News per Miccia corta

16 - 01 - 2007

L'Europa che teme il suo passato

 (La Repubblica, MARTEDáŒ, 16 GENNAIO 2007, Pagina 45 – Varie)

 

 

Gli strumenti dell rimozione e della menzogna per nascondere veritá  e debolezze umane

Il caso del vescovo polacco è l'ultimo di una serie di episodi riguardan il nostro Novecento

 

 

BERNARDO VALLI

 

Dal secolo che l'Europa si è appena lasciata alle spalle emergono interminabili e inarrestabili colonne di spettri lanciati all'inseguimento dei sopravvissuti di quell'epoca tanto ricca di infamie. I superstiti di quel passato, riacciuffati dagli archivi in cui si annidano tenaci le memorie, sono sorpresi da vecchie colpe, spesso sepolte sotto nuove esistenze, ricostruite da decenni sulle macerie giovanili. Colpe ideologiche, dunque, non reati punibili, oppure gravi delitti senza prescrizione, vale a dire non amnistiabili crimini contro l'umanitá , come quelli dei vegliardi contumaci che il Tribunale militare di La Spezia ha appena condannato all'ergastolo per la strage compiuta a Marzabotto piú di sessant'anni fa. ሠcome se quel passato non finisse mai, restasse incollato a coloro che nel Novecento non hanno usufruito della "grazia della tarda nascita", evocata dall'ex cancelliere Helmut Kohl, nato nel 1930 e quindi biologicamente estraneo, per qualche anno o mese, ai peccati del nazismo morto sotto le macerie di Berlino nel 1945.

Di soli tre anni piú vecchio di Kohl, Günter Grass è stato raggiunto sulla soglia degli ottant'anni dagli spettri del secolo scorso che l'avevano visto adolescente, per qualche giorno, in divisa nazista. La sua vicenda è significativa, abbraccia mezzo secolo di memoria (non di storia, come vedremo poi).

In precedenza lo stesso Grass, nella sua autorevole veste di severo censore di un passato che piú tardi, nel secolo successivo, l'avrebbe raggiunto, aveva difeso Christa Wolf, che dopo la caduta del Muro, nel 1989, era accusata di avere usufruito dei privilegi di una "poetessa di Stato", nella Germania comunista. Mentre era una collaboratrice della Stasi, la polizia onnipresente. Sotto la sua apparente posizione di scrittrice dissidente (con l'automobile della Stasi davanti alla porta di casa, come raccontava in un suo libro), Christa Wolf sarebbe stata, secondo gli accusatori, uno dei tanti intellettuali, poeti e romanzieri, al servizio del regime comunista, spesso nell'abietto ruolo di delatori, sia pur piú costretti che spontanei. Günter Grass difese la Wolf, rivendicando la dignitá  di una letteratura, quella tedesca orientale, che si identificava con l'antifascismo. E respinse con foga l'analogia tra il 1945 e il 1989, vale a dire tra la caduta del nazismo e quella del socialismo reale. Ai vertici di quest'ultimo, nella Germania orientale, essendoci stati "i protagonisti della Resistenza". Per i suoi trascorsi adolescenziali, Grass restó impigliato, mesi fa, nel terribile intrigo, non soltanto tedesco, del Novecento. Vi restó intrappolato piú per la reticenza sul proprio passato che per colpe reali. Nel frattempo Christa Wolf ha continuato la sua attivitá  di scrittrice, ma relegata nell'ombra, perlomeno in patria, dove ha perduto il ruolo di coscienza critica che aveva nella Germania comunista. Lo stesso potrebbe accadere a Grass.

La loro vicenda illustra bene come i fantasmi del Novecento, secolo di tragiche ideologie e di conseguenti tragedie, abbiano continuato e continuino ad aleggiare nel presente, a volte incrociandosi e confondendosi, in un gran parapiglia. L'impressione è che quei fantasmi stiano spiando, pronti ad afferrare colpevoli e sospetti colpevoli con nevrotici tentacoli, simili a quelli di una piovra in un film di fantascienza. L'arcivescovo Wielgus vi è rimasto impigliato e ha dovuto rinunciare alla prestigiosa diocesi di Varsavia essendo risultato una spia dei servizi segreti comunisti. E il suo caso non sarebbe isolato, visto che la conferenza episcopale polacca ha deciso di riesaminare le biografie di tutti i vescovi del Paese.

