News per Miccia corta

20 - 01 - 2007

Da San Vittore ai lager è l'altra memoria

(la Repubblica, Pagina XIII, ed. Milano)

 

 

 

Triangoli rossi: nazisti ma anche fascisti a eseguire gli arresti e i trasporti

 

Non c'è solo il Binario 21 celebrato nei giorni scorsi da Napolitano

 

FILIPPO AZIMONTI

 

 

 

Ogni 11 novembre chi si trovasse a Londra vedrebbe sotto Westminster una artificialissima fioritura di papaveri. E sull'underground qualcuno gli chiederebbe di comprarne uno, di carta crespa con un bottone di plastica a tenere i petali rossi. ሠil Memorial Day, il giorno che l'Inghilterra (ma anche Canada e Stati Uniti) dedica ai propri morti «in tutte le guerre». Non si celebra nessuna vittoria, se non la fine della macelleria del primo conflitto mondiale e lo sterminio di un'intera classe dirigente finita sulle lapidi di Cambridge ed Oxford. Non la Vittoria, ma quegli «anni spezzati» per una causa tanto giusta quanto incerta. Con un fiore. Come Fabrizio De André nella sua Guerra di Piero e i suoi «mille papaveri rossi»

 

E rossi erano i triangoli dei deportati politici nei lager nazisti. Se li trovarono cuciti sul petto tanti dei 45mila deportati italiani. E quelli di San Vittore che ora ricorda solo una targa dilavata dal tempo che nessuno sembra aver voglia di restaurare dal 1965 quando Pietro Bucalossi, sindaco di Milano la muró sull'ingresso di via Filangieri 2. Si legge a stento: «In questo carcere dove nei 20 anni della dittatura furono detenuti innumerevoli cittadini credenti nella democrazia, dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 centinaia di italiani soffrirono umiliazioni, patimenti, torture per aver cospirato e combattuto per la libertá  e l'onore della Patria. Il Comune di Milano, nella ricorrenza del XX anniversario della Liberazione della cittá  pose come segno di ricordo, di gratitudine e ammonimento». A San Vittore non si applica certo la definizione di «un luogo del vivere quotidiano» che il presidente Giorgio Napolitano ha usato nel descrivere il Binario 21 della Centrale, stazione di partenza per i futuri visitatori del museo della Shoah milanese. Ma certamente quello di «teatro degli orrori». La cui scena si va spegnendo. «A Milano era il reparto tedesco di San Vittore a organizzare i trasporti nei lager. Ma non erano solo le SS a eseguire gli arresti. Sul registro del reparto è annotato il nome dell'organizzazione che ha consegnato il prigioniero. Nella metá  dei casi si tratta di organizzazioni fasciste: Legione Ettore Muti, X Mas, Brigata Nera», scrive Dario Venegoni, presidente milanese dell'Associazione fra gli ex deportati (Aned) nella prefazione di Uomini, donne e bambini nel lager di Bolzano. Che elenca i nomi delle 7809 storie finite nel Durchgangs Lager. Quello dove si interrompeva un altro binario dimenticato, il numero 1 della stazione di Bergamo: anche qui solo una targa per ricordare gli operai di Dalmine e di Sesto San Giovanni arrestati dopo gli scioperi del marzo 1944, concentrati nell'ex caserma Umberto I e poi destinati allo sterminio. Un percorso seguito anche da Gianfranco Maris, comandante partigiano in Val Brembana, arrestato dalla Ghestapo a Lecco nel gennaio del 44: «Mi hanno portato a San Vittore, torturato e poi caricato su un treno. Sí, Binario 21: destinazione Fossoli. Lí hanno fucilato 67 "compagni", il 12 luglio 1944. Poi Bolzano. E, dal 5 agosto, Mauthausen nella cava». L'avvocato Maris, presidente nazionale dell'Aned, era fra i molti che hanno accolto la scorsa settimana il presidente Napolitano al Binario 21. Alla domanda come si puó ricordare la deportazione politica si interroga: «Quando di tratta di rivisitare il passato, le persecuzioni, la repressione del dissenso, le violenze subite, non basta rievocare il dolore. Il racconto dei crimini nazi-fascisti va accompagnato da un discorso storico. La domanda è "perché allora ragazzi come noi si sono trasformati in assassini, quelli che hanno eseguito degli ordini"? La risposta è che erano uomini programmati per fare quello che hanno fatto, il prodotto di una manipolazione delle coscienze durata anni. Non erano mostri... E bisognerebbe poterlo raccontare a chi oggi confonde i terroristi neri con le Br».

 

Liliana Segre deportata il 30 gennaio 1944 quando aveva 13 anni ha ripetuto al presidente Napolitano il suo racconto dell'orrore: «Arrivati alla Stazione Centrale, SS e repubblichini non persero tempo, in fretta, a calci, pugni e bastonate, ci caricarono sui carri bestiame (...). Nel vagone al buio c'era un po' di paglia e un secchio per i nostri bisogni. Il treno si mosse...». Anche Liliana Segre era a San Vittore. E anche per lei quella targa scolorita andrebbe almeno restaurata.

 

 

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