News per Miccia corta

02 - 02 - 2007

Settantasette l'anno delle parole impazzite

Fono di Tano D'Amico

(la Repubblica, VENERDáŒ, 02 FEBBRAIO 2007, Pagina I – Milano)

 

 

 

 

LUCA RASTELLO 

 

 

Fu l'anno delle parole impazzite, quando la manipolazione dei linguaggi cara alle avanguardie artistiche abbandonava teatri e cenacoli per diventare – come scrisse Claudia Salaris, studiosa del futurismo – "patrimonio di una generazione di mutanti cresciuti nella velocitá  massmediatica, che si esprimevano in una lingua dissociata, priva di nessi logici, ironica, immaginista" e rovesciarsi nelle piazze, nelle stanze polverose di vecchi stabili occupati dove tribú eretiche di giovani tentavano di trasgredire l'ordine scuro dei giorni tutti uguali a cui erano destinati, allineati in catene di montaggio, corridoi di uffici, avanzamenti di carriera e anzianitá  aziendali.

 

La memoria distorce e la storia non la scrivono gli sconfitti, cosí il 1977 è ricordato soprattutto all'insegna del piombo e del sangue: l'anno dei quasi 2mila attentati, delle P38 e di Prima Linea. Eppure fu anche l'anno dei mille colori di una creativitá  irriducibile alle esperienze precedenti di contestazione. Giungla di identitá  inaudite e provocatorie, fra "neosituazionisti", "maodadaisti", "traversalisti", cani sciolti malati di ironia raccolti sotto la definizione giornalistica di "indiani metropolitani".

 

Una giungla incomprensibile ai militanti tradizionali, ma anche ai cosiddetti esperti del costume e della comunicazione, naufragati come la polizia nella marea di "foglietti impazziti" che affollavano universitá  e case occupate. E se "L'Espresso" titolava "Cosí parlano i nuovi barbari" un improbabile dizionario italiano-indiano, il giovane Massimo D'Alema ("Repubblica" 22 febbraio 1977) vedeva il movimento composto da «squadristi, freaks e estremisti tradizionali ... indiani democristiani e corporativi impegnati a difendere il proprio status piccolo borghese».
A sfuggire era proprio il tratto prezioso e tragico di quell'esperienza consumata come un fuoco greco nel giro di poche settimane: la visione lucida del mondo nuovo che, al di lá  della radicale trasformazione dei processi produttivi degli anni 80, avrebbe spazzato via cultura, storia e potenzialitá  eversiva del movimento operaio. Focalizzato su due oggetti eretici rispetto all'analisi marxista (ma centrali nel tempo a venire) – il precario emarginato e il problema del tempo libero – quel movimento si articoló sul rifiuto del lavoro e sulla rinuncia alla presa del potere, obiettivo caro ai "fratelli maggiori" del "˜68, lasciato in ereditá  speculare a Pci e BR. Nichilismo, forse, e gravido di violenza, ma anche coscienza della caduta di ogni orizzonte di riferimento. Era morto il futuro e quei ragazzi con i loro ceroni e i loro sberleffi erano destinati a scomparire dalla storia italiana (all'opposto del "˜68, è la generazione meno rappresentata nei gangli del potere) proprio perché i loro sogni si sarebbero avverati, ma in forma di incubi: volevano liberarsi dal lavoro e il lavoro si è liberato di loro, sognavano ritmi dettati dai bisogni del corpo invece che dalle logiche produttive e si sono trovati nella societá  del fitness e del narcisismo di massa, violentavano i linguaggi come pratica di liberazione e hanno fornito il loro sapere ai pubblicitari e alla comunicazione di mercato, veloce, insensata, spietata: quella per cui oggi, anche in politica, "si puó dire tutto tanto è lo stesso".

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