Riesaminare i curriculum vitae degli attuali dirigenti laici o religiosi dell'Europa centrale e orientale, durante i regimi comunisti, costituisce un vasto programma. A Mosca sono al potere gli ex capi del Kgb.

Il secolo alle nostre spalle è ancora nel campo della memoria, non ancora nel campo della storia. E memoria e storia non sono sinonimi. La memoria è la vita, sempre portata da gruppi viventi e quindi in permanente evoluzione, aperta alla dialettica del ricordo e dell'amnesia, incosciente delle sue deformazioni successive, vulnerabile a tutte le strumentalizzazioni e manipolazioni, suscettibile di lunghe latenze e di improvvisi risvegli. Questo ritratto della memoria è dello storico Pierre Nora. Per il quale la storia è invece la ricostruzione problematica e incompleta di quello che non è piú.

La memoria è un fenomeno sempre attuale, un legame vissuto in un presente eterno. Poiché è affettiva, appassionata e magica, la memoria si accontenta dei dettagli che la confortano; e si nutre di ricordi vaghi, fluttuanti, simbolici. In questo senso è soggetta a censure o proiezioni o transfert. La storia, al contrario, in quanto operazione intellettuale e laicizzante, esige analisi e discorso critico.

La memoria dá  un valore sacro al ricordo. La storia glielo toglie. Lo dissacra. Lo rende prosaico. Ci sono tante memorie quanti gruppi e fazioni. Per principio la storia appartiene a tutti e a nessuno. Questo le dá  una vocazione universale che la memoria non ha. E ancora, dice Pierre Nora, la storia sospetta sempre della memoria, la sua vera missione è di respingerla e distruggerla. L'ambizione della storia non è l'esaltazione di quel che è realmente accaduto. Ma la sua annichilazione. Noi scarichiamo le nostre passioni su quella parte del Novecento di cui sentiamo ancora il fiato sul collo. E le passioni, con gli annessi interessi di parte, sono particolarmente accese o stimolate in un Paese come il nostro, dove le correnti ideologiche del secolo scorso, anche se abbandonate o corrette, restano una parte viva della memoria. Per evitare i danni che quest'ultima provoca, quando è calda, o addirittura rovente, la Spagna postfranchista si è imposta con saggezza il "Patto del silenzio". Ma adesso, settant'anni dopo la guerra civile, le giovani generazioni scoprono quel bagno di sangue nelle inevitabili rievocazioni. La memoria è una tappa obbligata: deve essere superata, come un valico alpino, quando si vuole andare da una valle all'altra. ሠfaticoso lasciarsela alle spalle. Il passaggio dalla memoria alla storia richiede tempo e intelligenza.

Il caso di Franá§ois Mitterrand va ricordato.

Prima di morire egli cercó di affrettare la sua personale transizione dalla memoria alla storia per evitare che essa avvenisse in sua assenza. Mentre era al massimo del successo come rifondatore del socialismo francese, ed era insediato nel Palazzo dell'Eliseo come primo Presidente di sinistra della Quinta Repubblica, era stato raggiunto dai fantasmi degli anni Quaranta, quando giovane di destra, cresciuto in un ambiente familiare di estrema destra, era stato funzionario di Vichy, il regime collaborazionista durante l'occupazione tedesca. La sua immagine ne aveva sofferto. Alcuni sapevano da sempre. Non il grande pubblico e la massa dei militanti. Sebbene le sue frequentazioni, legate a quel lontano passato, avessero creato perplessitá . L'innegabile, ma secondo alcuni tardiva adesione alla resistenza, che lo aveva portato a rompere con Vichy e a entrare nella clandestinitá , aveva permesso a Mitterrand di essere alla Liberazione di Parigi uno dei piú giovani membri dell'esecutivo capeggiato da de Gaulle. Prima di morire, mentre il cancro gli mangiava ormai i giorni, Mitterrand ci tenne a stabilire la sua veritá , dettandola a un giovane scrittore, privo di pregiudizi.

