News per Miccia corta

19 - 01 - 2007

Il Settantasette quando nei cortei spuntó la P38

(La Repubblica, VENERDáŒ, 19 GENNAIO 2007, Pagina 1 - Prima Pagina)

 

 

 

ADRIANO SOFRI 

 

 

«Ci tolgono la gioia, ci tolgono la vita... ». Migliaia di giovani ebbero nel '77 un'iniziazione travolgente, di cui serbano un ricordo geloso, come di qualcosa di riservato, incompreso o violato da chi non c'era, da chi era contro. Non feci allora gran conto delle rivelazioni teoriche, l'operaio sociale e il pensiero desiderante e il resto. Mi impressionava invece l'attaccamento intenerito e spaventato a una vita comune, separata e irriducibile a quella del mondo ufficiale e adulto: una comunitá  che si rannicchiava nel suo territorio, l'universitá  e le scuole, certe piazze di quartiere e case occupate, e ne usciva come si azzarda una sortita in uno stato d'assedio, e non voleva cambiare il mondo, ma tenersene uno per sé. Di quella comunitá  romantica in modo adolescente, composta per tanta parte da adolescenti veri, le espressioni migliori si trovano nelle fotografie di Tano D'Amico e nell'effusione delle famose lettere a Lotta Continua, che allora leggevo con esasperazione. Anche la breve allegria, la dissacrazione del mondo ufficiale scemo-scemo, aveva un'aria di comunitá  a parte, di riserva indiana, appunto. Non aveva voglia, quel movimento, di conquistare il potere e nemmeno di guadagnare alla propria causa la maggioranza, ma di mettersi in proprio. La Repressione fu il suo spettro: non che mancasse la repressione concreta, ché anzi Francesco Cossiga, bersaglio lui stesso di un odio smisurato, sostenne con un oltranzismo infantile il ruolo di duellante, e andó a occhi chiusi al suo appuntamento con la tragedia.

La moltitudine di ragazze e ragazzi che fino all'inizio del '77 erano restati in aspettativa altrove, o non avevano ancora raggiunto l'etá  per mettersi in corteo, si riconobbe unita da qualcosa – disoccupazione giovanile, massificazione scolastica, ma sono razionalizzazioni prosaiche di un piú sfuggente senso di esclusione e di misconoscimento – e subito si sentí minacciata da un Potere che la odiava e la scandalizzava con la morte dei giovani.La morte diventó compagna di quella nuova comunitá , e la diede in pegno al vecchio gioco della violenza.

Lotta Continua si era sciolta. In realtá , continuava a esserci, ma con un impulso a ritrasformarsi nel "movimento" - non c'ero piú io, smesso. Negli altri gruppi c'era un irrigidimento conservatore e una smobilitazione militante. Il quotidiano di Lc moltiplicó la sua influenza, pagando un doppio scotto: di una reticenza sulle malefatte nel "movimento", e di una esposizione al ricatto dei suoi reparti maneschi. In quel vuoto l'Autonomia operaia e i gruppi che avevano giá  fatto il passo della clandestinitá  terrorista ebbero a portata un frutto insperato, e ne fecero un boccone. Non fu affare di ideologia: la loro era poco attraente. Nemmeno di efficienza e brutalitá  organizzativa, che c'era, ma respingeva le persone, salvo sequestrarle nei momenti dello scontro fisico. Il movente era in quella sensazione di malvagitá  del potere, di invidia dei giovani e della loro voglia di amicizia e di felicitá . Le nuove reclute conoscevano le prime vittime, i primi picchiati o incarcerati, e bisognava votarsi alla solidarietá  con loro, disporsi a emularne la pena. Su questo sentimento si innestava il martirologio antico, la sequela dei caduti di cui si imparavano i nomi, i compagni carcerati, lo Stato, la Repressione. Un movimento, anche il piú ingenuo e innocente, che non sia educato alla nonviolenza, non si sottrae alla stretta fra violenza repressiva e violenza dello scasso. (A Genova nel 2001 successe di nuovo, e si sono giá  perdute le molotov d'ordinanza).

