News per Miccia corta

10 - 11 - 2006

In Urss ottant'anni fa nascevano i gulag

(La Repubblica, VENERDáŒ, 10 NOVEMBRE 2006, Pagina 55 – Varie)

 

 

Che cosa resta della tragedia  dei Gulag

  Nel 1926 il lavoro forzato e la reclusione di massa divennero un sistema 

Oggi il mancato confronto con quella realtá  agisce da ostacol alla crescita civile 

 

ANNE APPLEBAUM 

 

 

Dalla sommitá  del campanile del vecchio monastero Solovetsky, nella Russia settentrionale, si scorge ancora il profilo del campo di concentramento. Salendo lassú in una giornata limpida sono riuscita a vedere al di lá  dello spesso muro di pietra che circonda gli edifici del monastero del XV secolo, un tempo sede dell'amministrazione centrale del campo. A nord distinguevo la sagoma della chiesa in cima alla collina i cui sotterranei ospitavano le famigerate celle di punizione del campo.

Al di lá  delle colline e dei dock si estende la vasta superficie del Mar Bianco e il resto delle isole Solovetsky: Bolshaya Muksulmana, dove un tempo i prigionieri allevavano volpi per ricavarne pellicce, Anzer, che ospitava campi speciali per invalidi, donne con bambini ed ex monaci, Zayatskie Ostrov, sede del campo punitivo femminile.

Non a caso lo scrittore russo Alexander Solgenitsyn scelse di chiamare la sua storia del sistema dei campi di concentramento sovietici Arcipelago Gulag. Dopo tutto Solovetsky, primo campo specificamente ideato per i prigionieri politici, era un vero e proprio arcipelago, un carcere che crebbe espandendosi di isola in isola.

Solovetsky fece anche da modello a ció che in seguito divenne noto come gulag. Anche se Lenin e Trotsky iniziarono a costruire campi di concentramento per prigionieri politici giá  a partire dal 1918, fu a Solovetsky che si procedette a meccanizzare e riprogettare il campo e fu lí che la polizia segreta sovietica inizió a sfruttare il lavoro dei prigionieri a servizio dello Stato. E lo Stato ne andava fiero. In un articolo del 1945, un pezzo grosso del Nkvd, la polizia segreta sovietica, scrisse orgoglioso che «il lavoro forzato come metodo di rieducazione» inizió a Solovetsky nel 1926. Quest'anno cade quindi l'ottantesimo anniversario della fondazione del Gulag.

L'origine del Gulag si puó fare almeno in parte risalire al personaggio di Naftaly Aronovitch Frenkel, nato nel 1833 a Haifa, come risulta dalla sua scheda di prigioniero. Nel 1923 le autoritá  lo arrestarono per «transito illegale alla frontiera» condannandolo a dieci anni di lavoro duro a Solovetsky.

Come Frenkel sia riuscito a realizzare la metamorfosi da prigioniero a comandante del campo resta un mistero. Leggenda vuole che, giunto al campo, rimase sconvolto dalla mancanza di organizzazione che vi regnava tanto da scrivere una lettera in cui indicava con precisione le pecche di ciascuna delle attivitá  produttive del campo, che includevano la selvicultura, l'agricoltura e la fabbricazione di laterizi. A quanto sembra un amministratore invió la lettera a Stalin che convocó Frenkel a Mosca.

Sappiamo che Frenkel tentó di trasformare il campo in una fonte di profitto istituendo il famigerato sistema che destinava ai prigionieri razioni di cibo differenziate in accordo alla quantitá  di lavoro portato a termine, realizzando in pratica una selezione dei prigionieri in base alla capacitá  di sopravvivenza. Relativamente ben nutriti i prigionieri forti si rinvigorivano. Privati del cibo i prigionieri deboli si ammalavano o morivano. Il processo veniva accelerato dall'elevato ritmo di attivitá  imposto.

Frenkel mandava i prigionieri a costruire strade e tagliare alberi fuori dal campo. Nel giro di pochi anni I prigionieri di Solovetsky lavoravano in tutta la regione. Stalin accolse questo corso con enorme entusiasmo e promosse l'espansione del sistema dei campi anche nel momento in cui fu chiaro a tutti che si trattava di un sistema non solo crudele, ma anche antieconomico. Impose l'esecuzione di progetti impraticabili, ferrovie attraverso la tundra, gallerie fino all'isola di Sakhalin, molti dei quali non furono mai completati. Invió ai campi particolari "nemici" e rifiutó personalmente le loro domande di grazia spesso con la frase «fateli continuare a lavorare».