Sperava che essa restasse nella storia, al posto di quella della memoria. 

 

 

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NESSUNA RETICENZA SUL PASSATO PUá’ AIUTARE IL NOSTRO PRESENTE 

 

PERCHበVA APERTO IL VASO DI PANDORA 

 

 

   L'affare Wielgus è esempio perfetto di quanto sia importante mettere a nudo il passato dittatoriale in modo esaustivo 

 

TIMOTHY GARTON ASH 

 

Negli ultimi anni i gemelli cattolici di destra che governano la Polonia hanno formulato due articoli di fede politica: primo che la forza e l'integritá  morale della nazione polacca si fondano sulla roccia della chiesa cattolica polacca, e, secondo, che le debolezze e la corruzione della vita pubblica polacca sono frutto della mancata epurazione degli ex collaboratori del regime comunista. Cosa succede allora alla notizia che il nuovo arcivescovo di Varsavia ha firmato negli anni '70 un accordo segreto in cui si impegnava a svolgere attivitá  di spionaggio per i comunisti?

Abbiamo la scena, al contempo drammatica e grottesca, che si è svolta nella cattedrale di San Giovanni a Varsavia domenica 7 gennaio. C'è una messa che dovrebbe essere di insediamento del nuovo arcivescovo, Stanislaw Wielgus, il quale ha assunto l'incarico il venerdí precedente a dispetto delle rivelazioni della stampa sul suo passato segreto. Ma, invece di essere insediato, l'arcivescovo, adorno di tutti i maestosi paramenti episcopali, annuncia le proprie dimissioni. Seduto in prima fila nell'assemblea dei fedeli il presidente polacco Lech Kaczynski (gemello 1), inizia ad applaudire. (Si vocifera che sia personalmente intervenuto presso il papa caldeggiando quest'esito). Ma si interrompe subito udendo alzarsi dal fondo della navata un cupo coro di "No! No! Resta con noi!". Il presidente sa chi grida. E' la sua gente, signore anziane con i berretti di lana d'angora e uomini di mezza etá  dal naso bitorzoluto che ascoltano religiosamente Radio Maryja (Maria) , l'influente stazione radiofonica cattolica di destra che ha aiutato lui e il fratello Jaroslaw (gemello 2) ad andare al potere.

A quanto sembra i berretti d'angora non condividono l'opinione del loro presidente che l'arcivescovo compromesso debba dimettersi. E' la nostra chiesa, nel bene e nel male. Ma la chiesa non è forse infallibile? Le notizie che arrivano non sono di loro gradimento e, come spesso accade in questi casi, danno la colpa ai media. "Media bugiardi" scandiranno piú tardi in strada.

Il primate di Polonia apparentemente sta dalla parte dei berretti d'angora. In una straordinaria omelia il primate Jozef Glemp inveisce contro i giudizi espressi nei confronti dell'arcivescovo Wielgus, liquidando le prove addotte come "pezzi di carta e documenti fotocopiati tre volte". Eppure sa che il papa ha giá  accettato le dimissioni del prelato, con rammarico, ma anche con assenso. Il suo è forse un attacco al papa?

Quella scena indimenticabile nella cattedrale di Varsavia chiarisce, come un dramma allegorico medioevale, i dilemmi in cui si dibatte mezza Europa dalla fine del comunismo. Ricordare o dimenticare? Aprire gli schedari o lasciarli sotto chiave? Epurazione sí, epurazione no? Alcuni sosterranno che si tratta dell'ennesima dimostrazione di quanto è pericoloso scoperchiare il vaso di Pandora. Di quanto sia meglio lasciare il passato al passato, come fece la Spagna dopo Franco. Secondo me è vero il contrario. L'affare Wielgus è esempio perfetto di quanto sia importante mettere a nudo il passato dittatoriale in tutta la sua complessitá  in modo tempestivo, scrupoloso imparziale ed esaustivo. Dopo tutto la veritá  alla fine viene a galla. Cos'era meglio? Che tra cinquant'anni, i cattolici polacchi scoprissero dagli archivi a lungo sigillati che il loro amato arcivescovo, in seguito forse primate e, chissá , magari secondo papa polacco, aveva diviso il desco con il diavolo comunista?

