News per Miccia corta

14 - 02 - 2007

L`ex presidente Fiat Romiti: «A Lama dissi: vi avevo avvertiti»

Cesare Romiti

 (Corriere della Sera, 14 febbraio 2007)

 

Paolo Conti

 

 

 

Ha ragione Guglielmo Epifani. Il sindacato non deve, non puó abbassare la guardia. Farebbe bene a seguire questa linea: non assolviamo tutti in via preventiva ma guardiamoci bene intorno...». Cesare Romiti, per un quarto di secolo alla guida della Fiat tra il 1974 e il 1998, esprime «solo impressioni e non opinioni perché per ora ho sommarie informazioni». Peró l'uomo che nell'autunno del 1979 licenzió 61 operai dalla Fiat per sospetta collusione col terrorismo riparla di quei giorni pensando a oggi, soprattutto agli otto tesserati Cgil tra i quindici arrestati nell'indagine sulle nuove Brigate rosse. Come andó in quell'autunno del '79? «Avevamo la precisa sensazione che nel sindacato ci fossero infiltrazioni brigatiste. Soprattutto nel "Consiglione" di fabbrica, come lo chiamava il sindacato... a Mirafiori si susseguivano strane riunioni».

 

C'erano prove? «No, altrimenti avremmo agito ben diversamente. Ma le strutture del personale ci segnalavano fatti chiari, inequivocabili». E il sindacato come reagí? «Preavvertii i vertici Cgil, Cisl e Uil, cioè Lama, Carniti e Benvenuto. Dissi: "Fate poi come ritenete opportuno ma io ora vi devo avvisare". Le lettere di licenziamento partirono comunque, con la giustificazione di inadempienza contrattuale. Ci fu il can-can sindacale. Poi arrivarono i processi. E la metá  dei licenziati furono riconosciuti appartenenti al terrorismo o fiancheggiatori».

 

La lista era a conoscenza del Pci attraverso Ugo Pecchioli, si disse poi... «áˆ cosí». Nessun pentimento? «Guardi. Sessanta nostri dipendenti furono gambizzati, e nelle case dei feriti continuavano ad arrivare le telefonate di minaccia dei brigatisti. Ammazzarono Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa. Ammazzarono Carlo Ghiglieno, capo della pianificazione dell'auto. Torino era un'area di guerra. Occorreva un'azione decisa anche nell'interesse della fabbrica. Ecco perché nell'autunno del 1980 rifiutammo la cassa integrazione a rotazione: c'era da alleggerire l'organico ma bisognava anche allontanare i tanti, troppi simpatizzanti di quell'ideologia».

 

Un ricordo personale, molto noto e per lui ancora vivissimo: «Poco dopo tentarono di rapirmi. Erano pronti sotto casa mia a Roma. Cambiai programma all'ultimo momento ma li arrestarono tutti. Adesso diró qualcosa che fará  arrabbiare qualcuno ». Ovvero? «Il giudice confermó i loro fermi un venerdí sera. Disse ai poliziotti: li interrogheró lunedí mattina. Lasció tempo, diciamo, per "convincerli". Arrivarono cosí all'arresto di Giovanni Senzani, alla liberazione del generale Dozier. Furono bravissimi».

 

Vede similitudini tra la fine degli anni Ottanta e i fatti di oggi? «Per l'amor di Dio, non facciamo paragoni. Il complesso delle situazioni è ben lontano da quelle atmosfere. Anche se quindici arresti sono tanti. E indubbiamente preoccupano». La Cgil di Padova teme che i sei arrestati in quella cittá  fossero pronti ad attivarsi sul fronte del proselitismo. Ci crede, vista la crisi del sindacato e le difficoltá  di un mondo del lavoro caratterizzato dall'incertezza? «Propongo solo elucubrazioni teoriche. Certo, puó darsi... Recentemente ho partecipato alla presentazione di un libro su Guido Rossa. Impressionano ancora le cronache sulle capacitá  di infiltrazione dell'ideologia terrorista nel sindacato. Ricordo che, finiti gli anni piú bui, andai da Lama e dissi: quando noi vi avvertimmo, quando noi vi dicemmo... avevamo ragione. Non cercavamo certo particolari "autorizzazioni". Ma il sindacato avrebbe dovuto agire diversamente, sulle prime: evitare per esempio una auto- assoluzione aprioristica».

 

Marco Rizzo dei Comunisti italiani avverte: bisogna respingere lo sciacallaggio contro la Cgil e il sindacato. Lei che ne pensa? «Purtroppo nel nostro Paese lo sciacallaggio si pratica su qualunque aspetto, sia da destra che da sinistra, è uno dei nostri vizi nazionali. Cosí sono io il primo a dire: la Cgil, e parlo di un mio forte antagonista in tante situazioni, è un sindacato che ha le sue tradizioni e rappresenta comunque un punto saldo. Fare dello sciacallaggio sarebbe una cosa orrenda. E non è certo il momento di mettersi a fare di tutta l'erba un fascio». Cosa suggerirebbe a un imprenditore per prevenire un pericolo di infiltrazione brigatista tra i dipendenti? «Deve scegliere con oculatezza chi viene a lavorare con lui. Ma deve vivere sempre nella fabbrica, a continuo e stretto contatto con i dipendenti. Il terrorismo è come un insetto in una mela: all'inizio sembra niente. Poi tutto marcisce».

 

Ieri sul nostro giornale il collega Giovanni Bianconi si chiedeva come mai i giovani del 2007 siano tuttora attirati da quell'ideologia, da quel simbolo. La sua impressione? «I giovani di oggi vivono senza riferimenti, nei principi morali come nel lavoro. In queste condizioni certa gentaglia puó fare proseliti». Una soluzione? «Offrire piú lavoro. Intendo piú lavoro sicuro. Indicare un obiettivo per il futuro. Permettere ai ragazzi di lasciare la casa paterna. Di metter su famiglia. Di costruirsi una vita normale. Lo so, facile a dirsi...».

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