo cadavere è stato ripescato nella Senna di Parigi il 1º maggio del 1970. Cosí l'incontro alla Hütte - confronto di radicamento e sradicamento, del filosofo affiliato al nazismo e del poeta scampato, nella lingua comune e irriducibilmente opposta - riceve il suggello del contrasto fra il professore di buona salute e il poeta malato di suicidio. Ci sono longevitá  vantate come un merito e un segno di aristocrazia: grattate quella longevitá , e troverete l'impostura. Ci sono molti modi di "essere per la morte". Il confronto con la morte, che Heidegger incarica di riscattare la distrazione della vita ordinaria, puó essere, sulla scorta di Ernst Jünger, la sfida cercata col pericolo estremo, con l'azzardo del soldato nella guerra di trincea. Ecco che la longevitá  appare, piuttosto che l'indizio di un'esistenza condotta al riparo, come la vincita strappata alla morte in battaglia. L'"essere per la morte" dell'ammalato ha un'autenticitá  tardiva e di rango inferiore, né scelta né cercata, ma miseramente subita.

Immaginarsi dunque l'"essere per la morte" delle vittime designate di un annientamento, per il loro solo essere quello che sono - ebrei, zingari, gente di scarto. Il suicidio del poeta è agli antipodi della morte sfidata dal soldato: cui, una volta superstite, arridono i centotré anni di Jünger. Chi sopravviva a un "essere per la morte" non voluto, inferiore, nemmeno deciso dal destino o dall'arruolamento obbligato, ma deliberato da nemici superiori, da soldati delle tempeste d'acciaio, gettato nel mondo e rigettato dal mondo - quel superstite infatti muore giá  in vita, muore cosí spesso suicida, la vita è la sua malattia.

L'accettazione del destino - rassegnata o entusiasta, nel qual caso la si chiama missione - culmina nella circostanza della guerra: cui ci si piega per solidarietá  nazionale, o generazionale o cui si aderisce per passione, soldati di una Missione collettiva, patriottica, religiosa, classista. Il nazismo è una filosofia della guerra - l'heideggerismo anche. La guerra travolge e trascina gli individui, la chiamata alle armi taglia loro i capelli allo stesso modo, dá  loro un'uniforme, li sottomette al destino collettivo, l'"oceano" rispetto al quale, come in Jung, la psicologia personale è un'increspatura insignificante. Quello che chiamiamo coscienza è la risalita dalla profonditá , dalla barbarie e dal trascinamento collettivo, alla civilizzazione e alla libertá  individuale. La civiltá  è la camera iperbarica di questa risalita.

Essa non puó che essere lenta e intermittente, mentre la discesa è precipitosa. Questo doppio movimento, ineguale e iniquo - perché la civiltá  è fragile, una pellicola recente, una lastra di ghiaccio sottile sulla quale danza una pattinatrice adolescente, e invece la barbarie è forte e antica - si riproduce nel doppio movimento della comunitá  verso la distruzione, velocissimo, e chiamavamo fino a poco fa questa velocitá  progresso, o verso la pausa di riflessione, la moratoria, il fermo biologico, la ritirata, che è lenta. La riparazione culturale ed ecologica è la tartaruga che insegue l'Achille della consumazione e della manipolazione. ሠuna doppia partita, ma truccata. Non si puó che perdere, ma dilazionare la fine. Forse, mentre prendiamo tempo, sará  inventato un farmaco nuovo, si troverá  una nuova strada.

La volta in cui accennó allo sterminio, nel 1949, Heidegger lo fece di passaggio, per accostare grottescamente la trasformazione dell'agricoltura in industria alimentare meccanizzata alla lavorazione dei cadaveri nelle camere a gas e nei campi.

Insofferente verso la trasfusione di esperienze vissute, di emozioni, di relazioni linguistiche e culturali, dentro i versi di Celan, che li fa sembrare illeggibili fuori da quella trama di informazioni, Hans Georg Gadamer preferisce che la poesia miri a «un mondo nel quale il poeta è di casa proprio come i suoi lettori». Ma per l'appunto Celan non è di casa a questo mondo, e ha tolto il disturbo. Si è arrivati a sostenere che il suicidio di Celan sia stato causato dal tentativo fallito di far riconoscere ad Heidegger la colpa dello sterminio: tesi impudente, che finisce per alzare di qualche centimetro il monumento al filosofo. Il grande e disgraziato poeta, che non la fa finita per la shoah, la morte e la vita, ma perché non è riuscito a strappare ad Heidegger la parola giusta!

Heidegger avrebbe poi accostato Celan a Há¶lderlin. Ma Celan abita poeticamente la terra, Heidegger no. La svolta di Heidegger verso la poesia, e Há¶lderlin in particolare, è un falso movimento: un modo per serbare intatta l'oscuritá , per rifiutare "poeticamente" la chiarezza. Si è perfino fatto passare il silenzio di Heidegger sulla shoah come una dichiarazione della sua indicibilitá ! Anche Derrida cede alla sovrainterpretazione dei silenzi, pur dichiarandoli forse imperdonabili: «Io intendo questo terribile, forse imperdonabile silenzio di Heidegger come un'ereditá . (...) Ci lascia l'obbligo di pensare ció che egli stesso non ha pensato». Ma il silenzio di Heidegger va tutto intero sul suo conto.

