News per Miccia corta

28 - 02 - 2007

Le due sinistre e il duello mai finito

(la Repubblica, MARTED√°Ňí, 27 FEBBRAIO 2007, Pagina 38 ‚Äď Varie)

 

 

 Naturalmente non √® vietato n√© immorale desiderare la rivoluzione. Ma √® fuori luogo in un'alleanza elettorale 

 

 

 

 

 

ADRIANO SOFRI 

 

 

I posteri hanno un'aria severa, che incute soggezione: spetta a loro giudicare. Poveri posteri: e trattarli piuttosto come nipotini? Per tanto tempo la sinistra √® stata proiettata nel futuro, risucchiata dal futuro: La societ√°¬† futura, Avanti!. Ora sono le radici a tirarci indietro. Ci sentiamo legati agli antenati, com'√® giusto, e ai "diritti acquisiti", ma pi√ļ indifferenti ai posteri. Eppure quelli che verranno dipendono da noi, e, in un certo senso, perfino quelli che vennero. Possiamo rovinarli.

 

Ci sono due sinistre. Per√≥ la cosa √® complicata, perch√© sono pi√ļ di due. E soprattutto perch√© l'idea delle due sinistre finisce per spiegare cose che hanno un'altra spiegazione, pi√ļ grossolana. La frontiera fra una sinistra libertaria e una statalista non ha perso di rilievo, n√© quella fra il "movimento" e il "fine". La sinistra del "fine ultimo" sospetta nella democrazia formale una truffa rispetto alla disuguaglianza sostanziale. La sinistra riformatrice ("riformista" √® gi√°¬† una categoria ideologica) non subordina le libert√°¬† personali a una disciplina collettiva, sta attenta a non usare violenza agli equilibri sociali, perch√© ne ha sperimentato la fragilit√°¬† e i contraccolpi. Gli aggettivi vacillano. A cominciare dal dualismo progressista-conservatore, dal momento che la fede nel progresso (scommessa temeraria e conveniente, come gi√°¬† quella sull'esistenza di Dio) ha dovuto segnare il passo, se non battere in ritirata, e che la conservazione, come per le risorse naturali e il retaggio di intelligenza e bellezza, √® un'aspirazione comune. L'aggettivo "moderato" non ha guadagnato in chiarezza dall'uso (e l'abuso) che se ne fa per l'islam non estremista, e da noi oscilla fra il senso della misura e il pregiudizio di una tepidezza opposta alla "radicalit√°¬†". Radicale √® il pi√ļ usurpato degli aggettivi.

 

C'√® una sinistra estremista, quella che prende la parte per il tutto, e diffida del tutto come di un inganno ai danni dei propri presunti difesi. Ieri una riunione operaia veniva cos√≠ riassunta: ¬ęNon ci importa se cade il governo, a noi interessa la busta paga¬Ľ. Bisogna vergognarsi della irrilevanza materiale e morale cui si √® relegato il lavoro degli operai, ma non riesco a credere alla caricatura disegnata da quella frase. Non so quale pigrizia abbia regalato alla sinistra estremista il titolo di radicale. Anche nella sinistra ha allignato il meglio e il peggio della storia, e l'autocertificazione √® ormai l'unica fonte di accredito. E' tuttavia difficile riconoscere in una buona sinistra chi chiami Israele "nazista", o minimizzi l'infamia delle foibe. E' difficile chiamare "sinistra" lo scambio fra l'amore per la pace e l'omissione di soccorso ai perseguitati, o l'unilateralismo del disarmo che sgombera il passo all'unilateralismo della guerra. Quando esponenti della sinistra estremista arrivano in Parlamento o addirittura al governo, sono tentati di attribuire alla propria presenza un ruolo strumentale - si chiamava "entrismo", quando lo praticavano i trotzkisti dentro i grossi partiti comunisti: i grossi partiti comunisti non ci sono pi√ļ, i trotzkisti s√≠ - o di rendere conto a una loro nicchia di consonanti. Se gli capiter√°¬† il colpaccio, magari di far cadere il governo, avranno il mazzetto di congratulazioni che compete al "coraggio" e alla "coerenza". Naturalmente, non √® vietato n√© immorale desiderare la rivoluzione; √® fuori luogo in un'alleanza elettorale. Fausto Bertinotti ha appena sostenuto che la politica della sinistra non pu√≥ avere nel governo la propria bussola: ci mancherebbe altro. Ma neanche perderla, la bussola. La domanda √® reversibile: c'√® una politica della sinistra che tragga pi√ļ forza da un governo di destra?

 

