News per Miccia corta

11 - 12 - 2006

Il golpe che spaventó l'Italia

(La Repubblica, LUNEDáŒ, 11 DICEMBRE 2006, Pagina 17 – Esteri)

 

 

 

 

 

Da Berlinguer a Craxi, da Dario Fo agli Inti Illimani: i nostri anni '70 segnati dall'ombra di Pinochet 

 

 

 

 

FILIPPO CECCARELLI 

 

 

Ah, quegli occhiali neri... Maledetto in effigie nei cortei, al generalePinochet disegnava piccoli teschi dietro le lenti. «Cile rosso!» esplodevano i gruppi dell'ultrasinistra, «Cile libero!» gridava con maggior prudenza la sinistra ufficiale. "Spaghetti in salsa cilena" se n'era uscito un giorno Kissinger a proposito dei rischi che correva l'Italia. E non è che allora, metá  degli anni settanta, suonasse come la piú tranquillizzate delle evocazioni.

 

Flauti andini e paranoie golpiste. I dirigenti del Pci dormivano fuori casa; Lotta continua organizzava nelle caserme i Pid, proletari in divisa. Si trattava, nel caso, di "golpear el golpe". Scriveva il ministro degli Esteri Taviani nel suoi diari: «Certo il clima è pesante. Assomiglia a quello del Cile prima dell'avvento di Pinochet». Dopo l'11 settembre del 1973, Tonino Tató vide che Enrico Berlinguer aveva riempito di note e di appunti, «un mazzetto di piccoli fogli» che teneva nella giacca. Era l'ossatura dei tre articoli che scrisse per Rinascita. Il primo s'intitolava "Riflessioni sui fatti del Cile". Il terzo lanciava l'idea di un "compromesso storico".

 

Formule politiche, teorie, suggestioni, immagini, foto di Allende sui muri delle cittá  (e poi negli uffici e nelle case). Si vede quell'omino mansueto e stralunato, una specie di sosia di Leone, peró con il maglione, l'elmetto in testa e un mitra in mano. Su Allende, in Italia, venne girato anche un film. Lo interpretava, con triste intensitá , Riccardo Cucciolla. Quanti ricordi, alla rinfusa. I manifesti di Corvalan, avvolto nel suo poncho; il potere delle multinazionali; le arpilleras (collages di stoffe policrome) e il charango (strumento musicale ricavato dalla corazza degli armadilli).

 

Dario Fo mise in scena "Guerra di popolo in Cile" e la casa editrice Savelli pubblicó dei testi della Resistenza. Ma non ci fu alcuna resistenza, tantomeno una guerra di popolo, ma solo un terribile mattatoio; e nessuna spericolata sottoscrizione gruppettara - "Armi al Mir" - riuscí a evitare una durissima e crudele dittatura iniziata con i prigionieri negli stadi. Al Nacioná l finí, quasi per sbaglio, il giovanissimo Paolo Hutter. E riletta oggi - ne "I ragazzi che volevano fare la rivoluzione", di Aldo Cazzullo (Sperling & Kupfer, 2006) la sua testimonianza resta ancora piú impressa di allora. «Tornato a casa diventai l'eroe di Lotta continua. Lo capii quando arrivai a Roma da Milano e trovai Sofri ad aspettarmi all'aeroporto. Mi portarono in giro per due mesi».

 

Atti di coraggio, anche. Bettino Craxi voló a Santiago nei primissimi giorni dopo il golpe, con l'Internazionale socialista. All'alba dell'ultimo giorno si fece condurre di nascosto al cimitero di Valparaiso dove in una tomba di amici di famiglia, senza nome era sepolto Allende. All'ingresso, l'impiegato faceva finta di non capire. Fu un bambino di cinque anni, racconta Massimo Pini nel suo "Craxi" (Mondadori, 2006), ad accompagnare la sparuta delegazione al sepolcro. Ma lí intorno gli si paró una pattuglia di soldati.Uno di loro gli si mise davanti puntando il mitra addosso: «Un paso mas y tiro». Allora posarono i fiori lí, sulla ghiaia del viale. Bettino fufermato per due ore. Secondo alcuni venne anche schiaffeggiato. Tornato in Italia, compose anche una litografia con la pagina di un giornale che recava notizia dell'assassinio di Allende. Del Cile parló anni dopo con Ronald Reagan. Cosí, nel giorno in cui muore il piú feroce e remoto dei dittatori, viene anche da chiedersi se oggi lo sanno, laggiú, a 21 mila chilometri di distanza, che cosa ha significato il Cile per l'Italia. Quale infatuazione e partecipazione, quali richiami fantastici, quali passioni, quali mitologie, quali schematismi, quali - e quanti - equivoci.

 

Di questa specie di gemellaggio del cuore la colonna sonora, facili giri melodici, eleganti armonie che d'un tratto si ritmavano in grida e passi scanditi, ecco, la colonna sonora è certamente quella degli Inti Illimani. Giovani musicisti comunisti che nei giorni sanguinosi del colpo di stato si trovavano per caso in tournée in Italia. E qui rimasero a lungo, amatissimi, in una bella casa sui castelli romani, un po' artisti e un altro po' funzionari dell'Arci. Riempivano i teatri e le piazze, davvero. Repertorio d"˜ordinanza: "El pueblo unido jamas será  vencido". Seconda scelta: "Venceremos". In Ecce Bombo c'è una coppia che per togliersi di torno un'amica molesta mette in campo, tra le mille possibili, la scusa invincibile di un concerto degli Inti Illimani.

 

Vaglielo a spiegare, adesso, che mentre loro si trovavano qui in esilio, c'erano italiani di estremissima destra come Stefano Delle Chiaie che per sfuggire alla polizia s'erano trasferiti a Santiago. Vita grama, la loro. Attratti dalla tradizione prussiana dei militari golpisti alla Pinochet, dalle divise grigie della scuola di fanteria, dall'elmetto tedesco e dal passo dell'oca, per sopravvivere si erano ritrovati a fare di tutto, anche i controllori di altri camerati italiani, o i sotto-poliziotti. Ne scrive Vincenzo Vinciguerra nel suo "Ergastolo per la libertá " (Arnaud, 1989): e anche questa storia contro-corrente dimostra che il Cile resta nell'immaginario italiano qualcosa di grande e assai complesso. Un murales un po' scrostato di speranze facili, generose volontá  e sogni infranti. Una tragica lezione che solo il tempo, come al solito, poteva forse aiutare a comprendere. 

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