News per Miccia corta

13 - 01 - 2007

77 L'anno dei traumi e della fine di grandi speranze

(La Repubblica, Pagina 58 – Cultura)

 

 

I volumi di Concetto Vecchio e Lucia Annunziata su un momento di svolta della societá  italiana, quando svaní la fiducia nel cambiamento

 

Gli indiani metropolitani, l'autonomia, la P38 e gli agguati terroristici Ma anche la crisi del Pci e l'avvio del riflusso

 

Al sogno di una trasformazione sociale subentra il conflitto fra "garantiti" e "non garantiti"

 

La violenta contestazione contro Luciano Lama all'Universitá  di Roma

 

Emergono fenomeni di corruzione e si intensificano le manovre di Gelli

 

Restano uccisi studenti e poliziotti A Torino le Br ammazzano Carlo Casalegno

 

 

GUIDO CRAINZ

 

 

 

A trent'anni di distanza il 1977 italiano si presenta ancora come incompreso trauma, irto di questioni: un anno cui avvicinarsi con dubbi e domande, non con certezze. Ali di piombo di Concetto Vecchio (Rizzoli) è solo il primo di diversi libri e convegni che si succederanno quest'anno sull'argomento mentre, per altri versi, è da tempo prepotente la tentazione di proiettare le tragedie e le lacerazioni di quello scorcio d'anni sull'intero decennio.

 

A questa non condivisibile damnatio memoriae - accompagnata spesso dall'elogio degli anni ottanta - il 1977 offre in realtá  molti argomenti. Ha inoltre - a differenza del 1968, come Vecchio ricorda - tratti tutti italiani, e nella nostra storia vanno dunque cercate per intero le sue radici. ሠpoi rapidissimo il passaggio da un inaspettato movimento di massa («uno strano movimento di strani studenti», come scrissero allora Luigi Manconi e Marino Sinibaldi) al dilagare dell' «autonomia operaia» e del «partito della P38»: «Il "˜77 - ha ricordato Renato Curcio - ci è piombato addosso come una slavina di giovani selvaggi».

 

L'altra anima del movimento, quella creativa, soccombe e scompare prima ancora che l'anno finisca. Altrettanto rapidamente era emersa, aggregando in alcuni atenei - in modo particolare a Roma e Bologna - migliaia di giovani che dividevano la loro vita fra un precario rapporto con lo studio e un altrettanto precario rapporto con il lavoro: elemento di superficie, a ben vedere, di una piú generale incertezza di futuro. L' "ala creativa" esprime piú di una tensione e pulsione: i momenti ludici che mette in campo, ad esempio, sembrano voler sottrarre la dimensione collettiva al dominio esclusivo e totalizzante della politica. Per altri versi, l'allegria e l'ironia dissacrante di questa area - che ha negli "indiani metropolitani" il suo emblema - appare talora venata da un senso di sconfitta, quasi di disperazione.

 

ሠincrinata in alcune sue parti da molteplici e sotterranee derive, cui il rapido e mortale diffondersi dell'eroina solo allude. Lo coglieva allora Walter Tobagi, segnalando l'enorme distanza dal 1968: in taluni, pur ristretti settori giovanili, scriveva, «speranze e illusioni si restringono a un "orizzonte tragico", si trasformano in spinta di "distruzione" e di "autodistruzione", che poi significa sparare al "nemico" o iniettarsi una dose di eroina». Tobagi scriveva queste parole all'inizio del 1978, quando giá  il movimento aveva chiuso il suo ciclo lasciando campo al dilagare del partito armato, da un lato, e dall'altro a un diffuso ripiegamento nel privato.

 

Le dinamiche del 1977 parlano da sé e il libro di Vecchio le ripropone con vivace piglio giornalistico. L'anno inizia con una inattesa e diffusa protesta studentesca contro alcuni provvedimenti relativi all'Universitá , mentre a Roma una incursione fascista nell'Ateneo riduce un giovane in fin di vita. Nella manifestazione di risposta gruppi dell' «autonomia operaia» assaltano una sede del Msi e rispondono poi al fuoco della polizia, vi sono feriti gravi da entrambe le parti. Inizia a comparire cosí il «partito della P 38», mentre fra le forze dell'ordine agiscono anche agenti armati in borghese. Li ritroveremo a maggio, quando muore la diciannovenne Giorgiana Masi: partecipava al corteo indetto dai radicali per ricordare il referendum sul divorzio del 1974 e per contestare il divieto a manifestare deciso dal ministro dell'Interno Cossiga.