Ma √® davvero questa - le "due sinistre" - la radice della delusione per una maggioranza che pure era stata cos√≠ augurata da una met√°¬† del paese, e che aveva promesso di affratellare il paese intero? Penso di no. Penso che questo schema, cos√≠ ripetitivo, delle "due sinistre", sia diventato un alibi per tutti, una nobilitazione di meschinit√°¬† e insipienze pi√ļ vicine. Che il "massimalismo" dei partitini di estrema sinistra sia un distintivo senza conseguenze, che serva a segnare un territorio, e abbia poco a che fare con la pratica sociale. L'ala "riformista" della coalizione √® a sua volta inadempiente, e tira a campare. Interrotta fuori, la cosiddetta dialettica fra governo e opposizione si riproduce per intero dentro la maggioranza, dove tutti sono l'opposizione di tutti, e il governo √® rinviato a nuovo ordine. La pletora di partiti poco pi√ļ che personalizzati, ciascuno dotato del potere di veto e della volutt√°¬† dell'ultimatum, ciascuno concorrente diretto, pi√ļ che del proprio antagonista all'altro estremo dello schieramento, del proprio vicino stretto, Di Pietro di Mastella, Diliberto di Giordano, √® un alibi al quieto vivere. Fabio Mussi si √® inalberato perch√© ho definito insensato il suo proposito scissionista: lo ribadisco, che la minaccia di scissione, indipendentemente dalle divergenze di merito, √® contraddittoria con la partecipazione al governo, e fa il verso al voto sfasciatore dei "puri" in Senato. Che cosa ne pu√≥ venire, se non un ennesimo partitino, un ennesimo gruppo parlamentare? Il socialismo, si obietta, non si esaurisce nel Partito Democratico: ma √® il Partito Democratico che non pu√≥ esaurirsi nel socialismo. Oltretutto, dirigenti che vengono da una prossimit√°¬† personale lunga trenta o quarant'anni devono trovare un modo di maneggiare i loro reciproci rapporti, di cui ciascuno sa che influiscono sulle scelte politiche almeno quanto le idee dichiarate.

 

Quando un nodo √® troppo aggrovigliato, conviene allargare le maglie della rete. Pu√≥ non bastare a sciogliere il nodo, ma vale ad allentarlo, e aspettare un tempo migliore. Dopo la catastrofe, le nazioni europee si sono salvate solo grazie all'unione, e alla progressiva "cessione di sovranit√°¬†". L'intenzione del Partito Democratico segue, sulla sua scala, lo stesso criterio. "Sovranit√°¬†" √® in questo caso potere e sottopotere: difficili da cedere, tanto pi√ļ quando i partiti hanno perduto la loro identit√°¬† ideologica e "religiosa" e hanno invece rafforzato gli apparati burocratici. Non immagino un "disinteresse" dell'impresa politica. Il disinteresse della politica "religiosa" copriva sacrifici umani e abnegazioni mortificanti. Tuttavia la secolarizzazione, o, se preferite, "liberalizzazione" dell'impegno politico ha esagerato in voracit√°¬†: basta guardare alle candidature elettorali. Non sarebbe giusto deplorare l'irresponsabilit√°¬† di eletti di "estrema sinistra", pi√ļ che non si sia fatto per la spregiudicatezza di eletti di "estremo centro" passati sulla navetta dei Valori.

 

Questa politica nutre l'antipolitica: è giá  essa stessa antipolitica. Il regime italiano non è stato del tutto travolto da caudillismi e populismo solo perché lo è stato in gran parte: il berlusconismo costituendo un caso esemplare di populismo; quanto a caudillismi, ce n'è stata un'intera sequela, ciascuno abbastanza leggero da prendere una cresta d'onda e contentarsi alla ricaduta di un resto di referendum o di partitello. Oggi il sistema politico è in bilico fra il vaccino populista e caudillista, e la dose capace di ammazzare un cavallo, e un paese. Magari antipolitica e politica fossero incarnate da centrodestra e centrosinistra. La demagogia nella sinistra che si crede intransigente è impressionante: la politica "ufficiale" come corruzione e intrigo, la propria politica come alteritá  di tempra morale, perfino il "tanto peggio tanto meglio" - meglio l'Afghanistan dei talebani, meglio l'Italia di Gasparri e Calderoli.

 

La frantumazione della rappresentanza in tante satrapie deforma la domanda di fondo della politica: con chi ci si pu√≥ unire, da chi ci si deve dividere? Nel mondo infuriano fame e malattia; proliferano le armi nucleari; si consumano le risorse e la bellezza. La politica dei partiti e del governo sfiora di rado queste questioni, e spesso le aggrava. Bisogna immaginarsi nel mondo, e farlo immaginare agli altri. L'investimento appassionato nell'aggettivo "altro" (fino all' "altro mondo") ne mostra il desiderio, e insieme mostra la corda: perch√© la buona politica dev'essere "altra" e insieme coinvolgere il governo cos√≠ com'√®. Fino a poco fa la politica era l'espressione migliore del volontariato - ora √® l'opposto. Ma non sar√°¬† il volontariato a togliere l'atomica a Pyongyang e a vietarla a Teheran. "Altro" √® anche alla radice di altruismo, e se gli umani pure nel pieno del naufragio continuano ad azzannarsi, √® un fatto che la campana del naufragio √® suonata, e se ne sono accorti tutti, anche i governi, e l'idealismo del soccorso al mondo e il realismo del si salvi chi pu√≥ devono trovare un punto di contatto. Se il governo serve ad assecondare la vita che continua - l'ordinaria amministrazione, ma anche l'amministrazione √® sempre pi√ļ straordinaria - e non √® fatto per risolvere i grandi problemi, √® fatto almeno per non aggravarli, e magari aiutare ad affrontarli. A Bologna Sergio Cofferati √® alle prese con eccellenti orchestrali che, avendo prolungato di dieci minuti una prova, esigono in compenso un giorno di riposo: donde duri scioperi. Se ora, come bisogna augurarsi, Prodi riuscisse a esercitare la dittatura scalfarista, applaudiremmo di nuovo la prova d'orchestra felliniana. 

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