News per Miccia corta

05 - 01 - 2007

Belchite. Quando la guerra «giusta» sa essere stupida

(il manifesto, 5 gennaio 2007)

 

Non ce n'era alcun bisogno: ma le forze repubblicane vollero prendere la cittadina anche a costo di un massacro orrendo. Poi la tennero solo pochi mesi. Franco ne fece un museo a cielo aperto, e lo è ancora oggi


Riccardo De Gennaro


Belchite
La cittá  che un inviato del New York Times definí «un fetido ammasso di macerie», oggi è un museo a cielo aperto degli orrori della guerra civile spagnola. Non c'è piú l'odore dei cadaveri che imputridivano sotto il sole piú rovente della Spagna, come nel '37, ma sono rimaste le macerie, tali e quali, case distrutte, strade di polvere e ciottoli, gli effetti della grandine di pallottole sui muri. Questa cittá  fantasma, a una trentina di chilometri da Saragozza, si chiama Belchite ed è stata mantenuta cosí perché tutti possano ricordare. Come la nostra Gibellina. Il terremoto, peró, qui non è stato provocato da cause naturali, ma dalle mitragliatrici, dai cannoni, dalle granate lanciate da uomini che per prendere la cittá  hanno dovuto combattere casa per casa, come testimonia Bill Bailey, un volontario americano delle Brigate internazionali, in un documentario sulla guerra civile della tv inglese.