Oggi, a 80 anni di distanza, sappiamo quale fu il vero costo del sistema dei campi. Tra il 1926 e il 1953, anno della morte di Stalin, circa 18 milioni di prigionieri passarono attraverso il sistema del Gulag. Altri sei o sette milioni furono inviati al confino in localitá  dell'estremo Nord. A milioni si ammalarono, a milioni morirono. I campi contribuirono a creare la paura e la paranoia che caratterizzarono la vita dell'Urss e distorsero l'economia sovietica, concentrando persone e industrie nel nord gelido e inabitabile.

Considerando l'orribile ruolo giocato dai campi nella storia dell'Unione Sovietica, ci si domanda come mai in Russia il retaggio del Gulag sia un tema cosí scarsamente dibattuto. Perché una data come l'ottantesimo anniversario della fondazione dei campi di Solovetsky non viene ricordata? Sorgono disseminati per la Russia vari monumenti a ricordo delle vittime del Gulag, ma non esiste un monumento nazionale o un luogo di lutto. Peggio, a quindici anni dal crollo dell'Unione Sovietica è assente qualunque dibattito pubblico sul gulag. Non è stato sempre cosí. Negli anni "˜80, all'inizio della glasnost in Russia, le memorie dei sopravvissuti del Gulag vendettero milioni di copie. Ma negli ultimi tempi i libri di storia che contengono simili "rivelazioni" ottengono recensioni negative o passano semplicemente sotto silenzio.

In un certo senso non è difficile spiegarne il motivo. In Russia, la memoria dei campi convive confusa con quella di un gran numero di altre atrocitá : la guerra, la carestia e la collettivizzazione. La gente spesso mi chiede: «Perché i sopravvissuti dei campi dovrebbero godere di un trattamento privilegiato?». C'è chi poi associa il dibattito sul gulag alle riforme economiche e politiche degli anni "˜90, giudicate un pasticcio, e si chiede dove tutto questo abbia portato. Assai piú significativo è il fatto che la Russia è attualmente governata da ex funzionari del Kgb, eredi diretti degli amministratori del Gulag. In realtá  il presidente Vladimir Putin spesso si definisce un Chekista, il termine infame usato per indicare gli appartenenti alla polizia politica di Lenin, precursori del Kgb. Non è nel suo interesse sottolineare il fatto che era membro di un'organizzazione criminale.

Tragicamente il mancato confronto con il passato sta ostacolando la formazione della societá  civile russa e dello stato di diritto. Dopo tutto i capi del Gulag hanno mantenuto le loro dacie e le loro cospicue pensioni. Le vittime del Gulag sono rimaste povere ed emarginate. Agli occhi della maggioranza dei russi oggi è stata una scelta saggia collaborare in passato con il regime. Per analogia, quanto piú si imbroglia e si mente, tanto piú si è saggi.

Alcune delle ideologie del Gulag sopravvivono in senso profondo anche nell'atteggiamento sprezzante e arrogante che la nuova élite russa ha nei confronti dei poveri e della classe media. Se i ricchi non impareranno a rispettare i diritti umani e civili dei loro connazionali la Russia è destinata a restare una terra di contadini impoveriti e di politici miliardari, uomini che conservano i loro patrimoni nei caveau delle banche svizzere e hanno i jet privati in pista, pronti al decollo.

La mancata memoria del passato ha inoltre conseguenze piú banali, di tipo pratico. Puó servire a spiegare, ad esempio, l'insensibilitá  dei russi rispetto a determinate forme di censura e alla costante, opprimente presenza della polizia segreta, oggi ribattezzata Fsb. Il fatto che la Fsb possa intercettare conversazioni telefoniche ed entrare in abitazioni private senza mandato non turba piú di tanto i russi. Né li turba l'inquietante orrore del loro sistema penale. Nel 1998 mi recai a visitare la prigione centrale della cittá  di Arkhangelsk, un tempo una delle capitali del Gulag. Il carcere, risalente a epoca pre-stalinista, sembrava rimasto pressoché immutato. Le celle erano affollate e mal areate, i servizi igienici primitivi. Il responsabile del carcere si strinse nelle spalle. Era tutta questione di soldi, mi disse. I corridoi erano bui perché l'elettricitá  costava cara, i prigionieri restavano settimane in attesa di processo perché i giudici erano mal pagati. Non mi convinse. Se le prigioni russe hanno ancora l'aspetto che avevano all'epoca di Stalin, se i tribunali e le indagini penali sono una messinscena è in parte perché il passato non tormenta i giudici, i politici o le élite imprenditoriali russe.

Ma pochissimi nella Russia di oggi sentono il passato come un fardello o un dovere. Il passato è un brutto sogno da dimenticare. Come un grande vaso di Pandora chiuso in attesa della generazione successiva.

© 2006 Cicero

(Distributed by The New York Times Syndicate) 

 

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