News per Miccia corta

25 - 02 - 2007

Se riparte la critica delle armi

(la Repubblica, 25 febbraio 2007, pagina 36)

 

 

L'Italia è l'unico paese dell'Europa occidentale dove il terrorismo ideologico non si è spento dopo gli anni Settanta E dove la "staffetta" delle pistole e dei mitra-killer definiti "patrimonio della rivoluzione" diventa una sorta di mistica, il filo rosso che lega o pretende di legare momenti diversi e non confrontabili della nostra storia

 

 

PINO CORRIAS

 

 

 

Non solo gli uomini, ma pure le armi sono il filo, in questa storia di eterno teatro insanguinato che è il terrorismo italiano. Scena di notte e nebbia, prima degli ultimi arresti, campagna in localitá  Mardimago, Rovigo: «E nel buio i nostri investigatori udirono prima il tipico rumore dello scarrellamento. Poi cominciarono le raffiche e i colpi singoli». Come nella notte e nella nebbia della primissima Repubblica, ma trenta e passa anni piú tardi, giovani brigatisti da call center e centro sociale, nonché sindacalizzati per copertura, alle prese con tiri al bersaglio da addestramento, calibro 7,65 e 9 lungo. Per l'omicidio che verrá . Per la guerriglia. Per la Rivoluzione.

 

Dicono le carte Digos: «Rinvenuti in un bidone, all'interno del casolare, avvolti da stracci e cellophane, sigillati con nastro adesivo da pacchi, un fucile mitragliatore Kalashnikov, con due caricatori, un mitra Uzi, una pistola mitragliatrice Skorpion, una pistola Sig Sauer, una Colt 38 a tamburo, fondine, caricatori, munizioni di vario calibro». Piú qualche parrucca, un cannocchiale. Poi in un secondo nascondiglio: un Winchester calibro 30:30 e uno calibro 22, giubbotti antiproiettile, eccetera.

 

Perché appunto in questo terrorismo che non muore mai, tra le molte miserie che si trascina, oltre a schegge di ideologia d'altro secolo, compreso il "mordi e fuggi" d'era guevarista, c'è sempre la vecchia mistica delle armi (le casse sotterrate come un tesoro, il deposito che custodisce la forza e prefigura la vendetta) mai intaccata dal dubbio e dalla sproporzione rispetto ai cambiamenti planetari - i kamikaze con le autobombe, i Boeing 747 dirottati con i taglierini di plastica, le guerre asimmetriche in corso - o almeno dal buon senso.

 

Perció vecchi militanti come Bruno Ghirardi e Claudio Latino, cinquantenni con il carcere e la clandestinitá  anni Settanta sulle spalle, arruolano (dice l'accusa) una ragazzetta nata ventisei anni fa, come Amarilli Carpio, o il suo ragazzo Alfredo Mazzamauro, ventuno anni, che ha occhi ancora da liceale. E loro (dice l'accusa) si lasciano arruolare per sottoporsi al rito clandestino delle armi, inaugurato molte Italie fa, in una campagna d'altra latitudine, tra i monti della Valsesia, come raccontó a suo tempo uno dei fondatori delle Brigate rosse, Alberto Franceschini, a Giovanni Fasanella: «Eravamo io, Renato Curcio e Mara Cagol... La base era il casolare in cui, durante la guerra di liberazione, era insediato il comando militare della Brigata Garibaldi, isolata, ma abbastanza vicina a Borgosesia». Lasciando intendere che quel punto di arrivo dei vecchi partigiani, con i loro mitragliatori residuali, i vecchi Sten dotati di caricatore orizzontale, sarebbe stato il punto di partenza dei nuovi - anni 1972 e "˜73 - perché dopo i sedici morti di piazza Fontana, l'autunno caldo e il golpe in Cile, «eravamo certi che sarebbe esplosa la guerra civile».

 

Una certezza che il nucleo storico brigatista abita senza troppi disinganni riempiendo i propri covi di piccoli arsenali e armi anche simboliche come il fucile mitragliatore sovietico AK47, il Kalashnikov adottato da tutte le guerriglie di liberazione, o la pistola Walther P38 usata dall'esercito tedesco nel 1939, bottino di guerra dei partigiani nei giorni della Resistenza. E poi evocata con le tre dita al cielo negli scontri di piazza dell'anno 1977, quello di Autonomia operaia e del terrorismo diffuso, quando sembra che la clandestinitá  non sia piú neppure obbligatoria per girare armati, basta la protezione del corteo. Come accade a Roma il 12 marzo, il giorno dopo la morte dello studente Francesco Lorusso a Bologna, quando sul lungotevere vanno a fuoco automobili, negozi e vengono svuotate due armerie, come giá  si faceva con i supermercati, i ristoranti, le discoteche. Racconterá  un testimone: «La polizia stava dall'altra parte del Tevere, si preoccupava soprattutto di presidiare il carcere di Regina Coeli. Era giá  buio e contro il carcere sono partiti dei colpi di arma da fuoco. In quel punto c'è stato l'assalto all'armeria... C'era pure uno con un fucile da sub preso nella stessa armeria che ha tirato una fiocinata in direzione della polizia che stava al di lá  del fiume. A ogni ponte si facevano le barricate e si tiravano le molotov a grappoli. C'era chi sparava, ma anche la polizia sparava, sparavano un po' tutti. Ci sono stati tantissimi feriti quel giorno, da tutte due le parti».

