News per Miccia corta

24 - 10 - 2006

Scontri nel 50° della rivolta contro l'Urss. La tv: due morti

(La Repubblica, MARTEDáŒ, 24 OTTOBRE 2006, Pagina 10 – Esteri) Budapest, la festa finisce nel sangue  Decine di feriti, ore di guerriglia urbana I dimostranti: "Nuovo regime"  I manifestanti d'estrema destra "sequestrano" un tank d'epoca staliniana  Leonardo Coen

 

 

 

 

 

 Varoshaza TER, la piazza dietro al municipio. Ore diciotto. Altro che festa del Cinquantenario, che rievocazione unitaria dell'insurrezione fallita. E' battaglia. Aspra. Cattiva. Due morti, dice a tarda sera la tv.
Al grido di «Sparisci Gyurcsany!», il premier demonizzato dal fronte del populismo di destra, i commandos dell'ultradestra vanno all'assalto, fazzoletti sul volto, bandane sulla fronte, giubbotti rigonfi. Fanno barricate. Insultano. Sbeffeggiano la polizia del «nuovo regime». Urlano: «Avo!», la famigerata polizia politica ungherese al servizio dello stalinismo.
Davanti, le falangi blu della Rendorseg, la polizia ungherese, avanzano lente, sicure. Caschi e scudi, manganelli e lanciagranate. L'efficienza della repressione, urlano i manifestanti, «come quella dei comunisti che nel 1956 uccisero i nostri patrioti». Nuvole di gas lacrimogeno invadono persino le stazioni della metropolitana. Fuggi fuggi. Bandiere dell'Ungheria col buco ostinatamente sventolate: durante la rivolta del "˜56 i rivoltosi avevano tagliato al centro la falce e martello con la stella rossa. Ora i militanti delle destre rivendicano di essere i veri eredi di quella rivoluzione mancata. La polizia ha giá  sparato proiettili di gomma in piazza Erzsebet. Ha bersagliato di manganellate chiunque si opponesse al suo ordine. Il centro di Budapest è sconvolto da ore di guerriglia urbana. Il bilancio è pesante: due manifestanti morti, secondo la televisione. Uno sarebbe stato colpito da un lacrimogeno e un altro colto da infarto. Decine di feriti e di arresti. Sirene incessanti per colonna sonora, soffocate cosí le musiche patriottiche: non smettono mai. Di tanto in tanto, qualche esplosione: le granate lacrimogene, ma anche i mortaretti che una gang di motociclisti in Harley Davidson lancia durante le sue scorribande sui grandi viali della capitale ungherese: sono una cinquantina, sfoggiano l'abbigliamento reso immortale da Marlon Brando, sventolano le bandiere della Grande Ungheria e quella di Arpad (la dinastia dei magiari che invasero il bacino dei Carpazi), divenuta simbolo dei fascisti ungheresi, e dei fiancheggiatori nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Laszlo Garamvolgyi, il portavoce della polizia si limita a dire: «I manifestanti hanno cominciato ad aggredire i nostri colleghi, non potevamo non rispondere». Tutto è cominciato alle due di domenica notte, aggiunge Garamvolgyi, quando abbiamo sgomberato piazza Kossuth dal sit-in antigovernativo durato 36 giorni: «Abbiamo trovato armi, calzini imbevuti di petrolio, molotov, sbarre di metallo, catene». Insomma, queste azioni di guerriglia erano premeditate. Gruppetti di giovani mascherati hanno agito in punti diversi della cittá , ma la strategia che li guida è la stessa: provocare la reazione violenta delle forze dell'ordine. E diventare cosí le vittime. O meglio: «I nuovi eroi». Sono rispuntati gli hooligan di metá  settembre, quando la protesta per le «bugie» di Gyurcsany sfociarono in disordini e in devastazioni teppistiche. E molti simpatizzanti di Fidesz, la coalizione dell'opposizione, sono arrivati dalle campagne, tradizionale serbatoio elettorale dei conservatori. Non a caso, nelle ultime elezioni municipali, la destra ha vinto solo in provincia. Nelle grandi cittá , soprattutto nella capitale, la sinistra ha tenuto. Il grande comizio di Viktor Orban, leader delle destre, convocato alle 16 davanti all'hotel Astoria, si è concluso in una sorta di tripudio e di sventolii tricolori. E' il fronte pacifico della contestazione, il braccio perbenista del dissenso di destra, il cattonazionalismo che si nutre di slogan logori altrove, ma non in terra d'Ungheria. Ventimila persone hanno inneggiato alla fine del governo, sentendosi dalla parte dei «giusti». Anzi, è la loro la «commemorazione dei giusti», non quella messa in scena da Gyurcsany, «l'Ungheria sta passando una grossa crisi morale, aggravata dal fatto che a governarla stanno gli eredi dei repressori del 1956». La demagogia populista fa leva sui ceti emarginati dalle riforme economiche, la globalizzazione è il grande nemico nazionale, l'Unione Europea non sta dalla nostra parte, «l'Ungheria agli ungheresi!», ecco la parola d'ordine che aggrega contadini poveri e disoccupati, il nazionalismo è il collante dello scontento popolare. Che esiste e che non si puó camuffare. Irrompe un drappello di poliziotti a cavallo, una carica selvaggia. La folla si disperde. Un manipolo di dimostranti si fionda verso lo spiazzo della mostra sugli automezzi del 1956. Ci sono due carri armati, come quelli che i rivoltosi di mezzo secolo fa presero all'esercito popolare ungherese del regime di Rakosi. Sulle torrette si distingue lo stemma ungherese dipinto di vernice bianca, il «kossuth». Allora era vietato, un simbolo eversivo. Oggi è un simbolo conteso. Uno dei due carri è un vecchio macilento T34/85, costruito dai sovietici durante la Seconda guerra mondiale e poi passato all'esercito ungherese. Il manipolo degli estremisti monta sulla corazza. Uno di loro solleva la botola della torretta, s'infila dentro. Un minuto e un rombo cupo, grosso, inquietante spaventa la folla. E' il motore del carro armato. L'hanno messo in moto. Il carro sbuffa fumo scuro, tra scrosci di applausi e di incitamento. Scende dalla piazzuola, quasi va a sbattere contro i cordoli delle corsie tranviarie. La torretta ruota, il cannone punta verso le schiere della polizia. Ma è un bluff. Un'azione dimostrativa. Perché ovviamente il carro è disarmato. E perché basta solo quel gesto beffardo e minaccioso: le tv di mezzo mondo sono lí a riprendere la scena. C'è pure la guerriglia dell'informazione e controinformazione a far da sfondo a questo delirante 23 ottobre del 2006 che mostra drammaticamente un'Ungheria divisa, spezzata. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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