News per Miccia corta

09 - 11 - 2006

Neofascisti una storia taciuta. La nascita del Msi favorita da USA

(La Repubblica, GIOVEDáŒ, 09 NOVEMBRE 2006, Pagina 50 – Cultura)

 

I contatti segreti Di Romualdi e Borghese con agenti dell'Oss durante la guerra 

 Nel Dopoguerra Capi della decima Mas reclutati per addestrare reparti israeliani 

 

Simonetta Fiori

Esce oggi dal Mulino un documentato libro sul neofascismo in Italia a cura dello storico Giuseppe Parlato. Un volume ricco sul piano della ricerca (materiali anche inediti, tratti dagli archivi americani e dagli archivi privati dei protagonisti, oltre che carte riservate del ministero degli Interni), ma che non mancherá  di suscitare discussione sia per alcune interpretazioni, sia per l'intonazione complessiva, che pare ispirata da un sostanziale superamento della bussola antifascista. Fascisti senza Mussolini - questo il titolo, con il sottotitolo: Le origini del neofascismo in Italia 1943-1948 - esce a ridosso del sessantesimo anniversario del Movimento Sociale Italiano, fondato a Roma il 26 dicembre del 1946. Parlato ne rovescia la tradizionale lettura d'un partito meramente nostalgico, lumeggiando i rapporti con gli Usa in funzione anticomunista. Un'estesa trama di contatti - quelli tra neofascisti e amministrazione americana - che risale a prima della fine della guerra, grazie al lavoro di tessitura di alcuni fascisti clandestini al Sud, oltre che di Borghese e Romualdi, con ambienti dei servizi segreti statunitensi. Non mancano pagine sorprendenti, specie sul reclutamento nell'immediato dopoguerra degli uomini della Decima Mas (tra le piú zelanti nel difendere il Führer dell'Olocausto) come addestratori dei reparti d'assalto israeliani. L'autore di Fascisti senza Mussolini è un allievo di Renzo De Felice, insegna Storia contemporanea alla Libera Universitá  San Pio V di Roma, presso la quale ricopre la carica di Rettore. ሠanche vicepresidente della Fondazione Ugo Spirito.

 

Professor Parlato, lei riconduce le origini del Movimento Sociale al fascismo clandestino operante tra il 1943 e il 1945 nel Sud dell'Italia liberata.

«Sí, da lí discendono una serie di legami che consentono di leggere la nascita del Msi in modo totalmente diverso: non un movimento di reduci, ma una forza atlantica e nazionale nel quadro della Guerra fredda. Tra i personaggi-chiave della tessitura segreta negli anni della guerra spicca il principe Valerio Pignatelli della Cerchiara, un irrequieto e romantico personaggio mandato nel Sud per organizzare i gruppi fascisti. Le carte che ho consultato nei Nara, i National Archives and Records Administration, mostrano i contatti del nobile calabrese, che di fatto era il capo del fascismo clandestino, e soprattutto della sua influente moglie con ambienti dell'Oss, che facevano capo ad Angleton».

Quali episodi le paiono rivelatori?

«Nell'aprile del 1944 la principessa Pignatelli - che aveva collaborato con il marito nella creazione di una vasta rete clandestina tra Calabria, Campania, Puglia e Sicilia - attraversó l'Italia scortata da agenti dell'Oss. Ora appare sconcertante che in piena guerra la moglie di uno dei capi riconosciuti del fascismo clandestino meridionale potesse tranquillamente varcare le linee, attesa dai tedeschi e poi da Mussolini, e piú tardi tornarsene a Napoli con l'appoggio logistico e morale dell'Oss».

C'è anche il particolare del figlio.

«A Roma nello stesso periodo operava Emanuele De Seta, figlio della principessa e collaboratore di Peter Tompkins, agente segreto americano in Italia. In seguito Valerio Pignatelli si sarebbe guardato bene dal parlare del coinvolgimento dei servizi. E in campo neofascista questa ipotesi della collaborazione con il nemico storico è sempre stata rigettata con veemenza».

Anche Valerio Junio Borghese, capo della Decima Mas, andava tessendo rapporti con i servizi statunitensi.

«Sí, in quel caso il tramite fu l'ammiraglio Agostino Calosi, responsabile dell'Ufficio Informazioni della Regia Marina del Sud. L'attenzione degli americani per la Decima Mas fu notevole. Basti pensare che il 26 aprile del 1945 Borghese riuscí a rifugiarsi a casa di amici, per poi essere messo in salvo dallo stesso Angleton, che andó a prenderselo a Milano. I documenti americani non dicono quando esattamente cominciarono i primi contatti sotterranei, probabilmente alla fine del 1944. ሠevidente che anticiparono d'un paio d'anni la guerra fredda».

