News per Miccia corta

14 - 06 - 2006

Gallinari: La memoria corta degli anni Settanta

(il manifesto, 14 Giugno 2006)

La memoria corta degli anni Settanta

Da Prospero Gallinari a Adriana Faranda i br rileggono la loro esperienza. Un fiume d`inchiostro per una falsificazione storica


Andrea Colombo

Prospero Gallinari, militante e leader delle Brigate rosse, racconta la sua versione della vicenda storica che lo vide protagonista. Il libro si chiama Un contadino nella metropoli (Bompiani, pp.350, euro 17). Probabilmente non sará  l`ultima memoria scritta da un ex brigatista. Di certo non è la prima: quella palma che spetta di diritto a Enrico Fenzi e al suo Armi e bagagli (Costlan, pp. 206, euro 8.80), uscito negli `80 ma ripubblicato, dopo anni di assenza dalle librerie proprio in questi giorni.
In mezzo c`è una intera e cospicua bibliografia, fatta di memorie, lunghe interviste individuali o collettive, romanzi a sfondo autobiografico. In quest`ultimo scaffale va inserito Il volo della farfalla (Rizzoli, pp. 312, euro 17) di Adriana Faranda, giá  autrice di un`autobiografia uscita una dozzina d`anni fa, L`anno della tigre. L`elenco degli altri autori è lunghissimo: Barbara Balzerani, Anna Laura Braghetti, Mario Moretti, Valerio Morucci, Renato Curcio, Alberto Franceschini, solo per citare i nomi piú noti.
Sono storie tutte diverse e tutte uguali. Cambiano i giudizi sul passato, le analisi retrospettive, il tasso di rivendicazione o rinnegamento di quella scelta estrema. Cambia, ed è forse l`unico vero spartiacque che separa in due grandi gruppi gli ex br, l`estrazione di classe, la provenienza da famiglie operaie e, come nel caso di Gallinari, contadine oppure medio o alto borghesi. Non a caso tra i principali ricordi d`infanzia di Gallinari, figlio di contadini emiliani, e di Barbara Balzerani, famiglia operaia di Colleferro, pochi chilometri da Roma, ce n`è uno identico. I Gallinari e i Balzerani vivevano entrambi di fronte alla casa dei «padroni», affacciati sullo stesso piazzale, divisi da pochi metri di terra e socialmente lontani anni luce. Difficile trovare immagini che mettano in scena con altrettanta chiarezza le radici e le motivazioni della rabbia esplosa in Italia oltre tre decenni fa e di cui la lotta armata fu l`ultima e periferica, ancorché sanguinosissima, propaggine.
Identica è invece la ricostruzione della strategia e dell`identitá  politiche della piú importante organizzazione armata italiana: la mitologia della resistenza tradita, la diffidenza fortissima per i movimenti di massa di quegli anni, e in particolare per quello del `77, il rapporto di continuitá  con l`esperienza del Pci. Lo aveva capito, giá  nel `78, Rossana Rossanda in quell`articolo, tanto celebre e citato quanto sovente travisato, sull`«album di famiglia». L`album in questione non era, come spesso si pensa, quello della sinistra estrema in genere: era quello di una parte non secondaria della tradizione del Pci italiano. E fino all`ultimo la leadership brigatista si pensó come erede di «quel» Pci, condividendo tutti i sospetti e l`antipatia del Pci berlingueriano per i movimenti autonomi e piú che mai giovanili. In quel livido 1978 i giovani italiani, inclusi i giovani e incazzatissimi operai che l`anno seguente avrebbero dato vita all`ultima rivolta di Mirafiori, andavano a ballare e si vestivano come John Travolta nella Febbre del sabato sera.
E figurarsi cosa ne potevano capire quei militanti che non andavano oltre Pietro Secchia di una rabbia e di una rivolta che marciavano di pari passo in fabbrica e in discoteca. Non capivano infatti, e nel dubbio disprezzavano, cordialmente ricambiati, quel movimento per loro incomprensibile che rimepiva le piazze in quegli stessi anni.
C`è chi si indigna per questa proliferazione selvaggia di memorialistica ex-armata, e invoca un penitente silenzio. Ma non si capisce bene perché il silenzio dovrebbe essere piú etico della parola, e l`oblio piú morale di un ricordo che, come sempre, dice e spiega piú di quanto non sappia e forse non voglia chi racconta. Al contrario, per quanto severo possa essere il giudizio sulla vicenda armata italiana, è fuor di dubbio che le memorie di chi fece quella scelta aiuta a capire un`epoca.
Con un limite fondamentale, che peró con l`etica non c`entra affatto. Per quanto gli ex brigatisti si lamentino del silenzio che circonda i loro tempi, è probabile che nessuna altra esperienza armata nel mondo sia stata tanto raccontata, spiegata, descritta nei dettagli, giustificata o demonizzata dai suoi stessi protagonisti. Anche limitando lo spettro all`Italia dei `70, non c`è paragone possibile tra i fiumi d`inchiostro dedicati a se stessi dagli ex br e le scarse autobiografie degli aderenti ad altre organizzazioni armate, di sinistra come di destra, per non parlare dei movimenti non armati.
Che gli ex br lo vogliano o meno, l`esito di questa offensiva editoriale finisce per essere una grossolana falsificazione storica. Quella che fu una realtá  marginale e tarda nella rivolta italiana dei `70 s`impone a posteriori come l`essenza piú intima di quella stessa rivolta, lo sbocco inevitabile verso il quale tendeva sin dall`inizio, e senza possibili alternative. A volte sembra che la sola divisione, nella sinistra rivoluzionaria dei `70, sia stata quella tra dissociati e irriducibili, e anche lí l`egemonia esercitata dagli ex br sulla memoria storica rischia di ridurre a puro tradimento un`esperienza complessa come quella della dissociazione. E` una semplificazione che fa comodo a tutti. Peró ha il torto di rovesciare come un guanto la realtá  storica. Basterebbe leggere con piú attenzione che indignazione le memorie degli ex Br per accorgersene.

