News per Miccia corta

25 - 10 - 2006

Ingrao e la Resistenza: ``Neanche il Colle la difende``

(La Repubblica, MERCOLEDáŒ, 25 OTTOBRE 2006, Pagina 25 – Interni)

L' anziano leader della sinistra alla presentazione del suo libro "Volevo la luna" critica anche Giampaolo Pansa

  ALESSANDRA LONGO ROMA - Collera. Pietro Ingrao usa la parola collera, unita al «disgusto», per definire il suo stato d'animo di fronte a coloro che liquidano «in quel modo» la guerra partigiana quasi fosse un peso sulla strada della cosiddetta pacificazione, quasi si trattasse di un capitolo imbarazzante. Una denuncia «di certi giornali e certi giornalisti» (ad essere evocato è chiaramente Giampaolo Pansa) ma anche un monito a «chi, in stanze che stanno piú in alto di quella dalla quale stiamo parlando», sceglie di non intervenire nel merito (qui il riferimento è, con ogni evidenza, al presidente della Repubblica). A novant'anni, solo la voce è diventata un po' fragile ma le parole sono affilate, scelte accuratamente davanti alla platea romana che è venuta a sentir parlare del suo ultimo libro «Volevo la luna». Ci sono Fausto Bertinotti, «addirittura presidente della Camera», come ironizza amabilmente Ingrao, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, «uno che gira il mondo», e Luciana Castellina, «che è quel che è, Luciana», l'amica prediletta, ingraiana doc. Dunque «collera», dice il leader comunista, le mani strette sul microfono: «Non capisco il silenzio di chi sta in alto, si tace forse troppo rispetto a quel che accade, al modo con cui viene oggi descritta da taluni la guerra di liberazione». E poi anche un'altra accusa: «Si tace troppo sulla guerra. Tutti quelli che hanno in mano le chiavi del potere la praticano, con piú o meno saggezza. E la speranza della pace sembra cancellata. Io vi chiedo, chiedo ai presenti: la parola pace è stata bandita?».

 Ecco la zampata di Ingrao, «il vecchietto», come lui si autodefinisce per civetteria. Ascolta senza prendere appunti, anche cose per nulla compiacenti, come le riflessioni di D'Alema, divise in due, prima le lodi, poi la critica: «A te, Pietro, va la nostra gratitudine generazionale. Hai accettato la disciplina del partito con sofferenza personale, hai vissuto sulla tua pelle l'intrecciarsi drammatico tra la vocazione democratica del Pci e il rapporto con lo stalinismo, hai vissuto un'idea di comunismo come strumento di riscatto degli oppressi e degli umili, un comunismo che è il piú distante possibile da quello realizzato. Sei rimasto nel partito, testardamente, al limite dell'eroismo, e il tuo permanente conflitto con lo stalinismo ha offerto a noi giovani dei varchi, ci ha consentito di vivere nel Pci senza dover passare per i tuoi traumi, per le tue prove. Il nostro '56 fu il '68, l'invasione sovietica della Cecoslovacchia. Ma in molti, dentro il partito, furono capaci di dire di no...». Testardo, «cultore del dubbio che immunizza dal fondamentalismo, comunista della libertá », come lo chiama Bertinotti, peró anche «ingeneroso», dice, alla fine, D'Alema, pensando agli anni della Bolognina: «Abbiamo sentito il peso di una critica spesso ingenerosa nei confronti dei nostri tentativi di continuare a far vivere l'idea di una sinistra capace di rinnovarsi e cambiare». Ingrao, il viso impassibile, registra l'affondo di D'Alema, sempre lui, che pensa sia stato piú uno splendido testimone che non «un leader in grado di dare una risposta politica» alla crisi dell'esperienza comunista. Segue, a compensazione, l'analisi affettuosa di Fausto Bertinotti. Il presidente della Camera riconosce al vecchio leader di aver avuto quell'intuizione che «dá  un senso nuovo» all'essere comunisti, oltre l'Urss, oltre il Pci: la scelta della nonviolenza, il rapporto con i movimenti che criticano la globalizzazione capitalistica. Per ultimo, tocca a lui. Non risponde a nessuno. Ha qualcosa che gli preme dire. Qualcosa contro «certi giornalisti che in questi giorni» si occupano della guerra partigiana «in quel modo». Qualcosa contro chi, «nelle stanze alte», potrebbe parlare ma «tace troppo». E dall'alto dei suoi 90 anni, guarda avanti, non indietro: «Vi sono zone del pianeta che bruciano. Agli amici che sono qui io dico: vorrei che nelle aule dove voi lavorate parlaste meno di eventi epocali e piú di quel che sta succedendo, del ritorno alla guerra. Vi faccio una domanda: la parola pace ha ancora un senso?». 

 

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