Meno conosciuto, in questa trama segreta, è il ruolo di Pino Romualdi.

«Sin dall'autunno del 1944 Romualdi, che era vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano, entró in contatto con l'Oss attraverso il suo segretario, l'ingegner Nadotti. Fu grazie a queste relazioni che il 27 aprile del 1945 riuscí a scampare alla fucilazione. Ma non furono contatti finalizzati alla salvezza personale. Sia Romualdi, sia Borghese e i fascisti clandestini di Pignatelli si ponevano il problema del "dopo", creando le basi del futuro Movimento Sociale».

Ma gli americani se ne fidavano?

«Quando nel 1946 Nino Buttazzoni, altro capo riconosciuto della Decima Mas, tenta di sottolineare presso gli Alleati la potenzialitá  anticomunista dei neofascisti, l'agente informatore che redige il rapporto si mostra disponibile al progetto. Peró attenzione alle semplificazioni. I servizi americani non erano omogenei. In molte note informative la destra neofascista è vista con timore e perplessitá . Se ci furono aperture e spiragli, fu per la paura del pericolo comunista: questo era molto avvertito negli ambienti vicini ad Angleton».

Lei scrive che il reclutamento dei neofascisti inizió prestissimo, all'indomani della Liberazione: sia da parte della Dc che del Pci.

«Il proselitismo cominció nei campi di concentramento, circa centodieci, dove furono rinchiusi i fascisti. A Terni, al principio del 1946, durante la visita del vescovo agli internati, si fece capire ai fascisti che, se avessero voluto uscire presto, l'iscrizione alla Dc non sarebbe stata inopportuna».

Anche la Chiesa, lei documenta, ebbe un ruolo nell'ordito di rapporti che dará  poi origine al Msi.

«Molti fascisti latitanti, tra cui reduci di Saló, trovarono riparo presso il Seminario maggiore al Laterano, lo stesso che durante l'occupazione tedesca aveva ospitato De Gasperi, Nenni e Saragat. Figure come quelle di Giorgio Pini e Giorgio Almirante ebbero lavoro presso istituzioni ecclesiastiche. Roma si presentava come "una mammona sensibile e accogliente", cosí la raccontano i testimoni».

Lei insiste anche sulla campagna di reclutamento ad opera del Pci.

«Ha raccontato Sandro Curzi che nel campo di reclusione di Coltano ci andava anche lui, insieme ad altri suoi compagni: la direttiva del partito era conquistare gli internati alla causa comunista. Giá  durante la guerra, alla fine del 1941, dai microfoni di radio Milano Libertá  Togliatti s'era rivolto a chi aveva creduto nel fascismo. Dopo la fine della guerra fu Pajetta ad aprire per primo la strada al recupero, con una serie di interventi sull'Unitá ».

Quest'apertura è nota, come l'appello di Togliatti ai fratelli in camicia nera. Lei peró va oltre, sostenendo che l'idea di Togliatti era quella di travasare nel Pci l'intera classe dirigente fascista.

«Naturalmente è una mia interpretazione, e come tale puó essere discussa. D'altra parte analogo processo era avvenuto sul piano sindacale: la Cgil ereditó dirigenti e struttura organizzativa del sindacato fascista. Ma il progetto di Togliatti era ancora piú ambizioso: annettere al partito la spina dorsale dell'amministrazione che aveva operato sotto il fascismo. L'amnistia e l'affossamento dell'epurazione vanno visti in questa chiave».

Sempre secondo la sua ricostruzione, la Dc comprese l'operazione.

«Intanto Togliatti non si aspettava che i rapporti tra fascisti e servizi segreti americani fossero cosí intensi. E poi i democristiani smontarono il piano di Togliatti, opponendovi subito una contromossa: intanto la reimmissione nello Stato dei funzionari e degli impiegati giá  epurati, successivamente la "non opposizione" alla costituzione di un unico movimento neofascista, legale, strutturato, e in grado di partecipare alle elezioni. In questo modo De Gasperi riuscí a sventare la campagna comunista di conquista dei fascisti».

Fu grazie al referendum del 1946 che Romualdi acquistó un ruolo politico.

«Si trattó in realtá  di una beffa, che peró gli riuscí. Promise sia ai monarchici che ai repubblicani la neutralitá  dei neofascisti in cambio della promessa dell'amnistia. Va detto che intanto lavorava sotterraneamente per far arrivare al governo la minaccia d'una possibile azione eversiva. Infatti i verbali del consiglio dei ministri, prima e dopo il referendum, ci mostrano tutta la preoccupazione per un possibile golpe da parte della Corona con l'aiuto della manovalanza fascista».