Nel 1949 T. W. Adorno scrisse quel pensiero citato all'infinito: «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, e ció avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie». ሠdifficile oggi spiegarsi come potesse essere accolto letteralmente, al punto che qualcuno, abbiamo visto, accusó la Todesfuge di Celan di un sacrilegio contro Auschwitz. Confesso una diffidenza per la frase di Adorno, nella quale sento una retorica quasi fatua. Non era un bando alla parola e alla sua inadeguatezza: è in parole che Adorno dichiara prescritta la poesia. Se no, era uno dei molti modi in cui si cercó di significare il troppo di orrore e di iniquitá  dello sterminio, l'unicitá . Ma l'unicitá , che ha argomenti forti dalla sua parte, si impoverisce, o addirittura si avvilisce, quando la si voglia stringere in un'argomentazione. Sicché si potrebbe dire che dopo Auschwitz la prosa è diventata, se non inetta - che vorrebbe dire cedere all'"indicibile" e screditare i testimoni - molto piú difficile e debole. E, viceversa, che la poesia è stata forte. Celan fu terribilmente ferito dall'accusa grottesca. Nel 1965 scrisse i versi conosciuti solo dopo la sua morte, che evocavano Theodor Wiesengrund Adorno (la traduzione è di Michele Ranchetti e Jutta Lesckien): «Madre, madre / Strappata dall'aria / Strappata dalla terra. / Giú / Su / trascinata. / Ai coltelli ti consegnano scrivendo, / con abile mano sciolta, da nibelunghi della sinistra, con / il pennarello, sui tavoli di teck, anti- / restaurativi, protocollari, precisi, in nome della inumanitá  da distribuire / di nuovo e giustamente, / da maestro tedesco, / un garbuglio, non / a-bisso/ab-gründig/ ma / a-dorno /ab-wiesen/ / scrivendo, / i reci-divi, / consegnano / te / ai / coltelli».

Adorno stesso avrebbe riconosciuto piú tardi che «forse è falso che dopo Auschwitz non si possa piú scrivere una poesia». E «dire che dopo Auschwitz non si possano piú scrivere poesie non ha validitá  assoluta, è peró certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si puó piú immaginare un'arte serena». Che vuol parere un'attenuazione, ed è un vero capovolgimento. Adorno si sarebbe chiesto allora se fosse possibile, dopo Auschwitz, vivere: che era un gioco al rincaro.

"Wahr spricht, wer Schatten spricht" - dice il vero, chi parla oscuro: è un verso di Celan. La differenza fra l'oscuritá  di Heidegger e quella di Celan ha per posta la veritá . Si ha l'impressione che la poesia di Celan, piuttosto che dirla, sia la veritá .

 

Una volta Primo Levi rispose a un intervistatore a proposito del decreto di Adorno: «La mia esperienza è stata opposta. Allora mi sembró che la poesia fosse piú idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro... Avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si puó piú fare poesia se non su Auschwitz». Tuttavia Levi, che pure diceva di esser stato salvato dalla poesia, metteva in guardia dallo "scrivere oscuro": «Nel mio scrivere... ho sempre teso a un trapasso dall'oscuro al chiaro».

Levi ha di mira Celan nell'articolo del 1976: «Non si dovrebbe scrivere in modo oscuro... L'effabile è preferibile all'ineffabile, la parola umana al mugolio animale. Non è un caso che i due poeti tedeschi meno decifrabili, Trakl e Celan, siano entrambi morti suicidi, a distanza di due generazioni. Il loro comune destino fa pensare all'oscuritá  della loro poetica come ad un pre-uccidersi, a un non-voler-essere, ad una fuga dal mondo, a cui la morte voluta è stata coronamento. Per Celan soprattutto... Si percepisce che il suo canto è tragico e nobile, ma confusamente... un linguaggio buio e monco, qual è appunto quello di colui che sta per morire, ed è solo, come tutti lo saremo in punto di morte. Ma poiché noi vivi non siamo soli, non dobbiamo scrivere come se fossimo soli». Noi vivi: ancora dieci anni, e Levi sará  cosí solo da decidere il suo punto di morte. Prima, il suo corpo a corpo con Celan gli avrá  fatto scrivere quella poesia, Il superstite, che grida (invano, come decreteranno fra poco I sommersi e i salvati) la propria incolpevolezza, evoca ancora una volta il suo Ulisse e ripete il nome fatidico del Salmo di Celan, la Rosa di nessuno: «Non ho soppiantato nessuno, / Non ho usurpato il pane di nessuno, / Nessuno è morto in vece mia. Nessuno». 

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