Senza dubbio le cronache parziali, sensazionalistiche, fondate su indiscrezioni non sono l'approccio migliore. Saperne poco è pericoloso. Ma la cura sta nel saperne di piú, e di piú ancora, fino a che si inizia a vedere la veritá  storica in tutte le sue sfumature di grigio. Questo scandalo ha giá  avuto l'effetto di mandare in frantumi l'immagine semplicistica di un passato in bianco e nero costruita dai gemelli Kaczynski, da Radio Maryja e simili. Ai loro occhi chiunque indossasse la tonaca nera era piú bianco della neve mentre chi, pur brevemente, avesse sfoggiato il rosso comunista era nero come il carbone. Ora l'arcivescovo in nero si rivela spia rossa e tutti i colori si mescolano.

La messa a nudo di questo caotico passato andrá  avanti, anche se la gerarchia ecclesiastica ha cercato di opporvisi. A parte tutto lo esigono i cattolici polacchi piú giovani e intransigenti. Un altro prelato polacco ha appena dato le dimissioni. Un prete di Cracovia pubblicherá  a breve un libro in cui fa i nomi di 39 presunti ecclesiastici collaborazionisti, dei quali, sostiene, quattro sono ora vescovi.

Tuttavia non conosceremo mai tutta la realtá  dei fatti perché molti dei fascicoli del IV dipartimento del servizio di sicurezza comunista, quelli riguardanti la chiesa, furono distrutti al termine dell'era comunista. Forse è per questo che l'arcivescovo Wielgus si sentiva al sicuro dal suo grigio passato, che peró è venuto a galla sotto forma di microfilm di un documento in carico al dipartimento di intelligence estera, a cui il prelato si impegnava a fornire informazioni con lo pseudonimo di "Adam Wysocki" e quindi con quello, molto azzeccato, di "Grey", grigio. Ho avuto occasione di leggere le copie di alcune pagine del dossier, disponibili sul web. Lungi dall'essere semplici "pezzi di carta", sono esempi da manuale dei classici dossier dei servizi segreti comunisti, dal linguaggio stereotipato e dalla prospettiva distorta (che esagera pressoché invariabilmente la disponibilitá  dell'informatore a collaborare) a me ben noti dall'esame della documentazione di altri servizi di sicurezza del blocco sovietico.

La storia individuale che raccontano mi è altrettanto familiare. Stanislaw Wielgus, di estrazione povera e rurale conservatrice, nutriva ambizioni accademiche e personali. Voleva andare a studiare in Germania occidentale, alla scuola di teologi tedeschi della statura dell'attuale pontefice. Firmó un accordo di collaborazione per riuscire nel suo intento. Sostiene di non aver recato danno a nessuno. Dicono tutti cosí. Ma il punto è che nei sistemi di intelligence di quel tipo il singolo informatore non comprende il valore, in un mosaico piú ampio, del foglio di carta all'apparenza innocente che a malincuore getta al cane della polizia segreta che lo tormenta.

Molti hanno firmato dichiarazioni simili. Ma molti altri non lo hanno fatto e ne hanno pagato il prezzo non ricevendo l'autorizzazione a studiare all'estero, a esempio, e non facendo carriera. Considerando la debolezza umana, non è stato un atto cosí grave. Chi di noi ha avuto la fortuna di crescere in un paese libero dovrebbe chiedersi: che cosa avrei fatto io? Avrei firmato? Ma chiaramente chi lo ha fatto non dovrebbe diventare arcivescovo di Varsavia, soprattutto perché non ha detto la veritá  sul suo passato fino a quando vi è stato costretto.