Un dettaglio non secondario è che Romualdi era latitante, condannato a morte in contumacia da una straordinaria Corte d'Assise.

«Ma non mancarono incontri segreti con esponenti dei vari partiti, dal Psi alla Dc, che schieró alcuni dirigenti molto vicini a De Gasperi. Colloqui che si intensificheranno in vista dell'amnistia. Con il falso nome di Dottor Rossi, Romualdi andó a parlare con Ivanoe Bonomi nell'appartamento privato dei nipoti, in piazza della Libertá , a Roma. Probabilmente l'ex capo del governo non realizzó con chi stesse parlando, ma accettó di porre fine alla legislazione straordinaria contro i fascisti e di favorire l'amnistia».

Una pagina sorprendente è quella sui rapporti tra Decima Mas e Israele.

«Fu Ada Sereni, nel giugno del 1946, a rivolgersi all'ammiraglio Calosi perché le indicasse elementi fidati che da un lato potessero condurre le imbarcazioni dirette in Israele, dall'altro fossero in grado di addestrare alla guerriglia le formazioni militari degli ebrei palestinesi presenti in Italia: questo in vista dell'inevitabile scontro con gli inglesi, decisi ad opporsi allo sbarco degli ebrei in Palestina. Calosi le indicó uomini della Decima Mas, che furono reclutati a tale scopo. Due anni piú tardi sará  Fiorenzo Capriotti ad accettare l'incarico di trasferirsi in Israele per addestrare unitá  specializzate della neonata marina. Diventerá  in brevissimo tempo uno dei piú apprezzati consiglieri militari».

Secondo la sua ricostruzione l'attentato all'ambasciata britannica, nell'ottobre del 1946, fu il risultato della collaborazione tra fascisti e destra sionista.

«Sí, Romualdi confessó che c'era anche il loro zampino».

Professore, posso muoverle un'obiezione? Lei dá  una ricostruzione molto dettagliata del neofascismo, ma un ragazzo che non sappia cos'è stato il fascismo non coglie minimamente la drammaticitá  della dittatura e della Repubblica di Saló. Molti dei personaggi dei quali lei tratta furono responsabili di violenze o comunque conniventi con un regime oppressivo e persecutore. L'ideologia nera lascerá  poi una traccia nella storia d'Italia, fino alla stagione delle stragi.

«Penso che il compito d'uno storico sia ricostruire le vicende nella loro fattualitá , soprattutto se di quel periodo è stato scritto finora molto poco. Non credo che debbano intervenire giudizi di carattere etico. Se entro in un'ottica morale, se faccio l'errore di avvertire il lettore "guarda, sono dei criminali", finisco per condizionarlo, anche perché "criminali" si trovano anche nelle file avversarie. E cosí che l'ideologia annulla la ricerca storica».

Da un libro sull'ereditá  del fascismo ci si aspetta la sottolineatura delle vaste zone d'ombra. Nella sua narrazione si sorvola sulle vittime dei fascisti, mentre ci si sofferma a lungo sulle vittime delle violenze partigiane. Anche il fatto che molte figure compromesse con la dittatura e con Saló rimangano in posti chiave dello Stato non sembra turbarla piú di tanto. Altri storici, a cominciare dalle ricerche fondamentali di Claudio Pavone, individuano in questa continuitá  un grave vulnus per la crescita democratica del paese.

«Ma il mio compito non è scandalizzarmi. Certo, lei mi fa notare che sulla continuitá  tra fascismo e postfascismo è uscito un libro importante come quello di Claudio Pavone, ma con accenti molto diversi dai miei. Considero positivo che emerga una nuova generazione di storici capace di sottrarsi a categorie moralistiche».

Morali, non moralistiche, professore, non disgiunte da ricostruzioni storiografiche documentate.

«Va bene, morali. Ma io rimango persuaso che lo storico debba compiere un passo indietro rispetto all'etica. Solo cosí puó capire la storia del Novecento italiano. Credo poi che il mio libro scontenterá  sostanzialmente un'altra categoria di lettori, ossia coloro che hanno sempre coltivato un'immagine reducistica e testimoniale del Msi. Non è un caso che i contatti con i servizi segreti americani, con gli ambienti ecclesiastici, con i gruppi monarchici, con settori massonici, ebbene tutta questa tessitura sia rimasta per sessant'anni sotto una coltre di silenzio. Il mio lavoro riempie una pagina rimasta fin troppo a lungo bianca». 

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