Anche a Belchite, accanto alla vecchia, c'è la cittá  nuova, case bianche, pianta ortogonale, pochi negozi, un paio di bar. Chi vi abita è costretto a vivere con una sorta di «plastico» della guerra in scala reale davanti agli occhi, ma non è un male se si considera che una parte della Spagna crede, anziché nella Memoria, nell'amnesia collettiva.
«Pueblo viejo, ruinas historicas»
All'ingresso della cittá  fantasma, dove c'era la porta con la torre, ora murata, si puó leggere un cartello che dice: «Belchite, pueblo viejo, ruinas historicas». Non c'è nessuno, solo silenzio e d'estate il sole è lo stesso di quell'agosto '37, quando l'esercito popolare attaccó con 80mila uomini nell'ambito di un'ampia offensiva sul fronte aragonese. L'iniziativa era stata studiata dal governo repubblicano per costringere Franco a dirottare uomini al centro e alleggerire cosí la pressione delle sue truppe nel Nord della Spagna (Asturie e Paesi baschi). Il primo ministro Negrá­n, subentrato a Largo Caballero, puntava a mantenere l'iniziativa bellica dopo l'effimera vittoria di Brunete, conquistata e immediatamente persa il mese prima. I generali repubblicani vollero ripetere l'effetto sorpresa, poi adottato anche a Teruel: per cui niente fuoco d'artiglieria, né bombardamenti aerei prima dell'attacco, il lavoro tutto sulle spalle dei soldati.
A dispetto delle previsioni, le perdite furono enormi e, come se non bastasse, l'obiettivo si riveló di scarsa importanza strategica, nessuno arrivó a Saragozza, l'avanzata dei nemici nelle regioni del Nord non rallentó di un passo. Come accadde per Brunete, infine, la cittá  fu ripresa dai nazionalisti poco tempo dopo la sua conquista.
Per prendere completo possesso di Belchite, l'unica cittá  fortificata della zona, l'esercito repubblicano impiegó quasi due settimane e gli ultimi giorni furono segnati da durissimi scontri corpo a corpo. I corrispondenti di guerra raccontano che, alla fine, l'odore dei cadaveri in decomposizione era insopportabile. Ernest Hemingway, che arrivó a battaglia ultimata, fece un giro delle rovine con una maschera antigas.
Le maschere non servono
Oggi non ce n'è piú bisogno, ma l'impatto resta impressionante. I sentieri sono invasi dalle erbacce, le porte delle case sfondate, le finestre non ci sono piú, i pavimenti, che erano fatti di paglia e pietrisco, sono sventrati, le facciate sembrano di cartapesta ed è un miracolo che, dopo settant'anni, stiano ancora in piedi. Il campanile di una delle tre vecchie chiese, quella di San Martá­n, sembra una grossa matita tarlata. Nella chiesa di S.Augustin è cresciuto un albero di fichi, qua e lá , nelle case, sono invece spuntati i fiori viola della malva. Lontano c'è un gallo che canta, un cane nero trotterella tutto solo. Dopo averla distrutta, l'uomo non ci ha piú messo mano se non per recintarla e puntellare la Torre dell'Orologio troppo pericolante. Al contrario di Guernica, che è stata ricostruita completamente e per la memoria si affida soltanto a un piccolo Museo della Pace, Belchite vecchia è una cittá  morta, ma è uno dei luoghi piú simbolici della guerra civile.
Dopo gli anni in cui questa era un tabú perché, come dicevano anche i socialisti di Gonzá¡lez, parlarne avrebbe riacceso antichi rancori, oggi per fortuna i giovani vogliono discuterne apertamente e sono i piú severi a condannare il franchismo. Da un sondaggio pubblicato il 18 luglio dal quotidiano El Mundo, in occasione del settantesimo anniversario della sollevazione militare contro la Repubblica, emerge che per i tre quarti degli spagnoli sotto i 30 anni il regime di Franco è stato «un male per la Spagna». Nello stesso sondaggio si legge che la metá  degli spagnoli ritiene che quella rivolta fu un colpo di stato privo di qualsiasi giustificazione. Ma il dato sorprendente, che smentisce le ragioni dei golpisti di ieri e le tesi dei revisionisti di oggi, è un altro. Senza la sollevazione militare - si chiede nel sondaggio - la seconda repubblica spagnola si sarebbe consolidata in un regime democratico oppure sarebbe diventata una dittatura di tipo sovietico? Il 45,6 per cento degli intervistati opta per la prima ipotesi, mentre soltanto il 31,6 per cento è convinto della seconda.
Negli stessi giorni anche El Paá­s ha pubblicato un sondaggio dove il 63,8 degli interpellati (il 75,5 per cento tra gli elettori del Psoe) si dice contrario a mettere una pietra su quella pagina cosí tragica della storia spagnola. Una preoccupazione piú che legittima se si pensa che addirittura un elettore su cinque del Partido Popular di Aznar è convinto, forse auspicandolo, che oggi potrebbe ripetersi un golpe come nel '36. Il 58,3 per cento di questi stessi elettori, d'altronde, ritiene che continuino ad esistere due Spagne contrapposte esattamente come 70 anni fa (la percentuale scende al 47,5 per cento tra gli elettori socialisti).
Scontro sulla memoria
Sempre nel Partido Popular, i contrari alla legge per la Memoria storica proposta dal governo Zapatero sono la maggioranza, gli stessi che non vogliono si scoprano le fosse comuni del franchismo e che si riabilitino tutte le vittime della guerra, dopo che per decenni, anche morto Franco, si sono viste (e si vedono tuttora) soltanto targhe e monumenti dedicati ai caduti di parte fascista. All'altezza di Tortosa, nelle acque del fiume Ebro, ad esempio, c'è un orribile monumento di una quindicina di metri che ricorda i caduti dell'esercito fascista nell'ultima grande battaglia della guerra civile, quella appunto dell'Ebro. A Barbastro, un paesino che George Orwell conosceva perfettamente per averci combattuto, c'è ancora una gigantesca targa con tutti i nomi dei morti della cittá  nelle file fasciste. E sembra quasi un miracolo che l'anno scorso Zapatero sia riuscito a fare rimuovere la statua equestre del Caudillo nel centro di Madrid, lá  dal '56. Se Belchite vecchia deve rimanere com'era, le statue e i monumenti ai dittatori devono invece essere abbattuti. «Una democrazia in cui ci sono ancora i monumenti all'antidemocrazia non ha basi solide», ha scritto Gabriele Ranzato in suo recente libro sul dopo Franco. Vale anche per il fascismo italiano, naturalmente. E allora è scandaloso che le giunte di sinistra alla guida di Roma dal dopoguerra a oggi abbiano mantenuto in piedi l'obelisco davanti allo stadio Olimpico su cui è scolpita a caratteri cubitali la scritta «Mussolini dux».

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