La prima volta che andai a Varsavia, circa trent'anni fa, sotto il regime comunista, mi imbattei in un frate nella chiesa di Sant'Antonio da Padova che mi fece vedere le targhe in memoria di persone morte a Katyn nel 1940, ovvero uccise dai sovietici, una realtá  strenuamente negata dalla propaganda comunista ufficiale. Dato che allora non parlavo polacco e il frate apparentemente non parlava altre lingue vive, era difficile comunicare. Ma alla fine trovai il modo. Fortis est veritas, dissi, et praevalebit! (la veritá  è forte e trionferá ). Non dimenticheró mai il suo sorriso di pura gioia. Era un valido motto per la Polonia di allora e credo resti valido per la Polonia di oggi. E non solo.

 

www. timothygartonash. com

 Traduzione di Emilia Benghi 

 

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GLI EUROPEI DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE 

 

 

QUANTO PESANO LE VERITဠDI IERI 

 

   

Scelte O si seppelliscono i dossier sotto il cemento per cento anni, o li si apre. La seconda soluzione è quella piú auspicabile 

 

BRONISLAW GEREMEK 

 

 

Il passato riveste importanza per il presente. Tutti i popoli dell'Europa lo sanno per esperienza. Dopo la seconda guerra mondiale, i francesi riscoprirono il problema della collaborazione con l'occupante tedesco. Gli spagnoli, dopo la morte di Franco, decisero di coprire col "Patto del silenzio" la memoria della guerra civile e del franchismo. E adesso le loro giovani generazioni scoprono la veritá . Nei paesi dell'Europa centrale appare differente: il problema non è stato una collaborazione con l'occupante, né con una parte in campo nella guerra civile. Una rivoluzione non violenta cambió il regime. L'esempio polacco è forse il piú importante, perché in Centro Europa fu la Polonia a lanciare per prima negli anni Cinquanta i segnali della liberalizzazione, poi negli anni Settanta l'esempio della resistenza contro il regime comunista, e infine nel 1989, quando la liberazione cominció dalla Polonia.

La rivoluzione non violenta fu la Tavola rotonda: i nemici raggiunsero un accordo con la Chiesa quale testimone. Ricordo che in quegli anni dissi a un monsignore del Vaticano: il sogno di noi oppositori democratici era la soluzione spagnola, la transizione non violenta alla democrazia. Ma ci mancava, una figura come il re di Spagna. Il monsignore mi rispose: vi sbagliate, il re di Spagna di Polonia è la Chiesa. Puó giocare il ruolo del grande mediatore e dell'autoritá  morale tra due contendenti che non si fidavano l'uno dell'altro. All'epoca, la Chiesa di Giovanni Paolo II ebbe un grande ruolo: pensava all'avvenire con la speranza di una scomparsa del comunismo, appoggió il movimento non violento.

Di solito, non esistono rivoluzioni senza violenza. La rivoluzione polacca fu un'eccezione. Non ci fu un patto tra governo militare e Solidarnosc per l'impunitá  alle istituzioni del regime. Al contrario, chiedemmo di introdurre lo Stato di diritto: i crimini vanno affidati alla giustizia, non a scelte politiche.

Diciassette anni dopo, la Chiesa, autoritá  morale della Polonia, è in crisi a causa della veritá  sui dossier. Il passato è divenuto uno strumento di lotta politica per alcuni gruppi: penso all'attuale coalizione di governo. Siamo al regolamento dei conti col passato. Il problema è che in una simile rivoluzione post-totalitaria non abbiamo potuto fare riferimento allo spirito della nazione, al sentimento nazionale ferito. Il vecchio regime non era l'occupante straniero. La rivoluzione di Solidarnosc si propose l'utopia della societá  civile che si libera dal regime totalitario, poco a poco s'installa al potere e garantisce l'instaurazione della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti dell'uomo. Trattare il comunismo come un occupante straniero era giá  allora tentazione dei gruppi radicali. Cercarono d'introdurre l'elemento nazionale in una rivoluzione che invece, con l'appoggio decisivo di Giovanni Paolo II, fu una rivoluzione in nome di valori. Cercammo il compromesso politico ma non un compromesso morale. Questa contraddizione è all'origine dei problemi di oggi col passato che ritorna.