 

A metá  febbraio, sempre a Roma, vi è la violenta contestazione a Luciano Lama, il suo comizio è interrotto e il palco distrutto: una radicale frattura con il movimento sindacale che ha implicazioni di lungo periodo. Al precedente sogno - o mito - di una trasformazione complessiva guidata dalla classe operaia sembra subentrare l'opposizione fra i "non garantiti" e i "garantiti": gli operai, appunto. Sembrano delinearsi "due societá ", per usare le parole di allora di Alberto Asor Rosa.

 

L'11 marzo a Bologna il giovane Francesco Lorusso è ucciso da un colpo di fucile sparato da un carabiniere: «a che punto è la cittá ?/ La cittá  in un angolo singhiozza», scrive il poeta Roberto Roversi. Seguono nuove violenze che continuano il giorno dopo a Roma, ove gli autonomi fanno degenerare una manifestazione nazionale, prevista da tempo, con lanci di molotov, sparatorie, saccheggi di armerie, assalti alla sede del Popolo e a stazioni di carabinieri e polizia. A Torino il brigadiere di Ps Giuseppe Ciotta è ucciso in un agguato terroristico, poco dopo a Roma un gruppo di «autonomi» uccide l'agente Settimio Passamonti e un altro a Milano, a maggio, il sottufficiale Antonio Custrá . Torino è l'epicentro di una sanguinosa offensiva delle Br: vuole impedire il processo ai capi del gruppo e culmina con l'assassinio di Fulvio Croce, presidente dell'ordine degli avvocati. Il processo è rinviato perché la maggior parte dei giudici popolari rifiuta l'incarico. «A Torino - scrive su questo giornale Giorgio Bocca - le Brigate rosse hanno vinto e la giustizia dello Stato democratico si è arresa, vergognosamente: avvocati divisi, giudici popolari piangenti, magistrati sbiancati dalla paura». Si succedono altri agguati e ferimenti (fra cui quelli di Indro Montanelli e di altri giornalisti), sino al convegno nazionale del movimento indetto a Bologna, a settembre, per denunciare uno stato di generalizzata «repressione» e per sfidare il Pci in una sua roccaforte storica.

 

L'illusione di un contenimento del «partito armato diffuso» ha vita breve. L'assassinio del giovane romano Walter Rossi da parte di neofascisti scatena nuove violenze di estrema sinistra che culminano con il rogo di un locale di Torino, l' «Angelo Azzurro»: vi muore orribilmente un altro giovane, Roberto Crescenzio. Di lí a poco, sempre a Torino, le Br colpiscono a morte Carlo Casalegno, le cui riflessioni e i cui articoli nei mesi precedenti sono seguiti con sensibilitá  e attenzione da Concetto Vecchio. Vecchio ripropone poi le riflessioni che il figlio affida in primo luogo al suo giornale, Lotta Continua, dopo l'agguato al padre. Che cosa ha portato, si chiede in sostanza Andrea Casalegno, dalle speranze del 1968 alla feroce disumanitá  di oggi? Su questa angosciata domanda, riproposta alla fine di Ali di piombo, si chiude in realtá  una storia e altre, differenti e divergenti, prendono avvio.

 

Il 1977 non si riduce peró a questo succedersi sanguinoso di traumi e occorre evocare almeno altri due versanti. Vi è in primo luogo il sempre piú corposo emergere di processi di corruzione e di degrado delle istituzioni (e del rapporto fra economia e politica): ad essi riconducono lo scandalo della Lockheed e l'affiorare di molti altri, l'astro in definitivo declino di Sindona e sin lo sfacelo "normale" dell'Iri, mentre si intensifica il sotterraneo operare di Licio Gelli. E vi è, in secondo luogo, il sempre piú difficile proseguire dei processi di rinnovamento avviati in precedenza: con il contrastato procedere della legge sull'aborto, che sará  approvata l'anno successivo anche per l'incalzare del movimento femminista; con gli stimoli dei referendum promossi dai radicali, che nel 1978 favoriranno anche l'approvazione della legge Basaglia sugli ospedali psichiatrici; con i limiti posti al sorgere di quel sindacato di polizia che aveva innescato profondi processi di rinnovamento in un settore sin lí "separato". Assumono sapore di simbolo anche le dimissioni di Piero Ottone dal Corriere della Sera, che sanciscono la fine della miglior stagione del giornale e segnalano guasti piú profondi.

