News per Miccia corta

09 - 01 - 2007

«Spregevole»? Dipende dal contesto

(il manifesto, 9 gennaio 2007)



Mario Alighiero Manacorda


Leggo con angoscia su il manifesto di giovedí 4 gennaio 2007, la polemica sull'uso della parola «spregevole» da parte di Marco D'Eramo per definire l'uccisione di Benito Mussolini.
D'Eramo è tra i migliori collaboratori del giornale, che io leggo sempre apprezzando la capacitá  di ragionare sui tanti dati che ci fornisce, e la limpidezza della sua scrittura (rara nel manifesto, le cui pagine culturali sono «spesso piuttosto astruse», come osserva Giovanni Cesareo nella stessa pagina): e trovo anche, sia chiaro, che ogni uccisione è in sé cosa spregevole, che non avrei il «coraggio» di commettere.
Eppure, comprendo anche, pur non condividendone tutte le ragioni, l'amaro risentimento dei tanti lettori che hanno scritto protestando: anche a me quella parola, messa lí cosí da sola, aveva recato turbamento.
Da qui la mia angoscia: siamo di fronte a una di quelle dure questioni che da sempre dividono gli uomini, e che oggi è resa piú assillante dalla richiesta italiana all'Onu di mettere al bando la pena di morte e dalla viltá  della uccisione di Saddam Hussein (sono riusciti a farcelo non rimpiangere, ma compiangere).
Di che si tratta? E' che definire «spregevole», e basta, l'uccisione di Mussolini inevitabilmente avalla un giudizio benpensante e di fatto fascista (o almeno alla Pansa, per intenderci), sulla lotta partigiana e perció su tutto l'antifascismo in sé e per sé. E questo è inaccettabile, perché antifascismo e lotta partigiana sono stati opposizione totale alla violenza fascista: i partigiani non hanno mai torturato prigionieri politici in «ville tristi» al servizio di un occupante straniero, non hanno mai progettato rastrellamenti di persone e uccisioni di massa o guerre d'aggressione e di distruzione, né istituito campi di sterminio: ma, dopo quattro anni di guerra e dopo che per due anni l'Italia era stata sottoposta a queste, oggi dimenticate, ferocie, sono insorti contro tutto questo.
E proprio per questo sarebbe stato bello che la vittoria partigiana si fosse caratterizzata per la sua assoluta legalitá  e non violenza, ben oltre la dubbia legalitá  del processo di Norimberga (non si crea un tribunale per giudicare un solo crimine, per quanto nuovo): doveva essere il contrario assoluto del fascismo, una festa di gioia e non di pur «sacrosanta» vendetta.
Allora dico che, se si vuole usare il termine «spregevole», occorre contestualmente dire che è tale in quanto riproduce e perpetua la violenza contro cui si è combattuto, e assume cosí, senza volerlo, l'ideologia dell'avversario. E' quello che io rimproveravo alle Brigate rosse: non si puó insorgere contro il potere poliziesco, e usare gli stessi metodi, uccidendo per strada degli innocenti. Non c'è credibilitá  in questo modo di agire, non c'è rinnovamento sociale.
Ma sia chiaro: io mi rapporto allo stesso modo nel caso, identico e speculare, della esaltazione acritica di ogni altro comportamento storico e ideologia ritenuti in sé «pregevoli»: ad esempio, per intenderci, il nostro liberalismo e il nostro cristianesimo, che sono oggi i punti di riferimento ideali piú diffusi tra noi. Ai loro seguaci, chiamarli «pregevoli» sembra poco: ne esaltano i meriti di libertá  e di amore del prossimo, e occultano il rovescio della loro medaglia: cioè che il liberalismo ha anche tolto, per secoli, libertá , vita e cultura ad altri popoli di tutti i continenti.
E il cristianesimo, lungi dall'essere stato solo la religione dell'amore è stato anche, per millenni, la religione della conquista armata e dei roghi; lo stesso buon Gesú ha mandato almeno sette volte all'inferno i suoi avversari, e perfino il serafico Francesco ha mandato all'inferno i peccatori. Per questo non sono riusciti a togliere neanche un po' il male dal mondo.
Se vogliamo veramente eliminare questo male del mondo, che si esprime emblematicamente nell'uccisione dell'uomo - cos'altro è stata ed è la nostra speranza di comunismo? - dobbiamo guardarci da ogni accettazione degli aspetti «spregevoli» dell'ideologia e dei comportamenti ancor oggi prevalenti nel gran mondo della politica, e da ogni somiglianza con i comportamenti di morte oggi prevalenti.
E' difficile, lo so, è moralistico, puó apparire insopportabilmente religioso e sapere di predica, forse è addirittura antistorico: certamente è difficile da decidere per noi stessi. Marco D'Eramo l'ha fatto, ma involontariamente nel peggiore dei modi, giudicando il male della resistenza in sé e per sé, come se fosse avvenuto in un mondo fuori della storia, senza rapportarlo, come sua risposta omogenea, al male infinitamente peggiore della guerra e del fascismo.
Eppure, o contestualizziamo i fatti della storia, o rischiamo di fare solo del moralismo; o si contestualizza ogni ideologia e ogni atto storico, la resistenza, il liberalismo e il cristianesimo, o le riserve di quanti hanno criticato Marco D'Eramo restano valide, la nostra battaglia contro il male del mondo non ha senso e non facciamo nessun passo avanti per uscire dalle nostre contraddizioni.

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