News per Miccia corta

17 - 11 - 2006

Stragi e omicidi, trent'anni di buio in un libro

(La Repubblica, VENERDáŒ, 17 NOVEMBRE 2006, Pagina 17 – Cronaca)

 

 

 

 

 

"I silenzi degli innocenti" racconta amici e familiari delle vittime del terrorismo, da Bologna al caso Moro 

 

    Una guerra strisciante e destini che si compiono, la vita e poi la violenza sovrana 

 

sacrificati Un coro immane di sacrificati, un'angosciosa seduta di autocoscienza su quel male italiano 

 

testimonianze Una ventina di testimonianze da leggersi una appresso all'altra, come un volume di preghiere 

 

vie d'uscita La ricerca di vie d'uscita individuali dal dolore: ansiolitici e psicoterapie, monasteri e musica 

 

martiri illustri Familiari di martiri illustri, come Coco e Moro, Tobagi e D'Antona; e tanta gente senza volto e senza nome 

 

 

 

FILIPPO CECCARELLI 

 

 

La vita nuda e la guerra invisibile che si è combattuta in Italia negli anni di piombo. La vita quotidiana di tanta gente: biglietti, stazioni, vacanze, affari, pranzi, passeggiate, lavori domestici, il parcheggio, la spesa e poi, di colpo, la violenza sovrana. E per molti - non esiste un elenco preciso, ufficiale e aggiornato! - la morte.

 

Tragiche coincidenze che si annodano, destini che inesorabilmente si compiono. Sogni, sospetti, schegge, pallottole, premonizioni, «nubi rosso sangue» le descrive uno. «E' nell'anima che continuano a spararci» sospira un altro. «Vorrei solo essere lasciato in pace» implora un terzo. Ma ció che conta, dopo tutto, è che ne hanno parlato. O meglio: che qualcuno sia stato a sentirli. «I silenzi degli innocenti» s'intitola il libro (Rizzoli, pagine 252, 9,50 euro) che Giovanni Fasanella e Antonella Grippo hanno dedicato alle vittime del terrorismo.

 

Si chiamano cosí, ormai, secondo una definizione che nel corso del tempo ha finito per smarrire il suo antico pietismo facendosi asettica, convenzionale, lasciandosi definitivamente infreddolire. Vittime: categoria scomoda, disturbante, per giunta attraversata dalla paura e dalla vergogna, dice piú di un sopravvissuto, «di trasformare il nostro dramma in una professione».

 

Esistenze devastate, fin nei ricordi. La polvere di vetro filtrata «fin dentro le mutande» dopo la bomba sul treno in galleria. Il gelo degli agguati la mattina presto nelle periferie operaie del Nord. La morfina all'ospedale di Napoli. E peró: dopo tanti studi, tante inchieste, tanti processi; dopo cospicui saggi e frivole trasmissioni televisive; dopo due o tre commissioni parlamentari, un numero impressionante di controversie e infinite chiacchiere sugli effetti del terrorismo sul sistema politico, ecco - alla buon'ora, ma finalmente - gli effetti del terrorismo sulle persone. Una ventina di testimonianze da leggersi una appresso all'altra, come in un libro di preghiere.

 

Familiari e amici di morti ammazzati; individui che, del tutto ignari o consapevoli, comunque hanno sperimentato la violenza politica sulla propria carne. Un coro immane di sacrificati, un'angosciosa seduta di autocoscienza su un male che in Italia non ha risparmiato nemmeno i bambini: Angela Fresu, tre anni, un corpicino nebulizzato alla stazione di Bologna, forse era seduta proprio sulla bomba; Marco Russo, ucciso sull'Italicus; Stefano Mattei, nel rogo di Primavalle; Nadia e Caterina Nencioni, la prima di nove anni, la seconda di sei mesi, schiacciate sotto le macerie di via dei Georgofili.

 

Cosa vale, quanto pesa, rispetto a tutto questo, l'interpretazione politica del terrorismo? Ci si provi a tacciare d'irrilevanza, superficialitá  o qualunquismo l'interrogativo posto dalla sorella di una vittima, che fa la maestra di scuola: «Un bambino morto in una strage compiuta dalla destra è forse diverso da un bambino morto in una strage compiuta dalla sinistra?». Fasanella e Grippo hanno aperto il loro registratore a chi nemmeno si aspettava che qualcuno fosse interessato alla sua voce. Familiari di martiri illustri (Moro, Coco, Tobagi, D'Antona) e di gente senza volto e senza nome, ma forse anche per questo piú autentica.

 

Ne viene fuori una specie di Spoon river, tanto piú prezioso quanto piú va sbattere sul «dopo», sul «vuoto» dei sopravvissuti: chi si è sentito in colpa, chi si è tolto la vita, chi è finito in convento, chi si è tappato in casa, chi è fuggito, chi si è innamorato, chi gli è venuto un tumore, chi si è laureato o ha fondato un'associazione.

 

Storie diverse, ma anche uguali. I lacci emostatici dopo le «gambizzazioni». Lo sguardo freddo dei killer. Grida, sirene, poveri Cristi in croce sulle lettighe. Lo Stato che se ne frega, spedisce medaglie per posta, nega status e conforto, intralcia l'ottenimento di pensioni, arriva a richiedere il rimborso dei biglietti dei treni esplosi. Come non condividere il senso di abbandono, la solitudine? Converrá  iniziare dalla rabbia o la nausea delle vittime di fronte alle fortune, al rango e alla fama che sempre piú spesso le istituzioni e il sistema dei media offrono agli assassini tornati in libertá . Come se la morte illuminasse chi l'ha data oscurando chi l'ha ricevuta.

 

Eppure nei «Silenzi degli innocenti» pare anche di cogliere la ferita che si rimargina e la vita che prosegue. Il dolore che brucia e purifica. La ricerca di vie d'uscita individuali e collettive: ansiolitici, psico-terapie, monasteri, impegno civile, sport, musica, poesia, il dilemma dell'incontro con i terroristi dopo tanti anni, il percorso mite e rigoroso di chi - Giancarlo Calidori e Anna Di Vittorio, conosciutisi dopo la strage di Bologna e sposati ormai da piú di vent'anni - consuma tempo, denaro ed energia per far passare nella mente e nel cuore del potere l'idea che si puó oltrepassare l'odio, non tirarsi piú addosso i morti, ricordarli piuttosto, anzi festeggiarli con una legge: tutti e tutti insieme.

 

La maledetta voglia, intanto, di capire cosa è accaduto. Le mille domande terribili, la sensazione che «dietro» quel sangue ci sia qualcosa o qualcuno. Veritá  e giustizia: aprire gli archivi, abolire il segreto di Stato. Ma forse anche, come in Sudafrica, far coincidere la veritá  possibile con il possibile perdono.

 

Perché poi, viene da pensare chiudendo il libro, ció che fa male non è tanto che lo Stato abbia lasciato sole le vittime. Ció che addolora è che non approfitti delle loro storie, del loro esito cosí vario, della loro intatta purezza, della loro esemplare umanitá , per diventare un po' piú civile, un po' meno selvaggio di quello che è. 

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