 

Anche considerando questi e altri elementi non usciamo peró ancora da una visione parziale e limitata di quella fase cruciale, di quel trauma. 1977, l'ultima foto di famiglia è il titolo di un libro di Lucia Annunziata in uscita per Einaudi, ed è impossibile sottrarsi ad alcune domande di fondo. Perché, ad esempio, si logora e si frantuma cosí rapidamente quella profonda volontá  di cambiamento che aveva portato alla vittoria nel referendum sul divorzio e alle avanzate senza precedenti del Pci nelle elezioni del 1975 e del 1976? Giá  il 1979 sancirá  una netta inversione di tendenza: è la prima consultazione politica dopo il 1948 che vede il Pci arretrare, e la sua flessione è significativa soprattutto fra i giovani, elemento decisivo dei successi precedenti. Certo, il sostegno ai governi di "unitá  nazionale" guidati da Andreotti - nei bizantini passaggi dall'astensione alla non sfiducia - non sembrava il modo migliore per dar corpo a quella esigenza di trasformazione. Era, perlomeno, il meno comprensibile: in pochi mesi, annotava alla fine del 1977 Enzo Forcella, il Pci aveva perso "il suo magico alone di forza", non suscitava piú "né speranze né timori". Appariva stridente il contrasto fra la tensione "utopica" e alta, quasi drammatica, dei discorsi di Berlinguer sull'austeritá  e i segnali concreti che venivano dal quotidiano operare di un governo sostenuto in modo determinante dal Pci (un Pci coinvolto inoltre per la prima volta in modo esplicito in processi di "lottizzazione"). Emergeva allora - nei mesi decisivi del 1976 e del 1977 - quel deficit di cultura riformista che era sempre stato un suo limite ma che appariva meno evidente quando il partito era costretto all'opposizione. Quel limite lo rendeva incapace ora di proposte convincenti, facendolo apparire largamente subalterno alla politica del governo (e ció contribuiva a farne uno dei bersagli principali del «movimento del "˜77»).

 

Questa e altre valutazioni, su cui si potrebbe discutere a lungo, non bastano peró a spiegare la crisi che inizia ad attraversare il Partito comunista e una piú vasta area di sinistra: una crisi che va ben oltre la sconfitta politica con cui quella fase si chiude. Stanno in realtá  cedendo architravi essenziali di una cultura e di un modo di essere. Inizia ad esser messo in discussione, ad esempio, il riferimento talora sacrale alla "classe operaia" come "principale motrice della storia", per citare parole del 1977 di Enrico Berlinguer. In realtá  quel ruolo è esposto ora alla critica dei "non garantiti" (o dei loro improvvisati maá®tres á  penser), ed è negato su altri e opposti versanti da quei sotterranei processi che verranno alla luce con la "marcia dei 40.000" del 1980. Esso è in discussione inoltre all'interno stesso della "classe", come mostreranno le ricerche di Giulio Girardi a Torino. Il terreno è ancor piú cedevole sul piano internazionale, ove sta diventando simbolo di orrore quel Vietnam che era stato sin lí la bandiera di tutte le anime della sinistra. E si consideri anche la radicale messa in discussione dell'idea di sviluppo - altro elemento portante della cultura di sinistra - che la crisi energetica ha avviato (a questo occorre forse guardare anche per comprendere alcuni tratti del «movimento del "˜77»). Sono solo alcuni dei molti elementi di lungo periodo su cui interrogarsi.

 

Gli anni di piombo sono appena cominciati (nei tre anni successivi le vittime del terrorismo di sinistra sono piú di ottanta, cui si aggiungono quelle delle stragi e degli attentati neofascisti) ma hanno giá  avvio modificazioni profondissime di natura differente e opposta. In un libro del 1980 a piú mani - e dal titolo significativo, Il trionfo del privato - Ernesto Galli della Loggia sintetizzerá  i tratti di una rapidissima trasformazione: «ogni fiducia nella possibilitá  di cambiamento spenta o agonizzante, scematissimo e languente l'interesse per le ragioni dell'ideologia», massiccio il rifiuto della politica. Era esplosa la grande stagione del riflusso, con la riscoperta di massa del divertimento e dell'effimero, della moda e del corpo. Apparve fenomeno inatteso: eppure il 1977 era stato anche l'anno de La febbre del sabato sera e dell'inizio del "travoltismo", con il mutamento che annunciava. Sfuggono parecchi aspetti della realtá , in altri termini, se lo sguardo è concentrato solo sui fenomeni di radicalizzazione estrema e restano in ombra processi piú sotterranei. In quel quadro, infine, la crisi della sinistra si accentuava e assumeva nuovi contorni: il Partito comunista non avrá  piú "nemici a sinistra" e la sua egemonia sará  insidiata invece, su tutt'altri versanti, dal Psi di Bettino Craxi. Spie e sintomi di un cambio d'epoca che si consuma in un brevissimo volger di anni e che siamo ancora lontani dal comprendere appieno.

 

 

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