News per Miccia corta

28 - 06 - 2006

«Cossiga boia». Le scritte diventano una mostra

(Corriere della Sera, 28 giugno 2006)

Dal 6 luglio a Roma, in Campo de' Fiori. L'idea è di Annamaria, la figlia dell'ex presidente della Repubblica: «Un modo elegante per guardarsi indietro»

«Cossiga boia». Le scritte diventano una mostra

Esposte le foto degli insulti apparsi sui muri d'Italia negli anni Settanta


ROMA - «Stavo mettendo a posto l'archivio di mio padre quando ho visto quella foto». Una vecchia foto degli anni Settanta che riproduceva la scritta «Cossiga zuzzurellone» tracciata su un muro di Roma. Annamaria Cossiga, figlia dell'ex presidente della Repubblica, guarda quell'immagine e di colpo le sembra di tornare indietro nel tempo, all'epoca in cui suo padre era ministro dell'Interno e i gruppi eversivi lo consideravano il nemico numero uno. «Avevo quindici anni e mio padre veniva insultato e minacciato. Ora tutto è cambiato, e allora mi son detta: perché non ci facciamo una bella mostra? Sarebbe un modo elegante per guardarsi indietro e sdrammatizzare quegli anni bui, i cosiddetti anni di piombo». Annamaria ne parla al presidente Cossiga. Dice che vuole raccogliere tutte le foto con le scritte che comparvero sui muri contro di lui nel periodo 1976-1978. L'ex capo dello Stato è entusiasta. «Ci sono tre album - racconta -. Li fece un fotografo della polizia che girava Roma alla ricerca di quelle iscrizioni».
La figlia ottiene l'okay del suo amico Vincenzo Mazzarella, titolare della Galleria Monferrato 900 a Campo de' Fiori. E il 6 luglio la mostra apre, prende il titolo dallo slogan che è un po' il simbolo di quegli anni: «Cossiga boia». Ma su ispirazione dello stesso Cossiga sará  ampliata. Non una semplice riproduzione degli oltraggi e degli ammonimenti contro di lui, ma anche pannelli con le immagini delle Brigate rosse, degli Autonomi, dei Nar. Un'esposizione completa che riporta alla luce uno dei periodi piú turbolenti della nostra storia. Le foto saranno montate su pannelli metallici mobili, in modo che siano poi facilmente trasportabili per eventuali esibizioni in altre cittá .
«Il mio nome - ricorda l'ex presidente della Repubblica - campeggiava sui muri scritto col K. Ho il rammarico di non essere riuscito a trovare la foto della scritta sul Muro di Berlino. Ero in visita in Germania e gli Autonomi tedeschi mi accolsero con un gigantesco KoSSiga con le esse naziste. A Roma scrivevano Cossiga boia e Kossina assassigo». Uno slogan che auspicava soluzioni radicali: «Kossiga boia è ora che tu muoia». A un certo punto comparve anche un manifesto con la fotografia di Cossiga e sotto la dicitura: «Cossiga, agrario democristiano, ministro di polizia, usa per i suoi scopi bande armate denominate carabinieri e polizia, col favoreggiamento del Pci».
Fu all'epoca in cui Cossiga sedeva al Viminale, nel '78, che venne autorizzata la formazione di corpi speciali per combattere il terrorismo, nacquero i Gis dei carabinieri e i Nocs della polizia. E nell'80 fu varata la «legge Cossiga» che estendeva i poteri delle forze dell'ordine. Per questo i gruppi eversivi individuavano in Cossiga la faccia del potere repressore e sfogavano contro di lui il loro odio. «Gli Autonomi volevano ammazzarmi - dice l'ex capo dello Stato -, ma era gente poco seria. L'unico tentativo vero di farmi fuori fu progettato dai Nar».
Nonostante le tensioni che assillavano il padre, la figlia assicura di «non aver provato paure particolari, lui era bravo a lasciare fuori casa le preoccupazioni, solo quando hanno ucciso Moro l'ho visto rientrare con i segni della sofferenza sul viso». Da ragazza, Annamaria circolava con la scorta. «Giovani cortesi - ricorda Cossiga -. Il problema fu quando volle il motorino. Fu necessario dotare di quel mezzo anche gli agenti». Una volta Cossiga, dimentico di essere un uomo nel mirino, volle comportarsi come un papá  normale e portó il figlio al cinema a vedere Guerre stellari . Non riuscirono a restare seduti a lungo. «Era appena cominciata la proiezione - racconta - e arrivó l'ordine di sgombrare la sala. Una telefonata annunciava che avevano messo una bomba sotto una poltrona. Uscii per ultimo, ma non c'erano bombe, era solo una burla».

Marco Nese

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