 

A Milano, due mesi piú tardi, 14 maggio, c'è addirittura il morto, Antonio Custrá , poliziotto, centrato da tre colpi, uno alla testa, in via De Amicis, mentre un fotografo dilettante inquadra tre ragazzi al centro della strada che impugnano i revolver a due mani. Vengono dallo stesso corteo che un'ora prima ha scaricato centocinquanta colpi contro i vetri di Assolombarda, l'associazione degli industriali. «Di colpo ero completamente circondato da ragazzini che sparacchiavano», racconterá  Andrea Bellini, capo del gruppo Casoretto le cui memorie stanno in libro che si intitola Mucchio selvaggio, come il film di Sam Peckinpah, dove gli eroi malinconici della storia, circondati dall'esercito federale e dalla polvere, muoiono imbracciando il fucile.

 

«Passare dalle armi della critica alla critica delle armi», recitava una di quelle frasi automatiche che cavalcavano gli scazzi d'assemblea oppure lampeggiavano nei comunicati d'organizzazione clandestina, prefigurando l'insurrezione. Sulla questione delle armi e della "presa del potere" Lotta continua si spacca e poi va al naufragio, anno 1976, mentre una buona fetta dei suoi militanti si inabissa per fondare Prima linea e altre polveri terroristiche che si organizzano per l'autofinanziamento e la propaganda armata. ሠin auge, tra quei militanti, il fucile a pompa Remington, che tuona nelle scene di Getaway, quando Steve McQueen, in fuga verso il Messico, demolisce un paio di auto della polizia. I soldati di Prima linea lo usano in piú occasioni, compreso nei raid di autofinanziamento, nella vendetta contro il barista torinese Carmine Civitate, e persino per dirimere questioni interne. Mentre gli uomini e le donne in grigio delle Brigate rosse - dirá  Valerio Morucci: «A differenza di noi romani, i compagni del Nord vestivano come impiegati di pompe funebri» - rastrellano gli M12, i mitra assai efficienti della polizia, e vanno a caccia dei piccoli Uzi, di fabbricazione israeliana.

 

Nei passaparola clandestini si formalizzano la strategia dell'armamento e le modalitá  di stoccaggio. Il brigatista "regolare", cioè il militante clandestino, ha l'obbligo di portarsi addosso due caricatori e la pistola, meglio automatica e di grosso calibro, come la Beretta bifilare. Proibito tenere troppe armi nell'appartamento di copertura, semmai creare depositi esterni che sopravvivano ai militanti caduti. Per alimentare i depositi: assalti alle armerie, esproprio ai poliziotti, rapine in casa dei collezionisti. E poi il mercato clandestino della malavita. Oppure quello generoso di altre guerriglie amiche. Cosí nell'estate del 1979 Mario Moretti e Riccardo Dura salpano da Ancona con il Papagos verso Cipro e il Libano per prelevare, dai ricchi giacimenti delle guerriglie mediorientali, centocinquanta mitra Sterling, una decina di fucili Fal di fabbricazione belga e cinque quintali di plastico. Altri carichi verranno intercettati dalla polizia ai bordi di Svizzera e Jugoslavia. E in questo diffuso andirivieni accade pure l'impensabile. Che un tale Daniele Pifano, infermiere, leader delle lotte al Policlinico di Roma, venga fermato dai carabinieri, dalle parti di Chieti, mentre trasporta due missili terra-aria Sam 7 di fabbricazione sovietica in grado di abbattere un aereo al decollo. «Sono per i compagni palestinesi», si giustificherá  Pifano coi giudici. Ed effettivamente si fará  vivo il Fronte di liberazione a chiedere la restituzione dei missili («in transito non ostile sul territorio italiano») direttamente al presidente del Consiglio Francesco Cossiga: «Se non ricordo male con un telegramma perentorio».

 

Questo per dire il clima - arroventato da piú di un migliaio di attentati l'anno nella stagione dell'assalto al cielo - nel quale pure Toni Negri assembla la sua celebre prosa guerrigliera: «Immediatamente risento il calore della comunitá  operaia e proletaria ogni volta che mi calo il passamontagna... Né l'eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile come attendere l'amata».

 

Gode di una sua fama, annerita da molte morti, la mitraglietta Skorpion, modello Vz61, di fabbricazione cecoslovacca, con cui le Br firmano gli omicidi (Aldo Moro compreso) e che Morucci definirá  «patrimonio della rivoluzione». Con una ridondanza simile a quella che a fine guerra ammantó il mitra partigiano Mas, calibro 7,65, di fabbricazione francese, usato dal comandante Valerio per giustiziare Benito Mussolini, intercettato a Dongo.

 

Altri paesi subiscono l'assalto del terrorismo interno e dei suoi arsenali. Nella Germania Federale lampeggiano i mitragliatori della Raf di Andreas Baader e Ulriche Meinhof. Nella Francia post gollista esplode il tritolo del separatismo corso e la breve fiammata di Action direct. La Spagna e la Gran Bretagna fronteggiano gli eserciti clandestini dell'Eta e dell'Ira, con la coda infinita di trappole esplosive, agguati, sequestri, multipli massacri. Ma declinando i decenni e poi il secolo, l'incendio dilegua e si estingue dopo quel gigantesco spostamento d'aria e di prospettive generato dal crollo delle Torri.

 

Nell'Italia perennemente armata e disarmante, no. Passa indenne da una generazione all'altra l'idea che sia rivoluzionario tirare raffiche a un bersaglio (nella notte in Valsesia o a Mardimago) e poi magari alla schiena di un uomo disarmato. Parametrando i propri compiti etici al numero delle munizioni disponibili e i sogni di libertá  politica a un arsenale da custodire. Per poi respirare terrore, diffondere terrore. Non piú e non solo per un eccesso di aggressivitá  (contro il mondo, contro la politica, contro la storia) ma per un eccesso di devozione verso se stessi.

 

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