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Anni Settanta

I ricordi monolitici di Prospero Gallinari

Sara Menafra

Comunista, o meglio comunista del Pci. Prospero Gallinari, la cui autobiografia è da poco in libreria (Un contadino nella metropoli, ricordi di un militante delle Brigate rosse) tra tutti i membri del principale gruppo armato italiano appare a chi ha conosciuto quella storia solo sui libri quello che piú si sentiva legato alla tradizione del comunismo italiano. Non a quel comunismo di fabbrica che ha le Botteghe oscure e il sindacato come assi cartesiani, ma alla tradizione emiliana, cresciuto com`è in una di quelle famiglie comuniste in cui il padre è capace di saltare su tutte le furie quando il giovane Prospero mandato a comprare l`Unitá  torna a casa con l`Avanti!.
Un mondo semplice, quello della campagna emiliana, da cui Gallinari avvia un racconto chiaro, che non pretende estri letterari, dai primi giorni di vita alla dichiarazione durante processo del 1988 in cui, con gli irriducibili vicini al Partito comunista combattente, dichiara chiusa l`esperienza br.
La sua è una narrazione quasi del tutto priva di riflessioni teoriche. E` facile scorgervi un prima e un dopo. Nel «prima» le Br sono clandestine solo in parte. Nel «dopo» aumentano di numero mentre gli attentati dilagano, eppure si ritrovano isolate. Questa seconda fase Gallinari la guarda perlopiú attraverso le sbarre. Nell`autunno `79 viene arrestato quasi per caso, a Roma, mentre cambia la targa a un`auto rubata, e rischia la morte per una ferita alla testa. Sará  l`inizio di una convalescenza lunga e preoccupante, che Gallinari racconta minimizzando i rischi per la sua salute, ma che per alcuni fu segnata dalla paura costante che questo emiliano grande e grosso, oggi quasi irriconoscibile, non sopravvivesse al carcere.
Nel racconto di Gallinari non è peró chiaro quando si verifichi quel passaggio tra un «prima» e un «dopo». E` chiaro in compenso che è il pentimento di Patrizio Peci, nell`80, a segnare l`inizio della frana. C`è una pagina particolarmente lucida in cui Gallinari si interroga sul tradimento dell`«infame» Peci: «Si tratta allora di un segnale che denuncia uno stato di cose critico e un problema politico strisciante, materializzando nel comportamento di un singolo soggetto la debolezza di una intera prospettiva?». Ma la risposta Gallinari non arriva a darsela, e non ci riuscirá  neppure alla fine del suo racconto. E` il punto debole della storia, per chi la guarda con gli occhi di chi giá  sa come andó a finire.
Il gruppo vicino a Gallinari ammette la sconfitta nel 1988, un anno prima del crollo del muro di Berlino, all`alba degli anni `90. Di rivoluzione e lotta di classe anche armata le piazze, quelle che ancora ci sono, non parlano piú da anni. Gallinari non lo scrive e forse neppure lo ammette, ma da anni era terminato anche il dialogo che le Br ritenevano di aver instaurato con le fabbriche e i lavoratori attraverso la propaganda armata. La morte di Guido Rossa, nel `79, segnó il giro di boa. Eppure Gallinari non si interroga mai sulla realtá  di quel dialogo, se davvero ci fu e, nel caso, perché si interruppe. O se davvero le Br, sparando sempre piú alla cieca, potessero dire qualcosa ai padri cresciuti nel Pci e nella resistenza comunista, come una volta scrisse Enrico Fenzi nella prima autobiografia di un br, Armi e bagagli.
Quello di Gallinari è un bel libro perché lui, Prospero, sa essere sincero fino in fondo. Non azzarda un «l`avevo capito» posticcio. Ma alla fine viene da chiedersi se davvero nulla fosse prevedibile, se fosse cosí difficile interrogarsi sulla scelta di provocare morti inutili, su una rivoluzione mai arrivata oltre la «propaganda armata».
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