La partita si giocó il 12 marzo a Roma. Alla vigilia, a Bologna, Francesco Lorusso, 25 anni, studente di Lotta Continua, era stato ucciso dalla pistola di un carabiniere, a ridosso di un'incursione, malaugurata ma innocua, di militanti di sinistra in un'assemblea di Comunione e Liberazione, cui non aveva partecipato. La manifestazione fu enorme, e si misuró con uno schieramento di polizia a sua volta enorme. Blindato l'accesso a via Nazionale, prevalse la volontá  di far valere la forza politica del corteo, che scese per via Cavour. Quando giá  la testa era a largo Argentina, un gruppo, facendosi scudo di uno spezzone composto da donne, attaccó con le molotov la sede della Dc e la polizia schierata. Le forze dell'ordine, o almeno i loro capi, non aspettavano altro. La cittá  a ferro e fuoco: centinaia di feriti, arrestati, vetrine infrante, auto (utilitarie per lo piú) incendiate o sfasciate, armerie svaligiate, sparatorie, caccia all'uomo. Nella gran parte dei manifestanti restó un senso di frustrazione e di inganno. Ma nemmeno quella amarezza bastó a rovesciare il tavolo. Si sentí di muoversi in un vicolo cieco, senza il coraggio di una ritirata, che un ricatto facile faceva passare per diserzione. Nemmeno il giornale di Lc usó parole abbastanza nette. Non che non le pensasse: ma si lasció a sua volta legare dal senso di responsabilitá . Voleva stare dentro il movimento per scongiurarne la resa ai feticisti della violenza e ai reclutatori della lotta armata. Nel corso dell'anno, il giornale arrivó alla rottura piena con l'idolo dell'"unitá  del movimento", piú drammaticamente quando fu ammazzato Carlo Casalegno a Torino. Quella Lc trasfusa nel "movimento" lo convoglió nel convegno di settembre a Bologna e ne sventó un ulteriore esito violento, e ottenne anzi una piccola ricucitura negli strappi che avevano contrapposto la cittá  "comunista" ai giovani, di cui il funerale di Lorusso lividamente confinato in periferia fu la macchia peggiore. Ma dal vicolo cieco il "movimento" non sarebbe piú uscito. Il resto dell'anno riservó altri ammazzamenti, e "gambizzazioni" - neologismo d'annata - e attentati e scontri e Giorgiana Masi e odio e rancore senza fine. Gli adolescenti che avevano Aldo Moro.

Fuori gioco, seguivo con trepidazione i miei compagni che si prodigavano per tenere le cose di qua dal precipizio – Alex Langer nella famosa foto, accucciato con le mani giunte accanto al poliziotto che giace in strada colpito il 2 febbraio 1977, Marco Boato che sfida la minaccia teppistica nel Palasport di Bologna, Enrico Deaglio che risponde alla "condanna a morte"» fornendo i percorsi delle sue giornate. Il corteo del 12 marzo lo seguii dai bordi. A un angolo di via Cavour mi intrattenni con Umberto Terracini, trepidante per il piú piccolo dei suoi figli, che tante volte mi aveva raccomandato. Massimo aveva allora vent'anni, è morto nel 1995. Ero persuaso che bisognasse impedire che il retaggio dell'estremismo politicante e filoterrorista si saldasse con la nuova leva militante, nel vittimismo e nel lutto. Che fosse essenziale, prima del diluvio, dare un segno di svolta e disarmare la retorica del complotto e del martirio con un'amnistia per tutti, sinistra e destra. Sentendo di essere alla vigilia del diluvio, fare come se si fosse all'indomani del diluvio. Liquidare una partita, perchè la prossima non si caricasse del debito antico. «Vuoi tirare fuori Curcio?», mi chiedevano. Volevo: se non altro, avrebbe impedito ai ragazzi in corteo di gridare, senza sapere perché, "Curcio libero". Qualcun altro rivendicava l'amnistia politica per "i compagni prigionieri", dagli autonomi a Guattari, ma era una parola d'ordine agitatoria, come gridare "Curcio libero". La mia speranza era irrealistica. Questo non toglie che mi interroghi sui suoi eventuali effetti. C'è sempre quel tornante dell'assassinio di Moro, a fare da pietra di paragone.

Il '77 si porta dietro la sensazione soffocante di un angolo in cui si resta inchiodati, senza scampo. Peró le cose non sono ineluttabili come diventano una volta consumate. Che cosa sarebbe successo se il Pci non avesse deciso di cercare la prova di forza, se il 17 febbraio Luciano Lama - piuttosto l'esecutore incauto di quella decisione - non fosse andato a sfidare il movimento alla Sapienza? Su questo giornale Eugenio Scalfari commentó l'errore di Lama. Ci sono errori che costano molto cari. Quella giornata scavó fra il movimento operaio e i giovani un fossato mai piú colmato. Da parte di professionisti del realismo, fu una prova di imprudenza micidiale. A distanza di tre anni, fu ripetuta a Mirafiori con il comizio di Berlinguer che, a domanda, ammise con un involuto imbarazzo l'appoggio all'occupazione, e il messaggio fu che aveva incitato a occupare. La marcia dei cosiddetti 40 mila fu poi l'equivalente del 12 marzo romano. Due tappe essenziali nella destituzione della classe operaia in Italia. 

 

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