Quando guardiamo l'esempio tedesco possiamo invidiare il modo in cui la Germania del 1989 ha affrontato il problema degli archivi segreti della Stasi. Ma la Ddr non ha vissuto una sua rivoluzione non violenta. Ebbe un momento da presa della Bastiglia: l'assalto del popolo alla sede della Stasi. E c'era un quadro giuridico giá  pronto: le istituzioni della Repubblica federale. E la riunificazione: un elemento nazionale.

La veritá  deve avere la meglio sulla menzogna, senza portare a manipolazioni dei dossier. Allora o si seppelliscono i dossier sotto il cemento per cento anni, o li si apre. Assicurando la loro gestione in modo ragionevole. La seconda soluzione è piú auspicabile e probabile.

Come è cominciata questa crisi del processo della veritá , come ha toccato la Chiesa, massima istituzione nazionale? Da qualche anno gli ambienti che hanno creato il partito di governo "Legge e Giustizia" attorno ai fratelli Kaczynski hanno sviluppato l'idea della politica della storia. Bisogna insegnare al popolo la veritá  sulla storia nazionale, occorre che il popolo ne faccia il criterio di riferimento delle sue scelte politiche pro o contro un partito, al posto dei giudizi sui programmi dei partiti per il futuro. Se si utilizza la storia come strumento politico si imbocca la via della propaganda, non quella della ricerca della veritá . Scelta che serve piuttosto una politica autoritaria che non una politica democratica ed europea.

La coalizione al potere oggi in Polonia ha come unico cemento questa idea che il passato serva come strumento del futuro. La mancata rottura storica in Polonia, l'assenza di un momento da presa della Bastiglia, ci spinge oggi a fare i conti col problema del passato. Se ora questo riferimento al passato diventa problema politico prioritario, è una scelta drammatica tra diversi paradigmi della politica. Da un lato c'era la ricerca di una politica consensuale, se non per la riconciliazione, almeno per assimilare i principi fondamentali della politica democratica che ci hanno consentito di entrare nella Ue e nella Nato. Mentre nella societá  attuale, moderna, europea, si vota per un governo formato da partiti antieuropei, che propone non la ricerca del consenso ma la ricerca dei conflitti. Una coalizione anticomunista per principio impiega metodi simili a quelli dei comunisti. La rilettura del passato è quasi il solo strumento di gestione della politica.

Una strategia politica volta invece non al passato ma al futuro, ricercando il consenso, si trova cosí disarmata. L'avvenire è una promessa, il passato è presente. ሠuna scelta tra la pace civile, che era il nostro obiettivo nel 1989. o uno stato d'eccezione: la politica ha bisogno di un nemico, se non c'è bisogna crearlo. La virtú della pace civile, anche come chiave dello sguardo al passato, è rifiutata.

Siamo davanti a una scelta politica molto difficile. La Polonia vanta successi economici evidenti, ma a causa di questa politica fondata sull'uso politico del passato non ha strutture per l'avvenire. Non ha piú l'autoritá  morale. La personalitá  di Giovanni Paolo II, il suo peso religioso, morale e nazionale, furono necessari per imboccare la via del consenso e della pace civile nel 1989. Il problema principale non dovrebbe riguardare la situazione attuale. Vorrei una nuova idea di consenso. I vescovi polacchi, scegliendo l'autoinchiesta, hanno scelto forse l'unica via possibile: cercare la veritá , creare la possibilitá  di dirla senza fare torto ai diritti dell'individuo. Dovremmo aprire i dossier della polizia segreta senza usarli per dipingere l'immagine del nemico della nazione. Nel giudizio sulla storia ci vuole un posto per la nostra esperienza e per l'analisi degli storici. Paul Ricoeur, nel suo libro sulla Memoria, dice giustamente che la via giusta è che gli storici interroghino il passato, la critica storica compia la sua opera, e che cosí si formi la memoria collettiva. Questo processo non puó diventare costitutivo di un conflitto politico, non puó essere gestito dai mercanti della veritá  che hanno in pugno i dossier segreti. Ars memoriae e ars oblivionis, come dicevano gli antichi, devono conciliarsi. Ecco la grande sfida, oggi nella vita politica polacca. 

 

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